Regno di Sardegna

Il Regno di Sardegna è lo Stato con cui la Casa Savoia governò, dal 1720 al 1861, l'isola di Sardegna insieme ai domini di terraferma: il Piemonte, la Savoia, Nizza e, dopo il 1815, la Liguria. Il titolo veniva dall'isola, ma il centro del potere era a Torino: per questo nell'uso comune il nome finì per indicare tutti i territori sottoposti ai Savoia.[1] Il regno terminò nel marzo 1861, quando il suo re fu proclamato re d'Italia.[1][2]
Dalla corona di Sicilia a quella di Sardegna
Il titolo di re di Sardegna era antico: lo aveva creato Federico II per il figlio Enzo nel 1239, e l'isola era poi passata per secoli sotto gli Aragonesi.[1] I Savoia vi arrivarono per una via indiretta. Nella guerra di successione spagnola si schierarono con l'Austria, e alla fine del conflitto il duca Vittorio Amedeo II ottenne nel 1713 la corona di Sicilia e ampliò i confini in Italia con il Monferrato e altre province orientali.[2] Con il trattato di Utrecht Torino divenne capitale anche di un regno insulare, e ai duchi fu riconosciuto il titolo regio.[3]
La Sicilia rimase ai Savoia pochi anni: il sovrano fu costretto a rinunciarvi in cambio della Sardegna.[2] Secondo MuseoTorino lo scambio fu deciso nel 1718;[3] il passaggio divenne effettivo con il trattato dell'Aia del 1720, da cui i Savoia portarono il titolo di re di Sardegna.[1][2]
Il Settecento: una capitale regia
Il nuovo rango si vide anzitutto a Torino. Il 15 dicembre 1714 Filippo Juvarra fu nominato primo architetto regio, incaricato di rinnovare con l'architettura l'immagine della capitale, mentre Vittorio Amedeo II avviava profonde riforme delle istituzioni dello Stato.[3] Verso la metà del secolo fu la coppia formata da Carlo Emanuele III e dall'architetto Benedetto Alfieri a ridisegnare il profilo della città.[3]
Carlo Emanuele III, re dal 1730 al 1773, partecipò alle guerre di successione polacca (1733-1738) e austriaca (1740-1748) e, con la pace di Aquisgrana del 1748, spinse il confine orientale fino al Ticino.[1][2]
Rivoluzione, esilio e Restaurazione
La guerra contro la Francia rivoluzionaria rovesciò la situazione. Nel 1796 la campagna di Napoleone si chiuse con l'armistizio di Cherasco e con la pace di Parigi, che imposero ai Savoia la cessione di territori alla Francia.[1][2] Nel 1798 i francesi imposero l'abdicazione a Carlo Emanuele IV;[2] il 9 dicembre di quell'anno i francesi lo obbligarono a lasciare Torino per l'esilio in Sardegna.[4] L'isola, grazie all'appoggio navale dell'Inghilterra, rimase sotto il controllo dei Savoia.[1]
Sul continente, dopo la vittoria francese a Marengo del 14 giugno 1800, Torino tornò sotto il controllo di Napoleone e il 21 settembre 1802 il Piemonte fu annesso alla Francia.[4] Con la caduta dell'imperatore la dinastia rientrò a Torino nel 1814.[4] Il Congresso di Vienna assegnò a Vittorio Emanuele I i territori della Repubblica di Genova, mentre una parte della Savoia originaria andò perduta.[2][1] I moti costituzionali del marzo 1821 furono repressi con l'intervento austriaco.[1]
Carlo Alberto e lo Statuto
Il regno di Carlo Alberto (1831-1849) fu una stagione di riforme. In Sardegna un editto del 21 maggio 1836 eliminò la giurisdizione feudale e abolì le prestazioni personali, con indennizzi ai feudatari a carico delle comunità e anticipati dallo Stato; il 20 giugno 1837 fu promulgato il codice civile, compromesso tra la legislazione napoleonica e il diritto sabaudo.[5] Nell'autunno 1847 vennero soppressi i privilegi di foro, tranne quello ecclesiastico, e fu introdotta l'eleggibilità delle cariche amministrative.[5]
Il 4 marzo 1848 il re firmò a Palazzo Reale lo Statuto,[6] promulgato il giorno seguente: due camere legislative e la religione cattolica come sola religione dello Stato.[5] Il testo si presentava come «Statuto e Legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile della Monarchia» e fissava un principio nuovo per i sudditi del re:[7]
«Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge.»
Per la Camera dei deputati fu scelto Palazzo Carignano: l'architetto Carlo Sada trasformò in poco più di un mese il salone ellittico seicentesco in aula parlamentare,[8] e l'8 maggio 1848 vi cominciò l'attività legislativa della Camera subalpina.[6] La prima guerra d'indipendenza finì con la sconfitta di Novara: il 23 marzo 1849 Carlo Alberto abdicò in favore del figlio.[5]
Da Torino all'Italia
Con Vittorio Emanuele II sul trono e Camillo Benso di Cavour al governo, il regno si modernizzò e si inserì nel sistema delle alleanze europee.[1] La guerra del 1859 e le annessioni dell'anno seguente unirono al regno gran parte della penisola.[1] Nel 1860 furono cedute alla Francia Nizza e la Savoia, la terra d'origine della dinastia.[2]
L'aula di Palazzo Carignano, ormai troppo piccola per i deputati del nuovo Stato, tenne l'ultima seduta il 28 dicembre 1860.[8] Il 18 febbraio 1861 si aprì a Torino l'VIII legislatura, la prima del Parlamento italiano, e il 17 marzo 1861 fu proclamato il Regno d'Italia.[6] Il Regno di Sardegna cessò così di esistere, e il suo ultimo re divenne il primo re d'Italia.[1]
Che cosa resta a Torino
Torino rimase capitale solo pochi anni. Nel settembre 1864 la notizia del trasferimento a Firenze scatenò proteste in piazza San Carlo: negli scontri del 21 e 22 settembre morirono 52 torinesi e 187 rimasero feriti.[9] Lo storico Giorgio Cavallo ha ricordato che il trasferimento «non fu discusso in Parlamento, ma subdolamente inserito in una convenzione fra Francia e Italia».[9]
L'aula del Parlamento subalpino è l'unica del 1848 rimasta intatta in Europa ed è monumento nazionale; fa parte del percorso del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, ospitato nello stesso Palazzo Carignano.[8]
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