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Amedeo Avogadro

Aggiornato il 26 settembre 2026

Immagine dalla pubblicazione di Science History Institute
Dalla pubblicazione di Science History Institute

Amedeo Avogadro (Torino, 9 agosto 1776 – Torino, 9 luglio 1856), conte di Quaregna, fu fisico e chimico: nel 1811 formulò l'ipotesi secondo cui volumi uguali di gas diversi, alla stessa temperatura e pressione, contengono lo stesso numero di molecole[1][2]. Nato e morto nella capitale del Regno di Sardegna, insegnò all'Università di Torino e sedette per mezzo secolo nell'Accademia delle scienze cittadina; l'ipotesi, trascurata per mezzo secolo, fu riconosciuta nel suo pieno valore solo dopo la sua morte[2][3].

Da avvocato a fisico

Il padre, Filippo Avogadro conte di Quaregna, fece una brillante carriera giuridica e nel 1787 divenne presidente del Senato; la madre era Anna Maria Vercellone. Il cognome, spiega lo storico della scienza Marco Ciardi, deriva dalla progressiva alterazione dell'espressione latina de advocatis[1]. Amedeo frequentò le Scuole regie e poi la facoltà di legge: nel 1795 sostenne gli esami di licenza in diritto canonico e civile[1] e nel 1796 si laureò in giurisprudenza[4]. Esercitò per qualche tempo come avvocato in cause ecclesiastiche[3][2].

La svolta arrivò con la pila di Volta, che lo spinse a studiare le scienze per passione personale. Dal novembre 1800, pochi mesi dopo la vittoria napoleonica di Marengo, seguì le lezioni di fisica sperimentale di Anton Maria Vassalli-Eandi[1]. Nel 1803 presentò all'Accademia delle scienze di Torino un Essai analytique sur l'électricité: i revisori ne apprezzarono le riflessioni teoriche ma chiesero verifiche sperimentali, e il manoscritto restò inedito. L'anno seguente divenne comunque socio corrispondente dell'Accademia; nel 1806 fu nominato ripetitore di fisica al Collegio delle province e pubblicò il primo lavoro sul «Journal de physique» di Parigi[1].

Vercelli e l'ipotesi del 1811

Nel 1809 Avogadro ottenne la cattedra di fisica al Reale collegio di Vercelli, dove restò fino al 1819[1]. Fu lì che scrisse la memoria destinata a renderlo celebre, apparsa nel luglio 1811 sul «Journal de physique» (volume 73, pagine 58-76)[1][5]. Il problema da risolvere era come conciliare la teoria atomica di Dalton con la legge di Gay-Lussac, secondo cui i gas si combinano in rapporti di volume semplici. Avogadro propose che i gas, a parità di condizioni, contenessero in volumi uguali lo stesso numero di particelle, e che le particelle dei gas semplici non fossero atomi isolati ma unioni di due o più atomi[2][3]. L'Enciclopedia Italiana del 1930 riassumeva così il nucleo della proposta:

«le molecole delle quali si tratta nella prima legge, e che Avogadro denomina 'molecole integranti', non sono le ultime particelle della materia, ma divisibili ulteriormente in 'molecole elementari' (dette oggi atomi)»

Enciclopedia Italiana, voce «Avogadro, Amedeo», 1930

Il modello consentiva di calcolare i pesi molecolari delle sostanze allo stato gassoso[1]. Avogadro tornò sul tema con una seconda memoria, Mémoire sur les masses relatives des molécules des corps simples, consegnata al giornale nel gennaio 1814[1]. Nel 1815 sposò Anna Maria Felicita Mazzè[1].

La cattedra perduta e ritrovata

Nel novembre 1820 entrò all'Università di Torino come titolare della «fisica sublime», insegnamento di matematica superiore creato apposta per lui[1]. I moti del marzo 1821 cambiarono tutto: re Carlo Felice considerava l'ateneo un focolaio della rivoluzione, lo fece chiudere per un anno dal 15 settembre e il 23 luglio 1822 soppresse la cattedra. Avogadro ricevette una pensione di 600 lire e nel 1823 fu nominato mastro uditore alla Reale Camera de' conti[1][2]. In quegli anni costruì un «voltimetro moltiplicatore», strumento apprezzato da Hans Christian Ørsted e da Louis-Jacques Thénard[1].

Nel 1832 Carlo Alberto ripristinò la fisica sublime e la affidò in un primo tempo al matematico francese Augustin-Louis Cauchy, che la lasciò dopo circa un anno. Dal novembre 1834 la cattedra tornò ad Avogadro, che la tenne fino all'ultimo corso, nell'anno accademico 1849-1850[1]. Con il finanziamento del sovrano pubblicò fra il 1837 e il 1841 i quattro volumi della Fisica de' corpi ponderabili, ossia Trattato della costituzione generale de' corpi, con ricerche su capillarità, cristallografia e soprattutto fenomeni termici[1][2].

Lo scienziato al servizio dello Stato sabaudo

Come membro dell'Accademia delle scienze Avogadro esaminò oltre cento domande di privilegio industriale, l'equivalente dei brevetti: macchine per la filatura della seta, i torchi meccanici della stamperia Pomba, apparecchi aerostatici, sottomarini, battelli a vapore. Fece parte di diverse commissioni scientifiche del Piemonte, fra cui la Commissione superiore di statistica, e si occupò di ricerche meteorologiche[1]. Fu socio di numerose accademie italiane e straniere e fu stimato da Ørsted e da Michael Faraday[1]. Morì a Torino il 9 luglio 1856[1].

Il riconoscimento postumo

In vita l'ipotesi del 1811 rimase ai margini della chimica europea; secondo il Science History Institute di Filadelfia pesò anche la distanza dell'Italia dai grandi centri della disciplina, in Francia, Germania, Inghilterra e Svezia[5]. A riportarla al centro fu il chimico palermitano Stanislao Cannizzaro, che la insegnava già dal 1856 e la pose alla base del Sunto di un corso di filosofia chimica, pubblicato nel 1858 sul «Nuovo Cimento». Al congresso internazionale di chimica di Karlsruhe, dal 3 al 5 settembre 1860, Cannizzaro ebbe l'occasione di far conoscere il principio di Avogadro agli scienziati di tutta Europa[6]. Nel Sunto, riassume il Dizionario Biografico degli Italiani, Cannizzaro spiegava

«come dalla legge dei volumi di Gay-Lussac scaturì l'ipotesi di Avogadro»

Dizionario Biografico degli Italiani, voce «Cannizzaro, Stanislao»

Porta il suo nome anche il «numero di Avogadro», cioè il numero di molecole contenute in una grammo-molecola di qualsiasi sostanza, che permette di ricavare la massa di una singola molecola[2]. Torino ha celebrato più volte la memoria del 1811: le manifestazioni per il centenario si aprirono il 24 settembre 1911 all'Accademia delle scienze alla presenza del re Vittorio Emanuele III, e il bicentenario fu ricordato il 20 e 21 ottobre 2011 all'Accademia e all'Università del Piemonte Orientale, che porta il nome dello scienziato, con la presentazione di una biblioteca digitale dei suoi manoscritti e delle sue pubblicazioni[7]. Nella storia dell'ateneo torinese la sua laurea in legge del 1796 figura fra le date che l'università ricorda[4].

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Articoli collegati: Emanuele Filiberto, Norberto Bobbio, Politecnico di Torino, Università degli Studi di Torino, Vittorio Amedeo II

Fonti

  1. Treccani
  2. Treccani
  3. Science History Institute
  4. Università degli Studi di Torino
  5. Le Moyne College, Classic Chemistry
  6. Treccani
  7. Il Sole 24 Ore — 18 ottobre 2011

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