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Emanuele Filiberto

Aggiornato il 26 settembre 2026

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Dalla pubblicazione di Prima il Canavese, 2026-09-18

Emanuele Filiberto di Savoia (Chambéry, 8 luglio 1528 – Torino, 30 agosto 1580) fu duca di Savoia dal 1553 e il sovrano che fece di Torino la capitale dello Stato sabaudo. Soldato al servizio degli Asburgo, vincitore dei francesi a San Quintino, recuperò con la pace di Cateau-Cambrésis i domini perduti dal padre e il 7 febbraio 1563 entrò ufficialmente in Torino con la duchessa Margherita, proclamandola sede della corte[1]. Da quel giorno la storia della città e quella di Casa Savoia procedono insieme per tre secoli.

Un principe senza Stato

Nacque a Chambéry, allora capitale del ducato, e fu battezzato il 19 ottobre 1528 nella cappella della Santa Sindone di Chambéry, la reliquia che mezzo secolo dopo lui stesso avrebbe fatto portare in Piemonte[1]. Crebbe mentre lo Stato del padre, Carlo II, veniva occupato dalla Francia: Torino e gran parte del Piemonte rimasero sotto il dominio francese dal 1538 al 1563[2]. Il giovane principe cercò fortuna presso l'imperatore Carlo V e poi presso Filippo II: ricevette il Toson d'oro, appena diciottenne fu nominato comandante della cavalleria di Fiandra e Borgogna e nella guerra contro i protestanti tedeschi si distinse a Ingolstadt e a Mühlberg alla guida della cavalleria. Il soprannome di «Testa di ferro» gli fu dato dai catalani a Barcellona, che aveva difeso da un tentativo di sbarco della flotta di Leone Strozzi, e si diffuse poi soprattutto tra i tercios spagnoli[1].

Alla morte del padre, nel 1553, ereditò un titolo più che un paese. Il 27 giugno 1553 Carlo V rese pubblica la sua nomina a luogotenente generale in Fiandra e comandante supremo dell'esercito imperiale[1].

San Quintino e Cateau-Cambrésis

La svolta arrivò nel 1557, quando a San Quintino, in Piccardia, sconfisse l'esercito francese del conestabile Anne de Montmorency: il conestabile stesso, sedici pezzi d'artiglieria, 200 cavalieri e 4.000 fanti rimasero in mano ai vincitori[1]. Due anni dopo il trattato di Cateau-Cambrésis (1559) gli restituì i territori di famiglia[3][4], sia pure con alcune piazzeforti ancora presidiate da francesi e spagnoli; l'occupazione straniera si chiuse del tutto entro il 1575[3]. Lo stesso anno sposò Margherita di Francia, sorella di Enrico II: i capitoli matrimoniali furono firmati il 27 giugno 1559, ma tre giorni dopo il re fu ferito a morte in una giostra, e le nozze vennero celebrate in forma privata nella notte del 9 luglio, poche ore prima della sua morte[1].

Torino capitale

Il trasferimento della capitale da Chambéry a Torino fu la scelta che cambiò la città[4][2]. Secondo MuseoTorino il duca fu accolto dai cittadini in festa e, invece di costruirsi subito un palazzo, prese alloggio presso l'arcivescovo; la sua prima preoccupazione fu militare, non l'abbellimento urbano[5]. Tra il 1564 e il 1566 gli architetti Orologi e Paciotto innalzarono la nuova Cittadella, costruita in soli due anni[1]. Emanuele Filiberto collocò la fortezza e la residenza ducale ai vertici opposti dell'antico castrum di Augusta Taurinorum: secondo MuseoTorino è la trasformazione urbanistica più rilevante del Cinquecento torinese, frutto di una politica che univa disegno della città e difesa[2].

La corte attirò artisti, letterati, musici, mercanti, appaltatori e studenti, e intorno al 1570 Torino contava circa 14.000 abitanti[5]. Con il duca e con il figlio Carlo Emanuele I anche l'Università visse una stagione di successo[6]: il duca aveva fondato uno Studio a Mondovì, trasferito poi a Torino nel 1566[3].

Lo Stato moderno

Il ducato uscito dalla guerra fu ricostruito da cima a fondo. Emanuele Filiberto sciolse gli Stati generali, che non furono più convocati, e trasformò l'aumento della gabella del sale in un'imposta fondiaria diretta, il tasso, simile alla taglia francese; conservò i grandi tribunali introdotti dai francesi ribattezzandoli Senato di Savoia e Senato di Piemonte, e poté contare su una milizia nazionale d'ordinanza di circa 22.000 uomini[1]. Nel 1560 stabilì che negli atti pubblici l'italiano e il francese prendessero il posto del latino[3]. Dalla Santa Sede ottenne l'unione dell'Ordine di San Maurizio con quello di San Lazzaro, con le relative ricche commende. Nuove fortezze sorsero a Nizza, Bourg-en-Bresse e Montmélian, nuove cittadelle a Mondovì e Santhià[1].

Verso i valdesi la sua politica oscillò. Nei primi anni, sollecitato dalla Santa Sede e da Filippo II, favorì la repressione; poi, il 5 giugno 1561, con l'accordo firmato nel castello di Cavour, le valli ottennero piena amnistia e libertà di culto, mentre fuori di esse restò la sola libertà di coscienza[1]. L'Enciclopedia Treccani lo descrive come piuttosto benevolo verso i valdesi[3]. Le sue lettere mostrano un sovrano restio alla repressione. A Madrid, nel 1565, scrisse che mandando a morte gli eretici sarebbero nati tumulti e sollevazioni, e che lasciandoli fuggire «non guadagniamo le anime e perdiamo le persone, facciamo disabitare il nostro Stato e popoliamo l'altrui»[1]. E a Roma:

«Castigarli tutti a me è impossibile, abbruciarne alcuni infiamma crudelmente gli altri alla vendetta.»

Emanuele Filiberto, lettera a Roma

La citazione è riportata nella voce di Enrico Stumpo del Dizionario Biografico[1].

La Sindone arriva a Torino

Nel 1578 l'arcivescovo di Milano Carlo Borromeo annunciò di voler andare a Chambéry per venerare la Sindone. Per abbreviargli il viaggio il duca fece portare la reliquia in Piemonte: il 9 settembre 1578 fu accolta al castello di Lucento e poi deposta nell'antica cappella ducale di San Lorenzo. Il 7 ottobre Borromeo partì da Milano a piedi, sotto la pioggia e facendo penitenza, e per tre giorni il telo fu mostrato alla folla[7].

Morte e memoria

Nell'agosto 1580 fu colpito da una forte febbre con edema alle gambe; ricevette l'unzione dall'arcivescovo Girolamo Della Rovere e morì poche ore dopo, a Torino, il 30 agosto. Lasciava al figlio Carlo Emanuele I uno Stato profondamente rinnovato e una struttura finanziaria solida[1].

Il suo ricordo più visibile è il monumento equestre in piazza San Carlo. Lo commissionò Carlo Alberto allo scultore Carlo Marochetti; eseguita tra il 1831 e il 1838, la statua fu fusa in Francia in due soli pezzi e inaugurata il 4 novembre 1838. Sui fianchi del basamento in pietra di Baveno due bassorilievi in bronzo raffigurano La battaglia di San Quintino e i Preparativi per la pace; il progetto prevedeva anche quattro figure allegoriche, eliminate per mancanza di fondi[8].

Pagine che rimandano qui

Cronologia

  • — Il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Marco Grimaldi presenta un'interrogazione parlamentare sulla vendita di ordini cavallereschi da parte della Real Casa di Savoia durante un evento a Torino, mentre in Regione Piemonte è contestata la partecipazione del vicepresidente Maurizio Marrone. → TorinoOggi TorinoToday
  • — Un evento al Lingotto e una cena di gala alla Reggia di Venaria per l'assegnazione di onorificenze dinastiche, con donazioni fino a 30mila euro, provoca una frattura pubblica in Casa Savoia tra Aimone di Savoia ed Emanuele Filiberto. → CronacaQui Torino CronacaQui Torino

Articoli collegati: Amedeo Avogadro, Assedio di Torino del 1706, Carlo Alberto, Casa Savoia, Piazza San Carlo, Vittorio Amedeo II

Fonti

  1. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  2. MuseoTorino
  3. Treccani – Enciclopedia on line
  4. Treccani – Dizionario di Storia
  5. MuseoTorino
  6. Università degli Studi di Torino
  7. La Voce e il Tempo
  8. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani

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