Amedeo Avogadro

Amedeo Avogadro (Torino, 9 agosto 1776 – Torino, 9 luglio 1856), conte di Quaregna, fu fisico e chimico: nel 1811 formulò l'ipotesi secondo cui volumi uguali di gas diversi, alla stessa temperatura e pressione, contengono lo stesso numero di molecole[1][2]. Nato e morto nella capitale del Regno di Sardegna, insegnò all'Università di Torino e sedette per mezzo secolo nell'Accademia delle scienze cittadina; l'ipotesi, trascurata per mezzo secolo, fu riconosciuta nel suo pieno valore solo dopo la sua morte[2][3].
Da avvocato a fisico
Il padre, Filippo Avogadro conte di Quaregna, fece una brillante carriera giuridica e nel 1787 divenne presidente del Senato; la madre era Anna Maria Vercellone. Il cognome, spiega lo storico della scienza Marco Ciardi, deriva dalla progressiva alterazione dell'espressione latina de advocatis[1]. Amedeo frequentò le Scuole regie e poi la facoltà di legge: nel 1795 sostenne gli esami di licenza in diritto canonico e civile[1] e nel 1796 si laureò in giurisprudenza[4]. Esercitò per qualche tempo come avvocato in cause ecclesiastiche[3][2].
La svolta arrivò con la pila di Volta, che lo spinse a studiare le scienze per passione personale. Dal novembre 1800, pochi mesi dopo la vittoria napoleonica di Marengo, seguì le lezioni di fisica sperimentale di Anton Maria Vassalli-Eandi[1]. Nel 1803 presentò all'Accademia delle scienze di Torino un Essai analytique sur l'électricité: i revisori ne apprezzarono le riflessioni teoriche ma chiesero verifiche sperimentali, e il manoscritto restò inedito. L'anno seguente divenne comunque socio corrispondente dell'Accademia; nel 1806 fu nominato ripetitore di fisica al Collegio delle province e pubblicò il primo lavoro sul «Journal de physique» di Parigi[1].
Vercelli e l'ipotesi del 1811
Nel 1809 Avogadro ottenne la cattedra di fisica al Reale collegio di Vercelli, dove restò fino al 1819[1]. Fu lì che scrisse la memoria destinata a renderlo celebre, apparsa nel luglio 1811 sul «Journal de physique» (volume 73, pagine 58-76)[1][5]. Il problema da risolvere era come conciliare la teoria atomica di Dalton con la legge di Gay-Lussac, secondo cui i gas si combinano in rapporti di volume semplici. Avogadro propose che i gas, a parità di condizioni, contenessero in volumi uguali lo stesso numero di particelle, e che le particelle dei gas semplici non fossero atomi isolati ma unioni di due o più atomi[2][3]. L'Enciclopedia Italiana del 1930 riassumeva così il nucleo della proposta:
«le molecole delle quali si tratta nella prima legge, e che Avogadro denomina 'molecole integranti', non sono le ultime particelle della materia, ma divisibili ulteriormente in 'molecole elementari' (dette oggi atomi)»
Il modello consentiva di calcolare i pesi molecolari delle sostanze allo stato gassoso[1]. Avogadro tornò sul tema con una seconda memoria, Mémoire sur les masses relatives des molécules des corps simples, consegnata al giornale nel gennaio 1814[1]. Nel 1815 sposò Anna Maria Felicita Mazzè[1].
La cattedra perduta e ritrovata
Nel novembre 1820 entrò all'Università di Torino come titolare della «fisica sublime», insegnamento di matematica superiore creato apposta per lui[1]. I moti del marzo 1821 cambiarono tutto: re Carlo Felice considerava l'ateneo un focolaio della rivoluzione, lo fece chiudere per un anno dal 15 settembre e il 23 luglio 1822 soppresse la cattedra. Avogadro ricevette una pensione di 600 lire e nel 1823 fu nominato mastro uditore alla Reale Camera de' conti[1][2]. In quegli anni costruì un «voltimetro moltiplicatore», strumento apprezzato da Hans Christian Ørsted e da Louis-Jacques Thénard[1].
Nel 1832 Carlo Alberto ripristinò la fisica sublime e la affidò in un primo tempo al matematico francese Augustin-Louis Cauchy, che la lasciò dopo circa un anno. Dal novembre 1834 la cattedra tornò ad Avogadro, che la tenne fino all'ultimo corso, nell'anno accademico 1849-1850[1]. Con il finanziamento del sovrano pubblicò fra il 1837 e il 1841 i quattro volumi della Fisica de' corpi ponderabili, ossia Trattato della costituzione generale de' corpi, con ricerche su capillarità, cristallografia e soprattutto fenomeni termici[1][2].
Lo scienziato al servizio dello Stato sabaudo
Come membro dell'Accademia delle scienze Avogadro esaminò oltre cento domande di privilegio industriale, l'equivalente dei brevetti: macchine per la filatura della seta, i torchi meccanici della stamperia Pomba, apparecchi aerostatici, sottomarini, battelli a vapore. Fece parte di diverse commissioni scientifiche del Piemonte, fra cui la Commissione superiore di statistica, e si occupò di ricerche meteorologiche[1]. Fu socio di numerose accademie italiane e straniere e fu stimato da Ørsted e da Michael Faraday[1]. Morì a Torino il 9 luglio 1856[1].
Il riconoscimento postumo
In vita l'ipotesi del 1811 rimase ai margini della chimica europea; secondo il Science History Institute di Filadelfia pesò anche la distanza dell'Italia dai grandi centri della disciplina, in Francia, Germania, Inghilterra e Svezia[5]. A riportarla al centro fu il chimico palermitano Stanislao Cannizzaro, che la insegnava già dal 1856 e la pose alla base del Sunto di un corso di filosofia chimica, pubblicato nel 1858 sul «Nuovo Cimento». Al congresso internazionale di chimica di Karlsruhe, dal 3 al 5 settembre 1860, Cannizzaro ebbe l'occasione di far conoscere il principio di Avogadro agli scienziati di tutta Europa[6]. Nel Sunto, riassume il Dizionario Biografico degli Italiani, Cannizzaro spiegava
«come dalla legge dei volumi di Gay-Lussac scaturì l'ipotesi di Avogadro»
Porta il suo nome anche il «numero di Avogadro», cioè il numero di molecole contenute in una grammo-molecola di qualsiasi sostanza, che permette di ricavare la massa di una singola molecola[2]. Torino ha celebrato più volte la memoria del 1811: le manifestazioni per il centenario si aprirono il 24 settembre 1911 all'Accademia delle scienze alla presenza del re Vittorio Emanuele III, e il bicentenario fu ricordato il 20 e 21 ottobre 2011 all'Accademia e all'Università del Piemonte Orientale, che porta il nome dello scienziato, con la presentazione di una biblioteca digitale dei suoi manoscritti e delle sue pubblicazioni[7]. Nella storia dell'ateneo torinese la sua laurea in legge del 1796 figura fra le date che l'università ricorda[4].
Pagine che rimandano qui
- Emanuele Filiberto
- Istituto Tecnico Industriale Statale Amedeo Avogadro
- Norberto Bobbio
- Novara
- Ospedale Maggiore della Carità di Novara
- Politecnico di Torino
- Università degli Studi di Torino
- Vercelli
Articoli collegati: Emanuele Filiberto, Norberto Bobbio, Politecnico di Torino, Università degli Studi di Torino, Vittorio Amedeo II