Umberto I

Umberto I di Savoia (Torino, 14 marzo 1844 – Monza, 29 luglio 1900) fu il secondo re d'Italia, dal 1878 fino all'assassinio per mano dell'anarchico Gaetano Bresci. Figlio di Vittorio Emanuele II e di Maria Adelaide d'Austria, nipote di Carlo Alberto[1], principe della Casa Savoia, nacque e crebbe a Torino quando la città era ancora capitale del regno sabaudo. Il suo regno coincise con la Triplice alleanza, l'espansione coloniale e la stretta autoritaria di fine secolo[2].
Un principe educato alle armi
Crebbe con genitori poco presenti; aveva cinque anni quando il nonno abdicò, il 24 marzo 1849, e nel 1855 perse in pochi mesi la madre, la nonna e lo zio duca di Genova[1]. L'educazione fu soprattutto militare, affidata al generale Giuseppe Rossi, con maestri come Carlo Boncompagni e Pasquale Stanislao Mancini[2]. Il Dizionario Biografico degli Italiani lo descrive poco incline allo studio e restio a scrivere, riconoscibile per i grandi baffi e i capelli cortissimi, tagliati «all'umberta»; parlava pochissimo, e la voce roca e bassa lo faceva sembrare sempre adirato[1].
Nel 1866, durante la terza guerra d'indipendenza, comandò la 16ª divisione e ricevette la medaglia d'oro per il comportamento tenuto a Custoza[2]. A quel mondo restò legato per tutta la vita: al figlio, secondo un aneddoto riportato dal Post, avrebbe detto che per fare il re «basta saper fare la propria firma, leggere il giornale e montare a cavallo»[3].
Le nozze a Palazzo Reale
Nell'aprile 1868 sposò la cugina Margherita, nata a Torino il 20 novembre 1851, figlia primogenita di Ferdinando duca di Genova. L'atto nuziale fu sottoscritto il 21 aprile nella sala da ballo del Palazzo Reale di Torino; il giorno dopo seguirono il rito civile e quello religioso[4]. La coppia lasciò però presto la città: si stabilì a Napoli, dove l'11 novembre 1869 nacque l'erede Vittorio Emanuele, e dal gennaio 1871 a Roma[4][1]. Il matrimonio fu presto soltanto un'alleanza pubblica: secondo la biografia di Margherita, dopo appena due anni la principessa si era ritirata dal ruolo di moglie[4].
Re d'Italia, non «Umberto IV»
Alla morte del padre, nel gennaio 1878, salì al trono e il 17 gennaio giurò davanti alle Camere riunite[1]. Scelse di chiamarsi Umberto I e non Umberto IV, come avrebbe voluto la numerazione sabauda, per sottolineare il carattere ormai nazionale della dinastia[2]. Fu lui a decidere che Vittorio Emanuele II fosse sepolto a Roma e non a Torino[1]: i due re d'Italia e la regina Margherita riposano al Pantheon, mentre una ventina di membri della dinastia sono sepolti nella Basilica di Superga[5].
Nel governo del paese ebbe una concezione delle prerogative regie più autoritaria di quella del padre; appoggiò la Triplice alleanza con Austria e Germania, firmata il 20 maggio 1882, e la politica coloniale, fino alla disfatta di Adua del 1° marzo 1896[1][2]. Cercò di rendere popolare la monarchia viaggiando per le regioni e accorrendo nelle zone colpite da epidemie e calamità[2]. Durante il colera di Napoli del 1884 lasciò le manovre militari in Friuli per raggiungere la città colpita, con parole rimaste celebri:
«A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Andiamo a Napoli»
La frase è riportata nel Dizionario Biografico degli Italiani[1].
L'Esposizione del 1884 al Valentino
Lo stesso anno Torino ospitò l'Esposizione Generale Italiana, organizzata dalla Società promotrice dell'industria nazionale sotto il patrocinio del re. Aperta il 26 aprile e chiusa il 16 novembre 1884 al Parco del Valentino, su circa 440.000 metri quadrati, contò 14.237 espositori e circa tre milioni di visitatori[6]. Il 27 aprile Umberto e Margherita inaugurarono il Borgo Medievale, costruito per la mostra, acquistato dalla Città a fine manifestazione ed entrato nei Musei Civici nel 1942[7].
Attentati e fine di secolo
Il regno fu segnato da tre attentati. Il 17 novembre 1878 a Napoli Giovanni Passannante cercò di colpirlo con un pugnale; il 22 aprile 1897 fu la volta di Pietro Acciarito, poi condannato all'ergastolo[1]. Dopo la grave crisi economica degli anni 1888-1893, la monarchia sostenne la svolta autoritaria[2]. Nel maggio 1898 i moti di Milano contro il caro del pane furono repressi dal generale Fiorenzo Bava Beccaris con circa cento morti[3], e il re conferì al generale la croce di grand'ufficiale dell'Ordine militare di Savoia[1]. Aprendo la XXI legislatura nel giugno 1900 ribadì che era suo dovere difendere le istituzioni «da ogni pericolo che possa minacciarle»[1].
Monza, 29 luglio 1900
La sera del 29 luglio 1900, all'uscita dal concorso ginnastico della società «Forti e liberi» di Monza, Bresci, tornato dagli Stati Uniti, gli sparò da pochi passi più colpi di revolver mentre si trovava sulla carrozza scoperta[8][1]. Al processo dichiarò di aver maturato il proposito dopo i fatti di Milano, vedendo «premiare gli autori delle stragi di maggio anziché impiccarli»[8]. Il comunicato dell'agenzia Stefani riferì che l'attentatore aveva agito «in odio alla istituzione che il Re rappresenta»[3]. Condannato all'ergastolo dalla corte d'assise di Milano il 29 agosto, Bresci fu trovato morto nel carcere di Santo Stefano il 22 maggio 1901, ufficialmente suicida[8][1]. Sul luogo dell'attentato sorge dal 1910 la Cappella espiatoria di Monza[3].
Memoria
Il giudizio sul re rimase diviso: accanto all'immagine del sovrano accorso tra i colerosi di Napoli, lo storico Gaetano Salvemini scrisse nel 1947 che Umberto «faceva il tiranno nel senso classico della parola»[3]. Gli succedette il figlio Vittorio Emanuele III[3], padre di Umberto II, l'ultimo re d'Italia.
Pagine che rimandano qui
- Abbazia di Novalesa
- Biblioteca Reale di Torino
- Casa Savoia
- Emilio Salgari
- Esposizione internazionale dell'industria e del lavoro (1911)
- Il Po a Torino
- Monte Rosa
- Orbassano
- Ordine Mauriziano
- Parco del Valentino
- Sindone
- Stadio Filadelfia
- Umberto II
- Vittorio Emanuele II
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