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Monferrato

Aggiornato il 26 settembre 2026

Immagine dalla pubblicazione di Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato
Dalla pubblicazione di Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato

Il Monferrato è una regione storica del Piemonte che occupa gran parte della provincia di Alessandria e una parte di quella di Asti: a nord la chiude il Po, a sud i corsi del Tanaro, del Belbo e della Bormida[1]. Terra di colline coltivate a vite, dal X secolo al 1708 fu uno Stato a sé, un marchesato e poi ducato che contese territori e città ai Savoia fino a esserne assorbito[1]. Dal 2014 una parte del suo paesaggio viticolo è patrimonio mondiale dell'UNESCO insieme alle Langhe e al Roero[1].

Territorio

La tradizione distingue il Basso Monferrato, la fascia settentrionale verso il Po, dall'Alto Monferrato, a sud[1]. L'economia è rimasta in larga misura agricola, e la coltura dominante è la vite: Barbera, Freisa e Grignolino sono i vitigni con cui il territorio si identifica[1]. Nel Monferrato casalese il sottosuolo è fatto di pietra da cantoni, un calcare che l'Ecomuseo della Pietra da Cantoni, attivo dal 2003, considera una delle più pregiate pietre da costruzione di età miocenica[2].

Aleramo e la nascita della marca

All'origine dello Stato c'è Aleramo, un conte, «fidelis» dei re, che compare nei documenti nel luglio 933, quando i re Ugo e Lotario gli donano la corte di Auriola[3]. Sposò Gerberga, figlia di Berengario II, e il 23 marzo 967 ottenne da Ottone I, su richiesta dell'imperatrice Adelaide, un diploma che gli concedeva, secondo il Dizionario Biografico degli Italiani, «alcune corti poste in luoghi deserti tra il Tanaro, l'Orba ed il mare»[3]. Fu margravio della marca di Savona-Monferrato, che andava dal Po al mare e comprendeva anche i comitati di Loreto e di Acqui[3]. Lo stesso nome della regione nasce in questo ambiente: i beni che Aleramo donò al monastero di Grazzano stavano nel comitato di Torre, «che più tardi si disse di Monferrato»[3].

Attorno al capostipite il cronista fra' Iacopo d'Acqui costruì una leggenda romanzesca: Aleramo nato a Sezzè da una nobile tedesca, fuggito con la figlia dell'imperatore, Adelasia, e vissuto con lei come carbonaio prima di ottenere il perdono e l'investitura[3].

Aleramici, Paleologi, Gonzaga

Il marchesato si formò tra X e XI secolo dallo smembramento della grande marca aleramica e restò agli Aleramici fino al 1305, quando Giovanni I morì senza eredi maschi[1]. Il titolo passò allora ai discendenti di sua sorella Violante, moglie dell'imperatore bizantino Andronico Paleologo: loro figlio Teodoro I sbarcò a Genova nell'estate del 1306 e il 15 settembre avviò da Casale le operazioni per impadronirsi del marchesato[4]. La dinastia di origine greca resse il Monferrato fino al 1533[1]. I Paleologi tennero unito lo Stato grazie ai principi di indivisibilità e di primogenitura, finché nel 1533 Giangiorgio morì senza eredi diretti[1].

Nel 1536 Carlo V affidò il Monferrato ai Gonzaga, che lo unirono ai loro domini mantovani e ne presero pieno possesso dopo la pace di Cateau-Cambrésis del 1559; nel 1575 l'imperatore Massimiliano II lo elevò a ducato[1]. Per i Savoia, che governavano da Torino, quel ducato a pochi chilometri dalla capitale fu un obiettivo costante: due guerre, nel 1612-1617 e nel 1627-1631, si chiusero con la pace di Cherasco, che portò ai Savoia il territorio di Alba e Trino[1].

Ai Savoia

L'ultimo duca, Ferdinando Carlo, cedette per due volte, nel 1681 e nel 1701, Casale ai Francesi; l'imperatore lo dichiarò reo di fellonia e assegnò nel 1708 il Monferrato ai Savoia, all'epoca di Vittorio Amedeo II, e i trattati di Utrecht (1713) e di Rastatt (1714) confermarono il passaggio[1]. Dopo la parentesi napoleonica, in cui la zona fu inquadrata dal 1798 nel dipartimento francese del Tanaro, nel 1814 il Monferrato fu unito definitivamente al Regno di Sardegna[1].

Il vino

La Barbera, considerata il più importante vitigno a bacca rossa del Piemonte, attorno a Nizza Monferrato si coltiva da oltre cinque secoli: nei circa 2.300 ettari della zona di Nizza, con Montegrosso, Mombercelli, Agliano Terme, Castelnuovo Calcea, Vinchio e Vaglio Serra, si contano 880 vigneti quasi tutti a Barbera, 229 aziende vitivinicole e diverse cantine sociali, come quelle di Vinchio e Vaglio Serra[5]. Nizza si considera la capitale commerciale e culturale di questo vino e vi ha sede un'enoteca regionale[5]. Più a sud, a Canelli, le cantine scavate nella collina formano chilometri di gallerie a volta in mattoni, dove nella seconda metà dell'Ottocento le ricerche dell'enologo Federico Martinotti aprirono la strada alla spumantizzazione del Moscato bianco e all'Asti spumante[6].

Il Consorzio Barbera d'Asti e Vini del Monferrato, fondato nel 1946 e con sede a Costigliole d'Asti, riunisce 430 aziende e tutela dodici denominazioni: tre DOCG (Barbera d'Asti, Ruché di Castagnole Monferrato, Terre Alfieri) e nove DOC, tra cui Grignolino d'Asti, Freisa d'Asti, Malvasia di Castelnuovo Don Bosco e la stessa Monferrato[7].

Gli infernot

Il segno più singolare del Basso Monferrato sono gli infernot: piccole camere sotterranee ricavate a mano nella pietra da cantoni, senza luce né aerazione, raggiungibili dalle cantine delle case e usate per conservare il vino in bottiglia[2]. Li hanno scavati contadini e mastri cantonieri sotto nove paesi di collina; l'associazione che gestisce il sito UNESCO scrive: «In nessun altro luogo esistono in queste forme e con tale ricchezza di varianti»[8]. L'Ecomuseo ne apre alla visita, su prenotazione, in quattordici comuni[2].

Patrimonio dell'umanità

La candidatura dei paesaggi vitivinicoli fu avviata dalla Regione Piemonte nel 2003; nel 2008 un protocollo legò Regione, province di Alessandria, Asti e Cuneo e ministero, e il dossier fu presentato nel 2011[9]. Il primo tentativo fu respinto e il dossier dovette essere riscritto[10]. Il 22 giugno 2014, a Doha, il Comitato del patrimonio mondiale iscrisse I Paesaggi Vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato come cinquantesimo sito italiano e primo paesaggio culturale vitivinicolo del Paese[9][11]. Il sito seriale copre 10.785 ettari, con una zona tampone di oltre 76.000, ed è composto da cinque aree viticole e dal castello di Grinzane Cavour[12]: al Monferrato spettano Nizza e la Barbera, Canelli e l'Asti spumante, il Monferrato degli infernot, accanto alla Langa del Barolo e alle colline del Barbaresco[8].

«Le colline di Langhe-Roero e Monferrato sono un esempio eccezionale di un paesaggio culturale»

Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali, giugno 2014

Così commentò l'iscrizione il ministro[11]. Anni dopo Roberto Cerrato, presidente dell'associazione del sito, raccontò a Cracovia davanti al Comitato UNESCO i «mesi difficili, ma molto entusiasmanti in cui abbiamo accettato di ripartire, dopo la bocciatura del primo tentativo»[10].

Pagine che rimandano qui

Cronologia

  • — A Grazzano Badoglio i carabinieri scoprono un caso di caporalato nelle vigne del basso Monferrato, con braccianti rumeni pagati due euro l'ora e alloggiati in una casa fatiscente con quindici letti e materassi a terra: tre persone denunciate. → Quotidiano Piemontese Il Torinese

Articoli collegati: Alba, Asti, Barolo (vino), Casale Monferrato, Langhe

Fonti

  1. Treccani
  2. Ecomuseo della Pietra da Cantoni
  3. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  4. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  5. Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato
  6. Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato
  7. Consorzio Barbera d'Asti e Vini del Monferrato
  8. Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato
  9. Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato
  10. Gazzetta d'Alba — 5 luglio 2017
  11. Gazzetta d'Alba — 26 giugno 2014
  12. UNESCO World Heritage Centre

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