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Monte Rosa

Aggiornato il 26 settembre 2026

Immagine dalla pubblicazione di Il Post
Dalla pubblicazione di Il Post, 2023-09-11

Il Monte Rosa è il grande gruppo montuoso delle Alpi Pennine che segna lo spartiacque tra Italia e Svizzera: con la Punta Dufour supera i 4600 metri ed è, in Europa, secondo soltanto al Monte Bianco[1]. Il massiccio occupa circa 290 chilometri quadrati con un'altezza media di 2900 metri; sul versante italiano scendono quattro valli profonde, la Valle d'Ayas, la Val di Gressoney, la Valsesia e la Valle Anzasca[2]. Per il Piemonte è la montagna delle colonie walser, della prima alpinistica ottocentesca e della fisiologia d'alta quota nata all'Università di Torino; oggi è anche uno dei punti in cui meglio si misura il riscaldamento delle Alpi.

Il nome e le cime

Il colore non c'entra: nei documenti dei secoli XV e XVI la montagna compare come «Monte della Roisa», e il termine dialettale roiza o roise sembra indicare semplicemente il ghiacciaio[2]. Il massiccio è formato da rocce cristalline eruttive e metamorfiche[1]. Da ovest a est si allineano il Breithorn, il Castore, il Lyskamm, la Punta Gnifetti, la Punta Dufour e il Nordend, a cui si aggiungono la Piramide Vincent e la Punta Giordani[2]. Le quote variano di qualche metro secondo le misurazioni: la Treccani in linea attribuisce alla Punta Dufour 4637 metri e alla Punta Gnifetti 4554[1], l'Enciclopedia Italiana degli anni Trenta rispettivamente 4638 e 4559[2].

I ghiacciai maggiori stanno sul versante svizzero: il Gorner, che la vecchia Enciclopedia Italiana misurava in 67,3 chilometri quadrati e 14 chilometri di lunghezza, secondo delle Alpi, e il Findelen; sul versante italiano si contano i ghiacciai di Verra, del Lys e di Macugnaga[2].

Le valli dei Walser

A sud e a est del Rosa vivono le comunità walser, popolazioni di lingua tedesca partite dall'alto Vallese e diffuse nelle valli alpine a partire dalla prima metà del Duecento: Gressoney-La-Trinité, Gressoney-Saint-Jean e Issime nella valle del Lys, Macugnaga in Valle Anzasca, Alagna, Rima e Rimella in Valsesia[3]. La loro espansione demografica toccò il massimo nei primi decenni dell'Ottocento; poi il declino le ha ridotte a poche migliaia di persone, che conservano lingua, costumi e un'architettura riconoscibile e oggi vivono in larga parte di turismo[3]. Macugnaga, a 1327 metri nella Valle Anzasca, è una di queste colonie: fondata da coloni vallesani nel Duecento, vi si parla ancora un dialetto tedesco ed è oggi un noto centro turistico[4].

La conquista delle vette

La storia alpinistica del Rosa comincia dal versante valsesiano. Il 23 luglio 1801 Pietro Giordani, medico ad Alagna, salì verso la punta che porta il suo nome, anche se non è del tutto provato che ne abbia toccato la vetta; nel 1819 il gressonaro Nicola Vincent raggiunse la piramide oggi intitolata a lui e l'anno dopo, con Joseph Zumstein e altri, la Punta Zumstein[2]. Il protagonista più tenace fu il parroco di Alagna Giovanni Gnifetti: nel 1834 la sua comitiva si fermò poco oltre quota 4100 per il mal d'altitudine e per l'incauto consumo di alcolici; nel 1836, a mezz'ora dalla cima, il gruppo si accorse di aver dimenticato ramponi e piccozze; nel 1839 fu il maltempo a respingerlo[5]. Al quarto tentativo una spedizione di otto persone, due portatori compresi, partì l'8 agosto 1842 e il giorno seguente, il 9 agosto, toccò la punta del Segnale, la Signalkuppe, oggi Punta Gnifetti; due nipoti del parroco, il chierico G. Farinetti e G. Giordani, vi issarono una grande bandiera rossa visibile da tutta l'alta Valsesia[5][2]. Nel racconto di Gnifetti l'arrivo in vetta fu accolto da

«unanimi e spontanei […] evviva di Carlo Alberto e della Reale Famiglia Sabauda»

Giovanni Gnifetti, Nozioni topografiche del monte Rosa ed ascensioni su di esso, Torino, 1845

Il libro, stampato a Torino e più volte ristampato, è considerato un classico della fase pionieristica dell'alpinismo; il sacerdote vi appare liberale, sostenitore dell'istruzione e della parlata walser dei suoi parrocchiani[5]. L'evviva a Carlo Alberto e alla Casa Savoia, sovrani del Regno di Sardegna, è letto dal Dizionario Biografico come segno delle posizioni liberaleggianti del parroco[5].

La vetta più alta, la Punta Dufour, fu raggiunta nel 1848 da due guide di Zermatt e poi, il 31 luglio 1851, da una cordata inglese con quattro guide, di cui faceva parte Charles Hudson, morto in seguito sul Cervino; il Lyskamm cadde nel 1861[2]. Due anni più tardi, il 23 ottobre 1863, dopo la salita al Monviso dell'agosto, Quintino Sella, nato a Sella di Mosso nel Biellese, diede vita al Club alpino italiano[6]. La prima salita invernale del Rosa porta lo stesso cognome: la compì Vittorio Sella[2].

Il laboratorio più alto d'Europa

Nel 1893 sulla Punta Gnifetti fu inaugurata la Capanna Osservatorio Regina Margherita[1]; la regina vi pernottò il 18 e 19 agosto di quell'anno[2]. Negli ultimi anni di vita Margherita soggiornò sempre più a lungo tra Bordighera e Gressoney, ai piedi del massiccio[7]. Il rifugio divenne subito un centro di studio, soprattutto meteorologico[2]. A trasformarlo in laboratorio fu il fisiologo torinese Angelo Mosso, nato in città nel 1846 e titolare della cattedra di fisiologia all'università: nel 1895 vi fondò una stazione scientifica, seguita nel 1907 da un vero istituto al Col d'Olen[8]. Il suo libro Fisiologia dell'uomo sulle Alpi (Torino, 1897) è ricordato come l'atto di nascita della fisiologia d'alta quota, della medicina di montagna e della medicina aeronautica[8].

La stazione meteorologica della capanna, ferma dal 1958, ha ripreso le rilevazioni in forma automatica nel 2002 ed è gestita dall'Arpa Piemonte[9]. Anche lo studio dei ghiacciai ha un centro a Torino: il Comitato Glaciologico Italiano, attivo dal 1895 e dal 2025 trasformato in Fondazione Glaciologica Italiana, ha sede in corso Massimo d'Azeglio[10].

Il Rosa che si scalda

Tra il 4 e l'8 settembre 2023 la temperatura in cima al Rosa non scese sotto lo zero per quasi cinque giorni di fila, il periodo più lungo almeno degli ultimi vent'anni; il 6 settembre la capanna registrò 0,8 gradi[9]. Il Gorner, che all'inizio del Novecento superava i 67 chilometri quadrati[2], oggi ne misura circa 40 e ha perso in un secolo e mezzo circa il 40 per cento della superficie; nel giugno 2021 il progetto Ice Memory ha estratto dal Gorner carote di ghiaccio fino a 82 metri di profondità, che potrebbero custodire dati sul clima di diecimila anni fa, forse il ghiaccio più antico delle Alpi[11]. A fine gennaio 2023 è stata fotografata una grande spaccatura sulla calotta sommitale del Breithorn Occidentale, a 4165 metri; il glaciologo Giovanni Baccolo, parlando con la rivista del Club alpino italiano, ha spiegato che la frattura aveva

«isolato una grande porzione del ghiacciaio dal corpo principale, trasformandolo in un enorme seracco»

Giovanni Baccolo, glaciologo, a Lo Scarpone, ripreso da Il Post, 2023

Secondo il glaciologo la frattura dipende dall'accumulo di neve in quota e dal possibile passaggio del ghiacciaio da freddo a temperato, legato al riscaldamento globale[12].

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Articoli collegati: Biella, Umberto I

Fonti

  1. Treccani
  2. Treccani – Enciclopedia Italiana
  3. Treccani
  4. Treccani
  5. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  6. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  7. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  8. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  9. Il Post — 11 settembre 2023
  10. Fondazione Glaciologica Italiana (Comitato Glaciologico Italiano)
  11. Il Post — 9 maggio 2022
  12. Il Post — 16 febbraio 2023

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