Vittorio Emanuele II
Vittorio Emanuele II di Savoia (Torino, 14 marzo 1820 – Roma, 9 gennaio 1878) fu l'ultimo re di Sardegna e il primo re d'Italia. Figlio di Carlo Alberto di Savoia Carignano e di Maria Teresa d'Asburgo Toscana[1], nacque a Palazzo Carignano, lo stesso edificio in cui era nato il padre e nel cui cortile, quarantuno anni più tardi, sarebbe stata proclamata l'Unità d'Italia[2]. Regnò da Torino dal 1849 al 1865, quando la capitale del nuovo Regno d'Italia fu trasferita a Firenze[3].
Formazione
I primi anni li trascorse in Toscana, dove il padre era stato allontanato per le simpatie liberali mostrate nei moti del 1821[1]. Il 16 settembre 1822, nella villa granducale di Poggio Imperiale, rischiò di morire in un incendio divampato nella zanzariera del suo letto: lo salvò la nutrice, Teresa Zanotti Racca, che pagò il gesto con la vita[3]. Nel 1830 re Carlo Felice affidò l'educazione dei principi al cavaliere Cesare Saluzzo di Menusiglio, che la impostò sull'esercizio fisico e sulla preparazione militare e rimase governatore fino al 1839[3]. Fu un percorso di studi di rigida disciplina, dal quale il futuro re uscì con poca inclinazione per i libri e con la passione, che conservò tutta la vita, per la montagna, la caccia, il gioco e i cavalli[1].
Il 12 aprile 1842, alla Palazzina di caccia di Stupinigi, sposò la cugina Maria Adelaide d'Asburgo, figlia dell'arciduca Ranieri. In dodici anni la coppia ebbe sette figli, tra cui Maria Clotilde (1843), il futuro re Umberto I (1844) e Amedeo (1845)[1].
Re di Sardegna: da Novara a Moncalieri
Salì al trono nel marzo 1849, quando Carlo Alberto abdicò dopo la sconfitta di Novara nella prima guerra d'indipendenza, e dovette trattare l'armistizio con il maresciallo Radetzky[1]. Pochi giorni dopo, il 29 marzo, spiegò al ministro inglese a Torino, sir Ralph Abercromby, come intendeva regnare[3]:
«Per me, voglio governare costituzionalmente, ma voglio far rispettare la legge, e perirò piuttosto che subire il giogo di un partito.»
La Camera, a maggioranza democratica, rifiutava però di ratificare la pace di Milano con l'Austria. Il 16 novembre sospese la discussione del trattato; il re la sciolse e il 20 novembre, dal castello di Moncalieri, firmò il proclama scritto da Massimo d'Azeglio, che definiva la Camera uscente ostile alla Corona e chiedeva agli elettori deputati disposti a chiudere la guerra[4][5]. Alle elezioni del 9 dicembre circa due terzi degli eletti si schierarono con il governo; la pace fu ratificata, insieme a un'indennità di guerra di 75 milioni di franchi[4]. Lo Statuto era rimasto in vigore, e da allora gli italiani presero a chiamarlo «re galantuomo»[3].
Con Cavour verso l'Unità
Gli anni seguenti furono quelli di Cavour, con cui il re ebbe un rapporto spesso conflittuale. Il Regno di Sardegna partecipò alla guerra di Crimea, che non portò ricompense concrete ma fece guadagnare al Piemonte molto credito diplomatico[1]. Nel 1858, dopo l'attentato di Felice Orsini a Napoleone III, Parigi pretese misure severissime contro la stampa repubblicana piemontese; il re scrisse al suo aiutante di campo, il generale Enrico Morozzo della Rocca, una lettera destinata a essere mostrata all'imperatore: gli chiedeva di riferire «qu'on ne traite pas ainsi un fidèle allié» e che del proprio onore rispondeva soltanto a Dio e al suo popolo[3]. Nel discorso della Corona del 10 gennaio 1859 il re pronunciò la frase destinata a restare: «non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi»[1]. Dopo la guerra del 1859 e la spedizione dei Mille, che aveva sostenuto, il 26 ottobre 1860 incontrò Garibaldi a Teano[3].
La legge del 17 marzo 1861 gli conferì il titolo di «Vittorio Emanuele II, re d'Italia per grazia di Dio e volontà della Nazione»[1]. L'Unità fu proclamata a Palazzo Carignano, nel cortile dove era stata allestita un'aula provvisoria per la Camera dei deputati[2]; la vecchia aula del Parlamento Subalpino aveva chiuso la sua ultima seduta il 28 dicembre 1860 alle 14.30, ora e data che l'orologio e il calendario dell'aula conservano tuttora[6].
L'addio a Torino
Con la Convenzione di settembre del 1864, stipulata con Napoleone III, l'Italia si impegnò a trasferire la capitale da Torino a Firenze. La città insorse: il 21 e 22 settembre l'esercito sparò sui dimostranti, soprattutto in piazza San Carlo, con 52 morti e 187 feriti; la Gazzetta del Popolo scrisse di «un macello di carne umana»[7]. Il 30 gennaio 1865 dame e gentiluomini diretti al ballo di corte a Palazzo Reale furono insultati per strada, e nel giugno 1865 la capitale passò a Firenze[3]. Dopo la presa di Roma del 20 settembre 1870 la capitale si spostò di nuovo; il 5 dicembre, aprendo la nuova legislatura, il re dichiarò: «con Roma capitale d'Italia ho sciolto la mia promessa e coronata l'impresa che, ventitré anni or sono, veniva iniziata dal mio magnanimo genitore»[1].
La Mandria e la «Bela Rosin»
Nel castello della Mandria, nel territorio di Venaria Reale, il re ebbe i suoi Appartamenti Reali, più di venti sale decorate su disegno dell'architetto di corte Domenico Ferri, che condivise con Rosa Vercellana, la «Bela Rosin»[8]. Nata a Nizza nel 1833[9], Rosa fu la sua compagna stabile, contessa di Mirafiori e Fontanafredda dal 1858 e, dal 7 novembre 1869, sua moglie morganatica[1]. Gli appartamenti della Mandria, restaurati con oltre cento opere d'arte e sessanta arredi recuperati, sono oggi visitabili nel circuito della Venaria Reale[8].
Poiché a Rosa non spettava la sepoltura riservata alle regine, i figli le fecero costruire tra il 1886 e il 1888 un mausoleo a pianta circolare che imita il Pantheon di Roma, su progetto di Angelo Demezzi, in strada Castello di Mirafiori, al confine con Nichelino; il Comune lo acquistò nel 1970[9].
Morte e memoria torinese
Morì a Roma il 9 gennaio 1878 per una febbre malarica[1]. Fu sepolto al Pantheon di Roma, uno dei soli tre Savoia che vi riposano, mentre la tradizione della dinastia voleva i re nella basilica di Superga, dove si trovano venti membri della Casa Savoia[10].
Torino ebbe in cambio un monumento. Il 23 gennaio 1878 Umberto I decise di finanziarlo con un milione di lire, anche per compensare la città della mancata sepoltura; al concorso, giudicato il 1º aprile 1879, arrivarono 46 bozzetti e 8 disegni. Vinse lo scultore genovese Pietro Costa; i lavori, cominciati nel 1882, si protrassero a lungo e l'opera fu inaugurata il 9 settembre 1899 sull'antica piazza d'Armi, all'incrocio tra corso Vittorio Emanuele II e corso Galileo Ferraris[11]. La statua del re, a capo scoperto, poggia su quattro colonne doriche; ai piedi, quattro figure femminili rappresentano Unità, Libertà, Fratellanza e Lavoro, e le aquile agli angoli reggono festoni con le date 1848, 1859, 1866 e 1870[11]. È il monumento più alto della città[12]. Le vicende del suo regno sono raccontate nelle sale del Museo nazionale del Risorgimento, a Palazzo Carignano, dove era nato[2].
Il presidio contro Roberto Vannacci davanti all'hotel NH Torino (18 settembre 2026)
Il 18 settembre 2026 l'arrivo a Torino dell'ex generale ed europarlamentare Roberto Vannacci, ospite di un convegno sulla sicurezza urbana organizzato dal sindacato di polizia Fsp presso l'hotel NH Torino, al civico 104 di corso Vittorio Emanuele II, è accompagnato da un presidio di circa un centinaio di persone promosso dal centro sociale Askatasuna insieme a collettivi e movimenti studenteschi, con l'adesione dell'Anpi e di numerose sigle sindacali e associative locali. Il corteo attraversa corso Vittorio Emanuele II tra corso Vinzaglio e corso Inghilterra, provocando rallentamenti al traffico e modifiche ai percorsi delle linee Gtt 55, 60, 68 e Star 1.
Il presidio contro Roberto Vannacci davanti all'hotel Nh (18 settembre 2026)
Il 18 settembre 2026 il tratto di corso Vittorio Emanuele II davanti all'hotel Nh, al civico 104, tra corso Vinzaglio e corso Inghilterra, è stato presidiato dalle forze dell'ordine in tenuta antisommossa e da un centinaio di manifestanti in occasione della visita di Roberto Vannacci; Gtt ha annunciato variazioni di percorso per le linee 55, 60, 68 e Star 1 che transitano sul corso.
Cronologia
- — L'arrivo a Torino di Roberto Vannacci per un convegno di un sindacato di polizia è accompagnato da un presidio in corso Vittorio Emanuele II e da contestazioni dell'Anpi e di sindacati e associazioni locali. → TorinoToday CronacaQui Torino
Articoli collegati: Carlo Alberto, Contestazioni per la visita di Roberto Vannacci a Torino (18 settembre 2026), Corso Vittorio Emanuele II, Massimo d'Azeglio, Roberto Vannacci, Torino
Pagine che rimandano qui
- Alessandro Antonelli
- Anpi
- Barolo (vino)
- Basilica di Maria Ausiliatrice
- Camillo Benso di Cavour
- Carlo Alberto
- Casa Savoia
- Castello di Moncalieri
- Chivasso
- Compagnia di San Paolo
- Contestazioni per la visita di Roberto Vannacci a Torino (18 settembre 2026)
- Corso Vittorio Emanuele II
- Cuneo
- Galleria Sabauda
- Galleria Subalpina
- Gran Madre di Dio
- Grattacielo Intesa Sanpaolo
- Il Torinese
- La Venaria Reale
- Lancia
- Massimo d'Azeglio
- Metropolitana di Torino
- Mole Antonelliana
- Mole24
- Moncalieri
- Museo Nazionale del Risorgimento Italiano
- Nichelino
- Novara
- Palazzo Carignano
- Palazzo Madama
- Palazzo Reale
- Parco nazionale del Gran Paradiso
- Pelagio Palagi
- Piazza Carlo Emanuele II
- Piazza Castello
- Piemonte
- Procura Generale della Repubblica presso la Corte d'Appello di Torino
- Regno di Sardegna
- Residenze sabaude
- Roberto Vannacci
Fonti
- Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
- Museo Nazionale del Risorgimento Italiano
- Treccani – Enciclopedia Italiana
- 150anni.it – Comitato per i 150 anni dell'Unità d'Italia
- Castello di Moncalieri
- Museo Nazionale del Risorgimento Italiano
- Città di Torino – Ufficio stampa — 20 settembre 2018
- La Venaria Reale
- MuseoTorino
- Il Mattino
- MuseoTorino
- MuseoTorino
- TorinoToday — 18 settembre 2026
- CronacaQui Torino — 18 settembre 2026
- Obiettivo News — 17 settembre 2026