Askatasuna

Askatasuna è il centro sociale autonomo nato nel 1996 con l'occupazione di un palazzo di proprietà comunale in corso Regina Margherita 47, nel quartiere popolare di Vanchiglia, a ridosso dell'università e del centro di Torino.[1] Il nome è la parola basca per «libertà».[2] Per quasi trent'anni è stato uno dei centri sociali più noti d'Italia e uno dei punti di riferimento della sinistra radicale torinese nella protesta contro la ferrovia Torino-Lione; nel dicembre 2025 l'edificio è stato sgomberato, dopo il fallimento di un tentativo di regolarizzazione avviato dal Comune.
L'occupazione del 1996
L'occupazione arrivò nel ciclo di espansione dei centri sociali italiani degli anni Novanta, nato dopo le proteste universitarie, lo stesso che vide sorgere Officina 99 a Napoli; a Torino esisteva già dagli anni Ottanta El Paso Occupato, e il primo centro sociale italiano era stato il Leoncavallo di Milano, nel 1975.[3] La palazzina pitturata di rosso di corso Regina Margherita divenne la sede di un collettivo dell'area autonoma.[1] Nel 2012 il giornalista Marco Imarisio, raccontando sul Corriere della Sera le diverse anime del movimento No TAV, definì Askatasuna «una scheggia degli anni Settanta arrivata intatta ai giorni nostri».[4]
Il legame con la Val di Susa
Il tratto che più ha definito Askatasuna è la partecipazione al movimento No TAV. Secondo Imarisio furono i suoi militanti a convincere i valligiani, che nel 1999 avevano scelto per la protesta una bandiera rossa, ad adottare un simbolo più neutro: da qui la bandiera bianca del movimento.[4] Nel 2011 lo stesso Imarisio scriveva che erano stati i militanti torinesi a portare la lotta contro l'alta velocità fuori dall'ambito locale della Val di Susa, e collegava il centro agli scontri di Roma del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 in piazza San Giovanni.[1] In quei giorni il sindaco Piero Fassino, cioè il rappresentante del Comune proprietario dell'edificio, osservò che eventuali operazioni di sgombero andavano gestite tenendo conto dei problemi di ordine pubblico che potevano creare.[1]
Il processo per associazione a delinquere
Un'inchiesta della Procura di Torino sulle proteste contro la Torino-Lione e sugli scontri con le forze dell'ordine – svolta tra il 2019 e il 2021 ed estesa a ritroso fino al 2009 – ha portato a processo 28 persone legate al centro sociale, al movimento No TAV e ad altre realtà cittadine. L'ipotesi iniziale di associazione sovversiva era stata riformulata in associazione a delinquere, contestata a 16 imputati; la Procura aveva chiesto in totale 88 anni di reclusione.[5] Il 31 marzo 2025 il tribunale, in primo grado, ha assolto tutti i 16 imputati dall'accusa associativa «perché il fatto non sussiste», tra loro lo storico militante Giorgio Rossetto, per il quale erano stati chiesti 7 anni; per i singoli episodi, con reati come violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento, le pene sono andate da cinque mesi a 4 anni e 9 mesi.[5] Le condanne sono state 18 e le assoluzioni 10.[6] Nelle motivazioni i giudici hanno osservato che l'impronta ideologica e le idee rivoluzionarie non bastano a dimostrare un comune programma criminoso e che le decisioni venivano prese in assemblea, non da una struttura gerarchica.[7] La Procura ha impugnato la sentenza chiedendo il riconoscimento dell'associazione a delinquere.[7] Il processo d'appello, per 25 imputati, di cui 16 di nuovo accusati di associazione a delinquere, si è aperto il 13 aprile 2026 e la Corte ha ammesso l'audizione di due nuovi testimoni della Digos; nessuna delle sentenze è definitiva.[8]
Il «bene comune» e lo sgombero
Nel gennaio 2024 il sindaco Stefano Lo Russo annunciò un percorso di coprogettazione per trasformare l'edificio in un «bene comune» «aperto a tutti, partecipato e condiviso con la città», sostenuto da un comitato di cittadini, docenti universitari e persone dello spettacolo; al festival organizzato dal centro nel 2023 erano intervenuti, tra gli altri, lo storico Alessandro Barbero e il fumettista Zerocalcare.[2] Il patto prevedeva che gli occupanti lasciassero l'edificio per le verifiche strutturali e che l'attività restasse limitata al piano terra, mentre i tre piani superiori, dichiarati inagibili, andavano liberati.[9] La scelta fu contestata da esponenti del governo e del centrodestra: il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi avvertì che l'operazione non doveva apparire come una legittimazione dell'occupazione[9], e il presidente della Regione Alberto Cirio commentò:[2]
«Dico solo che se non c'è legalità non ci dev'essere libertà»
L'accordo si è rotto il 18 dicembre 2025. Durante le perquisizioni legate all'assalto alla redazione della Stampa di fine novembre, per cui erano state denunciate 36 persone, e ai danneggiamenti alle OGR durante l'Italian Tech Week di ottobre, la polizia trovò sei persone che dormivano al terzo piano. Lo Russo dichiarò cessato il patto per il mancato rispetto delle condizioni e l'edificio fu sgomberato con circa 300 agenti arrivati da altre regioni; tre scuole della zona rimasero chiuse per 48 ore.[10] In serata circa mille persone si radunarono in presidio, e la polizia usò idranti e lacrimogeni.[10]
Dopo lo sgombero
Il 31 gennaio 2026 un corteo nazionale partito da Porta Susa, Porta Nuova e Palazzo Nuovo ha raggiunto corso Regina Margherita: circa duecento realtà tra collettivi e movimenti politici e sociali, 50.000 persone secondo gli organizzatori e 15.000 secondo la questura, con la partecipazione di Zerocalcare, Willie Peyote e dei Subsonica.[11] Alla fine del corteo un gruppo di circa mille persone secondo le forze dell'ordine (1.500 secondo altre fonti) si scontrò con la polizia per circa un'ora e mezza; un agente di 29 anni fu colpito a calci e pugni e con alcuni colpi di martello, e tre manifestanti furono arrestati con l'accusa di devastazione.[12] La presidente del Consiglio Giorgia Meloni visitò il poliziotto ferito con Cirio, e il ministro della Difesa Guido Crosetto parlò di oltre mille persone organizzate in modo militare.[12]
Il 1º maggio 2026 più di mille persone si staccarono dal corteo della festa dei lavoratori per raggiungere l'ex centro sociale, e furono fermate dalla polizia con idranti, cariche e lacrimogeni.[13] Nel giugno 2026 l'arcivescovo Roberto Repole, alla guida dell'arcidiocesi, parlando del disagio dei giovani torinesi ha osservato che le polemiche sulla violenza dei movimenti antagonisti hanno a volte distratto dai segnali di malessere che esprimono.[14]
Pagine che rimandano qui
- Contestazioni per la visita di Roberto Vannacci a Torino (18 settembre 2026)
- Movimento No TAV
- Roberto Vannacci
- Subsonica
- Torino
- Val di Susa
- Vittorio Emanuele II
Articoli collegati: Movimento No TAV, Val di Susa
Fonti
- Il Post (da Corriere della Sera, Marco Imarisio) — 18 ottobre 2011
- Il Post — 31 gennaio 2024
- Il Post — 28 agosto 2025
- Il Post (da Corriere della Sera, Marco Imarisio) — 3 marzo 2012
- Il Post — 31 marzo 2025
- Domani — 31 marzo 2025
- Il Fatto Quotidiano — 6 febbraio 2026
- Quotidiano Piemontese — 13 aprile 2026
- Il Post — 19 dicembre 2025
- Il Post — 18 dicembre 2025
- Open — 31 gennaio 2026
- Il Post — 2 febbraio 2026
- Il Fatto Quotidiano — 1 maggio 2026
- Il Fatto Quotidiano — 25 giugno 2026