Alessandria
Alessandria è una città del Piemonte sud-orientale, capoluogo dell'omonima provincia, adagiata nella pianura alla destra del Tanaro, poco lontano dalla confluenza con la Bormida, e da sempre importante nodo di comunicazioni.[1] Nata nel XII secolo come città-fortezza contro l'imperatore, fu per secoli una piazzaforte di confine e poi, con i Savoia, il principale baluardo orientale dello Stato che aveva capitale a Torino. Nel 2020 il comune contava 92.876 abitanti su 203,5 chilometri quadrati.[1]
Una città nata contro il Barbarossa
Secondo la voce dell'Enciclopedia Treccani, il primo nucleo, costruito tra il 1164 e il 1167 da Guglielmo il Vecchio, marchese di Monferrato, e chiamato Civitas Nova, ricevette nel 1168 il nome di Alessandria in onore di papa Alessandro III, capo della Lega Lombarda; il soprannome «della Paglia» non verrebbe dai tetti di paglia delle prime case, come vuole la tradizione, ma da Palea, antico nome della zona.[1] L'Enciclopedia Italiana del 1929 insiste sull'origine federale: la città nacque dall'unione di comunità preesistenti come Rovereto, Bergoglio, Marengo e Gamondio, e il nome del papa suggellava l'alleanza dei comuni contro l'autorità imperiale.[2]
La prova arrivò subito. Nel 1174-75 Federico I Barbarossa e il marchese Guglielmo il Vecchio di Monferrato la assediarono per sei mesi senza riuscire a prenderla.[2] Rimasta poi isolata dal compromesso tra la Lega e l'imperatore, nel 1183 Alessandria scelse di sottomettersi all'Impero per sottrarsi alle mire dei marchesi vicini, e il Barbarossa le impose il nome di Cesaria, che la protesse per quindici anni.[1][2]
Dal libero comune ai Savoia
Libero comune dal 1198, la città visse il Trecento tra le lotte di guelfi e ghibellini, passò per varie signorie, tra cui quella di Roberto d'Angiò, e nel 1348 cadde nelle mani dei Visconti, legando per secoli il proprio destino al Ducato di Milano.[1][2] Dopo il lungo periodo spagnolo, nel 1707 fu ceduta al duca Vittorio Amedeo II: da quel momento Alessandria entrò nello Stato della Casa Savoia, poi Regno di Sardegna.[2]
La Cittadella
Il nuovo sovrano volle sul Tanaro una fortezza all'altezza della frontiera con la Lombardia. L'incarico andò all'ingegnere militare Ignazio Bertola, che disegnò i primi progetti nel 1727; i lavori durarono circa quattordici anni e nel 1745 l'opera era compiuta.[3] Bertola partì dall'esperienza dell'assedio di Torino del 1706, durante il quale aveva visto da vicino i limiti della vecchia cittadella torinese.[3] Ne uscì un esagono irregolare con sei bastioni, deformato apposta per rafforzare i fronti di levante e di ponente, mentre il lato verso la città era difeso dal fiume; un'opera di sbarramento permetteva di far correre l'acqua del Tanaro nei fossati, e il terreno paludoso del borgo di Bergoglio fu consolidato con file di pali di legno con punte di ferro legati da catene.[3] Il Comune la presenta così:
«La Cittadella di Alessandria è uno dei più grandiosi monumenti europei nell'ambito della fortificazione permanente del XVIII secolo.»
Dopo Marengo, Napoleone fece demolire quasi tutte le fortezze piemontesi, ma risparmiò la Cittadella, destinata a diventare la principale opera difensiva francese nella pianura padana[3]: il generale del genio Chasseloup-Laubat vi lavorò dal 1803 al 1814, spendendo 30 dei 55 milioni previsti.[2] Nel marzo 1821 la fortezza fu il teatro principale dei moti costituzionali: i soldati della guarnigione se ne impadronirono e, come ricorda la scheda comunale, «i costituzionalisti innalzarono sulla Cittadella il tricolore carbonaro, proclamando la Costituzione Spagnola e dichiarando guerra all'Austria».[3] Alessandria fu anche il centro della cospirazione mazziniana del 1833.[1] La presenza ininterrotta di un presidio militare ha conservato il complesso: dismesso dal Ministero della Difesa nel 2007 e affidato nel 2016 alla Soprintendenza, oggi è visitabile e il FAI vi organizza visite guidate.[3]
Marengo, 14 giugno 1800
Nella piana di Marengo, alle porte della città, Napoleone Bonaparte vinse la battaglia del 14 giugno 1800. Già nel 1801 la municipalità eresse una colonna commemorativa, sormontata da un'aquila in ferro battuto, al bivio delle strade per Spinetta e Castelceriolo; nel 1814 il generale austriaco Nugent la portò via come preda bellica nella sua villa di Tersatto, e fu ricollocata al suo posto soltanto nel 1922.[2] In età napoleonica cambiò anche il centro cittadino: l'attuale cattedrale sorse sull'area dell'antica chiesa di San Marco dopo che nel 1805 il governo francese ebbe demolito la vecchia cattedrale di San Pietro.[2] Tra i monumenti settecenteschi l'Enciclopedia Italiana segnala Palazzo Ghilini, opera in mattoni di Benedetto Alfieri, e il palazzo comunale, avviato nel 1770 dall'architetto Andrea Caselli e concluso nel 1824 da Lorenzo Valizzone.[2]
La città dei cappelli
Il nome di Alessandria nel mondo è legato a un cappello. Giuseppe Borsalino, nato nel 1834 a Pecetto di Valenza, tornò in città nel 1857 e vi avviò con il fratello la sua manifattura: nel 1861 impiegava 60 operai che producevano 120 cappelli al giorno, verso il 1896 gli operai erano un migliaio e i cappelli 1.360 al giorno; nel 1900 la produzione annua sfiorava i 750.000 pezzi, di cui 450.000 esportati.[4] Prima che la legge lo imponesse, Borsalino istituì per i dipendenti una cassa pensioni, una cassa infortuni e una di previdenza, oltre a un educatorio per i figli degli operai.[4] Accanto ai cappellifici, nel primo Novecento l'economia cittadina contava officine ferroviarie e meccaniche, fabbriche di letti in ferro e di concimi, cotonifici.[2] Oggi il Borsalino Museum, in corso Cento Cannoni, espone oltre duemila cappelli in tre aree, «Antica Casa», «Manifattura» e «Galleria», e racconta una storia che parte dal 1857.[5] Nelle colline intorno, verso il Monferrato, resta viva la viticoltura.[1]
L'alluvione del 1994 e la città di oggi
Domenica 6 novembre 1994 il Tanaro esondò e l'acqua arrivò dove non era mai arrivata: furono colpiti il quartiere Orti, la zona di piazzetta della Lega e il sobborgo di San Michele, con un pesante tributo di vittime. Seguirono settimane di fango, mesi di odore di gasolio nelle case e anni di pratiche per i risarcimenti; dalla tragedia nacque però anche la protezione civile cittadina.[6]
Dal 1998 Alessandria è una delle tre sedi, con Novara e Vercelli, dell'Università del Piemonte Orientale.[1] Tra i suoi figli più noti c'è Umberto Eco, che nella sua autobiografia intellettuale fece risalire alla città una lezione di metodo:
«Sono nato ad Alessandria, nel nord-ovest della penisola italiana. Dal carattere dei miei concittadini ho imparato la virtù dello scetticismo.»
La frase è riportata dalla Fondazione Umberto Eco nella biografia dello scrittore.[7]
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