Carlo Alberto

Carlo Alberto di Savoia Carignano (Torino, 2 ottobre 1798 – Oporto, 28 luglio 1849) fu re di Sardegna dal 1831 al 1849. Figlio di Carlo Emanuele, principe di Carignano, e di Maria Cristina Albertina di Sassonia-Curlandia[1], nacque a Palazzo Carignano, dove sarebbe nato anche il figlio Vittorio Emanuele II[2]. Per Torino il suo nome è legato soprattutto allo Statuto del 1848, la carta costituzionale da lui emanata per il Regno di Sardegna, e alla prima guerra d'indipendenza, chiusa dalla sconfitta di Novara e dalla sua abdicazione[3].
Un principe cresciuto lontano dalla corte
Appartenente al ramo cadetto dei Carignano della Casa Savoia, lasciò Torino pochi mesi dopo la nascita: quando nel dicembre 1798 Carlo Emanuele IV fu costretto ad abdicare, la famiglia si trasferì a Parigi. Il padre morì il 24 luglio 1800 e il principe trascorse l'infanzia accanto a una madre vicina alla Francia rivoluzionaria, in ristrettezze dopo la confisca dei beni, finché nel 1810 Napoleone concesse loro una rendita e a lui il titolo di conte[1]. A Parigi fu seguito dall'abate Liautard e frequentò in modo discontinuo il collegio Saint-Stanislas; tra il 1812 e il 1813 visse a Ginevra nel pensionato del pastore protestante Jean Pierre Vaucher, che lasciò un segno profondo nella sua formazione, e nel 1814 passò al liceo militare di Bourges[1].
Arrivò a Torino il 26 maggio 1814, dopo la caduta di Napoleone. Vittorio Emanuele I volle tenerlo vicino per correggerne l'educazione francese e ginevrina, affidandolo prima al conte Filippo Grimaldi e dal 1816 al cavaliere Policarpo Cacherano d'Osasco. Il 30 settembre 1817 sposò a Firenze, in Santa Maria del Fiore, l'arciduchessa Maria Teresa, figlia del granduca di Toscana; nel marzo 1820 nacque il primogenito Vittorio Emanuele[1].
La reggenza del 1821 e l'esilio
All'inizio di marzo 1821 il suo nome circolava tra i congiurati costituzionali: il 6 marzo incontrò Santorre di Santarosa e altri cospiratori. Il 12 marzo la cittadella di Torino insorse, Vittorio Emanuele I abdicò in favore del fratello Carlo Felice, allora lontano, e nominò reggente il giovane principe[1]. Il 13 marzo, sotto la pressione dei costituzionali e con manifestazioni popolari davanti al Palazzo Reale, i decurioni della città, i ministri e i generali convocati convennero che era meglio cedere per evitare la guerra civile: quella sera il reggente concesse la costituzione di Spagna, salva l'approvazione del nuovo re[1].
Il 18 marzo giunse il proclama con cui Carlo Felice dichiarava nullo ogni atto non emanato da lui. Il 21 marzo Carlo Alberto lasciò Torino di notte; a San Germano ricevette l'ordine di trasferirsi in Toscana e dal 2 aprile fu a Firenze, isolato e depresso. Per riabilitarsi chiese di combattere in Spagna contro i liberali: nell'agosto 1823 partecipò all'assalto del Trocadero e ottenne la croce di San Luigi; alla fine di dicembre, nell'ambasciata di Sardegna a Parigi, giurò di mantenere le leggi fondamentali della monarchia sabauda[1]. Rientrato a Torino il 7 febbraio 1824, dopo le dieci di sera per evitare festeggiamenti, visse fino al 1831 in una sorta di esilio in patria[1].
Il re delle riforme (1831-1847)
Salì al trono il 27 aprile 1831, alla morte di Carlo Felice. I primi anni furono di stretta alleanza con l'Austria e di repressione: contro le cospirazioni della Giovine Italia, diffuse anche nell'esercito, i processi del 1833 si chiusero con 26 condanne a morte, 12 delle quali eseguite, e oltre 200 condanne all'esilio; anche civili furono giudicati da tribunali militari[1].
Accanto alla repressione avviò un lungo lavoro di ammodernamento dello Stato. Il 19 agosto 1831 istituì il Consiglio di Stato; seguirono il codice civile (20 giugno 1837), il codice penale (26 ottobre 1839) e, nel 1842, quelli di commercio e di procedura. Il 21 maggio 1836 un editto abolì la giurisdizione feudale in Sardegna; dal 1834 la politica doganale ridusse i dazi, e dal 1835 il bilancio restò in attivo, liberando risorse per agricoltura, strade e porti[1]. Promosse anche le ferrovie destinate a collegare l'Europa centrale con Genova e ampliò istituti di beneficenza e accademie scientifiche[3]. Nel 1832 volle una pinacoteca pubblica con i dipinti delle collezioni reali: la futura Galleria Sabauda, sistemata dapprima al piano nobile di Palazzo Madama[4].
Lo Statuto del 1848
Nell'autunno 1847 il re abolì i privilegi di foro (29 ottobre) e la censura ecclesiastica (30 ottobre) e aprì all'elezione delle cariche amministrative (27 novembre). Dopo che Ferdinando II di Borbone ebbe concesso una costituzione a Napoli, il Consiglio di conferenza si pronunciò il 3 febbraio 1848 a favore di una carta; l'8 febbraio un proclama in quattordici articoli ne annunciò le basi[1]. Lo Statuto, di 84 articoli, fu firmato il 4 marzo e promulgato il 5[1]. Il preambolo apre con la formula del sovrano che concede:
«Con lealtà di Re e con affetto di Padre Noi veniamo oggi a compiere quanto avevamo annunziato ai Nostri amatissimi sudditi col Nostro proclama dell' 8 dell'ultimo scorso febbraio»
L'articolo 1 faceva della religione cattolica la sola religione dello Stato, tollerando gli altri culti[5]. Il re conservava il potere esecutivo e divideva quello legislativo con un Senato di nomina regia e una Camera elettiva; il testo si definiva «legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile della Monarchia» e fu l'unica delle costituzioni italiane del 1848 a sopravvivere alla restaurazione, restando formalmente in vigore per tutta la vita del Regno d'Italia[6]. Negli stessi giorni vennero l'emancipazione dei valdesi (17 febbraio) e degli ebrei (25 marzo)[1]. Per la Camera dei deputati fu scelto Palazzo Carignano: in poco più di un mese Carlo Sada trasformò il salone ellittico nell'aula del Parlamento subalpino, dove avrebbero parlato Cavour, Gioberti e Massimo d'Azeglio; è l'unica aula parlamentare del 1848 rimasta intatta in Europa[7].
La guerra, Novara e l'abdicazione
Alla notizia dell'insurrezione di Milano, il 23 marzo 1848 il governo decise la guerra all'Austria[1]. Carlo Alberto adottò come bandiera il tricolore e, a chi dall'estero cercava di trattenerlo, rispose con la formula «l'Italia farà da sé»[3]. Assunto di persona il comando, vinse a Pastrengo il 30 aprile e a Goito e Peschiera il 30 maggio, ma il 25 luglio fu battuto a Custoza; il 5 agosto lasciò Milano tra le proteste della popolazione e il 9 fu firmato l'armistizio Salasco. Lo storico Pieri gli attribuì un «coraggio puramente passivo» ma non capacità di comando[1].
Le ostilità ripresero nel marzo 1849 sotto il comando del generale Chrzanowski e si chiusero il 23 marzo con la sconfitta di Novara. Quando il generale austriaco Hess pose come condizione dell'armistizio l'occupazione della Lomellina e di Alessandria, il re abdicò in favore del figlio e nella notte tra il 23 e il 24 marzo partì in incognito come «conte di Barge» verso Vercelli[1]. Attraverso la Francia e la Spagna raggiunse il Portogallo e il 19 aprile arrivò a Oporto, nella villa «Entre Quintas». Vi visse appartato, leggendo le Vite di Plutarco, e vi morì il 28 luglio 1849[1].
Superga e la memoria torinese
La salma fu tumulata nel 1849 nelle tombe reali della Basilica di Superga, il sepolcreto voluto da Vittorio Amedeo II[8]: con lui si chiude la serie dei sovrani sepolti nei sotterranei della basilica, aperta da Vittorio Amedeo II[9]. La sua fine lontana alimentò presto un mito, la trasfigurazione poetica di un dramma individuale[1].
In città lo ricorda il monumento equestre di Carlo Marochetti in piazza Carlo Alberto, commissionato dal governo piemontese e compiuto nel 1861: il re a cavallo su un triplice basamento, circondato da un artigliere, un lanciere, un bersagliere e un granatiere, con le figure allegoriche del Martirio, dell'Indipendenza, della Giustizia e della Libertà[10]. Oggi il Parlamento subalpino fa parte del percorso del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano[7].
Pagine che rimandano qui
- Alessandro Antonelli
- Amedeo Avogadro
- Antonio Gramsci
- Armeria Reale di Torino
- Barolo (vino)
- Basilica di Superga
- Biblioteca Reale di Torino
- Caffè Fiorio
- Camillo Benso di Cavour
- Casa Savoia
- Castello di Racconigi
- Città metropolitana di Torino
- Compagnia di San Paolo
- Emanuele Filiberto
- Filippo Juvarra
- Forte di Fenestrelle
- Francesco Gonin
- Galleria Sabauda
- Galleria Subalpina
- Gran Madre di Dio
- Inaugurazione dell'ascensore della Sacra di San Michele
- Maestri del Gusto
- Massimo d'Azeglio
- Metropolitana di Torino
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Fonti
- Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
- Museo Nazionale del Risorgimento Italiano
- Treccani – Enciclopedia Italiana
- Musei Reali Torino
- Presidenza della Repubblica – Quirinale
- Treccani – Dizionario di Storia
- Museo Nazionale del Risorgimento Italiano
- Il Mattino
- Touring Club Italiano
- Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani