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Umberto II

Aggiornato il 26 settembre 2026

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Dalla pubblicazione di AGI, 2026-06-10

Umberto II di Savoia (Racconigi, 15 settembre 1904 – Ginevra, 18 marzo 1983) fu l'ultimo re d'Italia. Figlio di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro, regnò dal 9 maggio al giugno 1946, poche settimane che gli valsero il soprannome di «re di maggio»[1][2]. Nato in una residenza piemontese della dinastia e vissuto da giovane ufficiale nel Palazzo Reale di Torino, è legato alla città anche dal suo testamento, che assegnò alla Santa Sede la Sindone e allo Stato l'archivio storico di Casa Savoia, destinato all'Archivio di Stato di Torino[2].

Racconigi e la formazione

Il principe nacque a Racconigi, nel Cuneese[1], dove sorge il castello che fu dei marchesi di Saluzzo, ricostruito nel Seicento su disegni di Guarino Guarini e trasformato in forme neoclassiche per volontà di Carlo Alberto a partire dal 1834[3]. Come erede al trono ricevette un'educazione rigorosa, secondo la tradizione della dinastia, affidata a precettori privati sotto la guida dell'ammiraglio Attilio Bonaldi; nel 1919 entrò nel Collegio militare di Roma e nel 1925 concluse gli studi all'Accademia militare[1].

Il giovane ufficiale a Palazzo Reale

Inviato a Torino come tenente del 91° reggimento della brigata Basilicata, si stabilì in un'ala del Palazzo Reale, che fece rimodernare secondo il gusto dell'epoca[1]. Negli stessi anni si preparava il matrimonio con la principessa Maria José del Belgio, figlia del re Alberto I. Il 24 ottobre 1929, a Bruxelles, durante una cerimonia legata al fidanzamento, l'antifascista Fernando De Rosa forzò il cordone delle truppe e gli sparò un colpo di pistola che andò a vuoto; il processo davanti alla corte d'assise di Bruxelles si chiuse nel 1930 con una condanna a cinque anni[4]. Le nozze furono celebrate a Roma l'8 gennaio 1930[1][2].

Il matrimonio ebbe un'eco torinese: in quell'occasione, nel 1931, la Sindone fu esposta al pubblico, e il principe la vide di nuovo nell'ostensione del 1933, indetta per l'Anno Santo straordinario. Fu l'ultimo Savoia ad assistere a un'ostensione del telo, allora ancora proprietà della famiglia[5].

Generale, maresciallo, luogotenente

Promosso generale nel 1931, fu trasferito a Napoli, dove rimase fino al 1935; nel 1942 ebbe il grado di maresciallo d'Italia[1]. All'entrata in guerra dell'Italia, nel giugno 1940, ricevette il comando delle armate schierate sul confine con la Francia, in un momento in cui l'esercito francese era ormai vicino al crollo[1]. Nella crisi del 25 luglio 1943, che portò alla caduta di Mussolini, non ebbe un ruolo attivo; dopo l'armistizio dell'8 settembre seguì la corte nel trasferimento a Brindisi[1].

Il 5 giugno 1944, il giorno dopo la liberazione di Roma, il padre gli affidò i poteri con il titolo di luogotenente generale del Regno, carica creata per l'occasione[2][6]. In questa veste, il 18 marzo 1946 firmò il decreto che fissava per il 2 giugno le elezioni dell'Assemblea costituente e il referendum sulla forma dello Stato[1].

Il re di maggio

Vittorio Emanuele III abdicò il 9 maggio 1946 e Umberto salì al trono[6]. Il referendum del 2 e 3 giugno diede la vittoria alla repubblica con uno scarto di circa due milioni di voti; il 10 giugno la Corte di cassazione lesse i risultati provvisori e rinviò al 18 giugno la proclamazione definitiva e l'esame dei ricorsi, mentre l'11 giugno a Napoli, in via Medina, gli scontri tra monarchici e repubblicani causarono nove morti e 120 feriti[7]. Nei giorni del passaggio, il 5 giugno, i cosiddetti gioielli della Corona furono depositati presso la Banca d'Italia. Il governatore Luigi Einaudi annotò nel diario il colloquio avuto con il sovrano[8]:

«Il Re mi riceve come al solito e forse un po' più serio, e mi comunica che in conseguenza degli avvenimenti egli desidera che le gioie così dette della corona non vadano immediatamente in mano ad un commissario (…) Egli desidera che esse siano depositate presso la Banca d'Italia per essere consegnate poi a chi di diritto»

Luigi Einaudi, diario, giugno 1946

Nel maggio 2025 il Tribunale civile di Roma ha stabilito che quei gioielli appartengono allo Stato e non agli eredi della famiglia[8].

All'alba del 13 giugno 1946 il Consiglio dei ministri attribuì provvisoriamente al presidente Alcide De Gasperi le funzioni di capo dello Stato. Umberto rispose con un proclama in cui accusava il governo di aver «compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale ed arbitrario, poteri che non gli spettano», e annunciava la partenza: «io lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori»[7]. Nel pomeriggio decollò da Ciampino a bordo di un Savoia-Marchetti diretto in Portogallo[7].

L'esilio a Cascais

Si stabilì a Cascais, vicino a Lisbona, con il titolo di conte di Sarre[2]. Dal 1947 visse separato dalla moglie[1]. La Costituzione repubblicana, con la XIII disposizione transitoria e finale, stabilì che «agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale» e avocò allo Stato i loro beni in Italia[9]. Umberto desiderava morire in patria, ma la norma non fu modificata in tempo[1]: morì in una clinica di Ginevra il 18 marzo 1983[1]. Gli effetti dei primi due commi furono annullati soltanto con una legge costituzionale pubblicata nella Gazzetta Ufficiale il 15 luglio 2002, che consentì il rientro dei discendenti[10].

La Sindone, l'archivio e la tomba

Con il testamento del 27 marzo 1981 Umberto dispose che, dopo la sua morte, la proprietà della Sindone passasse alla Santa Sede; la Chiesa accettò il lascito il 18 ottobre 1983 e il cardinale segretario di Stato ne diede comunicazione formale il 14 novembre successivo[5]. Il telo è rimasto a Torino, custodito nel Duomo[2]. Allo Stato lasciò invece l'archivio storico della dinastia, con la condizione che fosse conservato nell'Archivio di Stato di Torino[2].

Non riposa tra i sovrani sepolti nella basilica di Superga: la sua tomba è nell'abbazia di Altacomba (Hautecombe), nella Savoia francese, dove sono sepolti anche conti e duchi della casata e, accanto a lui, Maria José[11][10]. Per il figlio Vittorio Emanuele, morto a Ginevra il 3 febbraio 2024, furono invece disposti i funerali nel Duomo di Torino e la sepoltura, in forma privata, nella cripta reale di Superga[12]. Sul trono, prima di lui, lo avevano preceduto il bisnonno Vittorio Emanuele II e il nonno Umberto I.

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Fonti

  1. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  2. Treccani – Enciclopedia on line
  3. Treccani – Enciclopedia on line
  4. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  5. La Voce e il Tempo
  6. Treccani – Dizionario di Storia
  7. AGI — 10 giugno 2026
  8. Il Fatto Quotidiano — 15 maggio 2025
  9. Voci Costituzionali
  10. Il Post — 15 marzo 2023
  11. Il Mattino — 4 febbraio 2024
  12. Sky TG24 — 4 febbraio 2024

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