Casa Savoia
La Casa Savoia è la dinastia che per quasi nove secoli ha governato prima una contea alpina a cavallo delle Alpi occidentali, poi il ducato di Savoia, il Regno di Sardegna e infine, dal 1861 al 1946, il Regno d'Italia. Per Torino è la famiglia che ne ha fatto una capitale: dal 1563 la città ha preso forma attorno alla corte, e palazzi, chiese, piazze e residenze di caccia che oggi ne definiscono il volto sono in gran parte opera di committenza sabauda.[1]
Dalle Alpi al Piemonte
Il capostipite riconosciuto è Umberto I detto Biancamano, morto intorno al 1047-1048 e ricordato come primo conte di Savoia: un signore feudale dell'area viennese che allargò i propri possessi grazie a concessioni imperiali.[1][2] La svolta verso l'Italia venne con il figlio Oddone, che sposò Adelaide, erede della marca di Torino: il matrimonio portò nell'orbita della famiglia vaste terre piemontesi e liguri al di qua delle Alpi.[1][2]
Tra Duecento e Trecento, a colpi di matrimoni, acquisti e guerre, i conti aggiunsero il Vaud, la Bresse, Ivrea e Nizza. Nel 1416 l'imperatore Sigismondo concesse ad Amedeo VIII il titolo di duca.[1]
Torino capitale
Per secoli il baricentro dello Stato restò al di là delle Alpi. A spostarlo verso il Piemonte fu Emanuele Filiberto (1528-1580).[1] Il duca combatté al servizio della Spagna contro la Francia e con la pace di Cateau-Cambrésis del 1559 recuperò il Piemonte; nel 1563 entrò a Torino, che da allora fu la capitale degli Stati sabaudi.[3] Alla città il duca diede anzitutto una fortezza, la Cittadella. Ma la corte attirò cortigiani, artisti, musici e mercanti, e nel 1570 Torino contava già circa 14.000 abitanti.[3] Il voto fatto alla battaglia di San Quintino (1557) di erigere una chiesa a san Lorenzo è all'origine della Real Chiesa di San Lorenzo in piazza Castello.[3]
Con la capitale arrivò a Torino anche il bene più prezioso della famiglia, la Sindone. Il telo era entrato nelle mani dei Savoia probabilmente nel 1453, quando Marguerite de Charny lo cedette al duca Ludovico, ed era custodito dal 1506 nella cappella del castello di Chambéry. Emanuele Filiberto lo fece portare a Torino il 9 settembre 1578, e per venerarlo l'arcivescovo Carlo Borromeo si mise in pellegrinaggio da Milano.[4] Per custodirlo i Savoia vollero la cappella progettata da Guarino Guarini tra il Duomo e il palazzo ducale.[4]
La corona e la «corona di delizie»
Il titolo regio arrivò con Vittorio Amedeo II, che dalla guerra di successione spagnola ottenne nel 1713 la corona di Sicilia e nel 1720 dovette scambiarla con quella di Sardegna.[1] Da allora i sovrani sabaudi portarono il titolo di re di Sardegna.[2]
Il segno più visibile di quei secoli è il sistema delle residenze sabaude: una «zona di comando» nel centro della città, con il Palazzo Reale, l'Armeria, l'Archivio di Stato e gli uffici di governo, e attorno, disposta a raggiera, la «corona di delizie» di castelli e palazzine di caccia e di svago, dal Valentino a Stupinigi, da Moncalieri a Rivoli e alla Venaria. In tutto 22 edifici, undici in città e undici fuori.[5] Il progetto, avviato con il trasferimento della capitale, fu portato avanti tra Seicento e Settecento da architetti di corte come Filippo Juvarra e Benedetto Alfieri; nel 1997 l'UNESCO ha iscritto il complesso nella lista del Patrimonio mondiale.[6][5]
Sempre a Juvarra si deve la basilica di Superga, costruita tra il 1717 e il 1731, nei cui sotterranei si trovano le tombe dei re e dei principi di casa Savoia da Vittorio Amedeo II a Carlo Alberto; i monumenti funebri sono opera di scultori piemontesi, genovesi e toscani, tra cui Ignazio e Filippo Collino e Santo Varni.[7]
Dal Piemonte all'Italia
Nel 1831 il trono passò al ramo cadetto dei Savoia-Carignano con Carlo Alberto, che nel 1848 concesse lo Statuto. Suo figlio Vittorio Emanuele II, con il governo di Cavour, guidò l'unificazione e nel 1861 fu proclamato re d'Italia.[1] Torino fu la prima capitale del nuovo Stato, ma per poco: nel 1864 una convenzione tra Italia e Francia prevedeva lo spostamento del governo a Firenze. La notizia scatenò la protesta in città, e la repressione del 21 e 22 settembre, concentrata attorno a piazza San Carlo, lasciò sul selciato 52 torinesi uccisi e 187 feriti.[8]
1946: la fine della monarchia
Il 9 maggio 1946, nella villa Maria Pia di Napoli, Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio Umberto II.[9] Il referendum istituzionale del 2 giugno diede la vittoria alla Repubblica con circa due milioni di voti di scarto, e il 13 giugno il re partì da Ciampino per Cascais, in Portogallo, senza abdicare.[10] Nel proclama agli italiani scrisse:
«[…] non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice della illegalità che il governo ha commesso, io lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori.»
La Costituzione regolò i conti con la dinastia nella XIII disposizione transitoria: «I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive»; agli ex re, alle consorti e ai discendenti maschi furono vietati l'ingresso e il soggiorno in Italia, e i loro beni sul territorio nazionale furono avocati allo Stato.[11] Umberto II morì in esilio il 18 marzo 1983 e nel testamento lasciò la Sindone al Papa; la Santa Sede accettò il 18 ottobre dello stesso anno, e la custodia restò a Torino, affidata all'arcivescovo.[4]
Il ritorno e le cause
Nel 2002 una legge costituzionale abrogò i primi due commi della disposizione: il Senato la approvò il 15 maggio, la Camera l'11 luglio con 347 voti favorevoli. Il 15 marzo 2003 Vittorio Emanuele, figlio di Umberto II, e il figlio Emanuele Filiberto atterrarono a Napoli, dopo 57 anni di esilio.[12] Vittorio Emanuele morì a Ginevra il 3 febbraio 2024; il funerale si celebrò il 10 febbraio nel Duomo di Torino, dopo una camera ardente nella chiesa di Sant'Uberto alla Reggia di Venaria, e la sepoltura avvenne in forma privata nella cripta reale di Superga.[13]
Resta aperta la partita dei gioielli della Corona, diademi e diamanti che un funzionario della Real Casa depositò alla Banca d'Italia il 5 giugno 1946, con l'indicazione che fossero consegnati «a chi di diritto». Il 15 maggio 2025 il Tribunale civile di Roma ha respinto la richiesta di restituzione degli eredi: secondo i giudici quei beni «non sono del resto mai appartenuti a Re Umberto II per essere di proprietà dello Stato fin dal tempo dello Statuto Albertino».[14]
Pagine che rimandano qui
- Agnolotti piemontesi
- Alba
- Alessandria
- Archivio di Stato di Torino
- Armeria Reale di Torino
- Assedio di Torino del 1706
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- Gli indirizzi della Provincia di Torino
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- Guarino Guarini
- Interrogazione parlamentare sulla vendita di ordini cavallereschi della Real Casa di Savoia (settembre 2026)
- Isole Borromee
- Ivrea
- La Venaria Reale
L'interrogazione parlamentare sulla vendita di ordini cavallereschi (settembre 2026)
Nel settembre 2026 il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Marco Grimaldi ha presentato un'interrogazione parlamentare sulla vendita di ordini cavallereschi da parte della Real Casa di Savoia durante un evento a Torino, mentre in Regione Piemonte è stata contestata la partecipazione alla stessa iniziativa del vicepresidente Maurizio Marrone.
L'interrogazione parlamentare sulla vendita di ordini cavallereschi (settembre 2026)
Cronologia
- — Un evento al Lingotto e una cena di gala alla Reggia di Venaria per l'assegnazione di onorificenze dinastiche, con donazioni fino a 30mila euro, provoca una frattura pubblica in Casa Savoia tra Aimone di Savoia ed Emanuele Filiberto. → CronacaQui Torino CronacaQui Torino
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Fonti
- Treccani
- Treccani
- MuseoTorino
- La Voce e il Tempo
- Commissione Nazionale Italiana per l'UNESCO — 24 ottobre 2016
- Piemonte Italia (Regione Piemonte)
- Touring Club Italiano
- CittAgorà – Consiglio comunale di Torino
- AGI — 8 maggio 2026
- AGI — 10 giugno 2026
- Voci Costituzionali
- Il Post — 15 marzo 2023
- Sky TG24 — 4 febbraio 2024
- Il Fatto Quotidiano — 15 maggio 2025
- TorinoOggi — 28 settembre 2026
- TorinoToday — 28 settembre 2026
- Quotidiano Piemontese — 28 settembre 2026