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Movimento No TAV

Aggiornato il 26 settembre 2026

Immagine dalla pubblicazione di Il Post
Dalla pubblicazione di Il Post, 2024-10-03

Il movimento No TAV è il movimento popolare che dagli anni Novanta si oppone alla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità e alta capacità Torino-Lione nella Val di Susa. L'Enciclopedia Treccani lo definisce un «movimento socioterritoriale di opposizione al progetto TAV»[1]. Nato tra i comuni della valle, ha coinvolto nel tempo valligiani, amministratori locali, tecnici e militanti dei centri sociali di Torino, oggi riunisce almeno tre generazioni di attivisti, dai pensionati ai giovani dei campeggi studenteschi[2].

Le origini: dal rumore dei treni al comitato

Il progetto di una linea veloce tra Torino e Lione fu rilanciato alla fine degli anni Ottanta; l'opposizione organizzata comparve nel 1991 con il comitato Habitat, che riuniva Legambiente, il WWF locale e una sessantina di aderenti e si concentrava inizialmente sul rumore che il passaggio dei treni avrebbe prodotto in valle. Nel 1993 le varie sigle confluirono in un più ampio comitato contro l'alta velocità[1]. La prima manifestazione pubblica contro la TAV si tenne il 2 marzo 1995[2][3].

Con gli anni gli argomenti si allargarono: la presenza di amianto e uranio nelle rocce da scavare (nel 2004, dopo la proposta di interrare parte del tracciato, si discusse dell'amianto sotto il monte Musiné), le polveri dei cantieri, il costo complessivo dell'opera e la sua reale utilità per i traffici tra Italia e Francia[1][4]. Accanto al movimento lavorano la commissione tecnica Torino-Lione dell'Unione Montana Valle Susa, formata da professionisti, studiosi e docenti, e un gruppo di avvocati che assiste a titolo gratuito i militanti colpiti da multe, denunce e processi[2].

Venaus 2005 e l'Osservatorio

Il 2005 fu l'anno di massima tensione. A Venaus, dove era stato aperto un cantiere per i sondaggi, i valligiani furono decisivi nella cosiddetta battaglia di Venaus, quando rioccuparono il cantiere aperto nella notte dalle forze dell'ordine[3]; secondo Treccani le tensioni più forti seguirono lo sgombero del presidio, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre[1]. Dopo gli scontri il governo ritirò temporaneamente il progetto e creò un Osservatorio[2]: accanto alla commissione tecnica detta Rivalta nacque l'Osservatorio tecnico per il collegamento ferroviario Lione-Torino, noto come «Osservatorio Virano»; secondo Treccani la disputa andò comunque verso una polarizzazione sempre più netta delle posizioni[1].

Chiomonte e la stagione degli scontri

Il progetto fu poi rivisto: il piano descritto nel 2012 prevedeva di realizzare 29 degli 81 chilometri previsti, sfruttando in parte la linea storica[4]. Nel 2011, per ostacolare gli espropri, 1.054 persone acquistarono collettivamente un terreno nella zona di Susa interessato dall'opera[2]. Il 27 febbraio 2012, per protestare contro gli espropri nell'area del cantiere di Chiomonte, l'attivista Luca Abbà salì su un traliccio dell'alta tensione, fu colpito da una scarica elettrica e cadde da una decina di metri; fu trasportato in elicottero a Torino in gravi condizioni. Prima di salire aveva parlato al telefono con Radio Black Out[5]. Il giorno dopo i manifestanti che occupavano l'autostrada A32 all'altezza di Chianocco furono sgomberati dalla polizia con fumogeni e idranti e bloccarono di nuovo la carreggiata; il presidente della Regione Piemonte Roberto Cota ribadì che «l'opera va fatta»[6].

In quelle settimane il Corriere della Sera descriveva un movimento composto da tre anime: i valligiani, guidati tra gli altri dal bancario in pensione Alberto Perino; gli autonomi dei centri sociali, dal Takùma di Avigliana al torinese Askatasuna; gli anarchici. Circa ottomila abitanti partecipavano ai cortei pacifici, su sessantamila residenti dell'Alta e della Bassa valle, mentre agli scontri prendevano parte 400-500 persone[3]. Il movimento rivendica di essere per sua natura non violento, pur comprendendo gruppi che praticano lo scontro[4].

Il governo gialloverde e la città di Torino

La vicenda è tornata al centro della politica nazionale nel 2018. Il 29 ottobre il Consiglio comunale di Torino, a maggioranza Movimento 5 Stelle con la sindaca Chiara Appendino, approvò un ordine del giorno che chiedeva di «sospendere i lavori di costruzione in attesa di una nuova analisi sui costi e i benefici dell'opera»; secondo i calcoli riportati da Il Post, fermare la linea sarebbe costato tra i 2 e i 4 miliardi di euro, a fronte di circa 2,4 miliardi ancora da spendere[7]. Nel gennaio 2019 la commissione incaricata dal ministero dei Trasporti dell'analisi costi-benefici aveva concluso il lavoro, e si dava per quasi certo che i costi sarebbero risultati superiori ai benefici; il leader della Lega Matteo Salvini, alleato di governo dei Cinque Stelle, propose allora un referendum sull'opera[8]. Il rapporto tra il movimento e i Cinque Stelle si incrinò: nell'agosto 2018 Perino, in un'email a una lista riservata di attivisti, aveva scritto:

«I Si Tav e Telt fanno i fatti, vanno avanti e lanciano gli appalti. I Cinque stelle continuano a fare sterili proclami invece di fare atti amministrativi»

Alberto Perino, email agli attivisti No TAV, 2018

Il testo fu pubblicato da la Repubblica e confermato dallo stesso Perino[9]. I lavori proseguirono: oggi la sezione transfrontaliera di 65 chilometri, con il tunnel di base di 57,5 chilometri, è affidata alla società pubblica italo-francese TELT, che sul versante italiano ha cantieri a Chiomonte-Giaglione e San Didero[10].

Processi, presidi e festival

Le proteste hanno prodotto numerosi procedimenti giudiziari. Il più ampio, legato ad Askatasuna e al movimento No TAV, si è chiuso in primo grado il 31 marzo 2025: i sedici imputati accusati di associazione a delinquere sono stati assolti «perché il fatto non sussiste», mentre per singoli reati commessi durante le proteste in valle e a Torino ci sono state dieci condanne e diciotto assoluzioni. La procura aveva chiesto in totale 88 anni di carcere; l'ipotesi iniziale di associazione sovversiva era già caduta nella fase preliminare[11]. Le sentenze sono di primo grado.

Il movimento vive nei presidi permanenti di Vaie, Borgone Susa, San Giuliano, Venaus e dei Mulini della Val Clarea a Chiomonte, dove le bandiere vanno sostituite ogni sei mesi perché si scoloriscono[2]. Ogni estate il Festival Alta Felicità di Venaus si chiude con un corteo verso i cantieri: nel luglio 2025 una parte dei manifestanti sfondò le recinzioni a Chiomonte e San Didero e bloccò la A32[12]; il 25 luglio 2026, secondo gli organizzatori, al corteo parteciparono circa ventimila persone; negli scontri ai cantieri di San Didero e Chiomonte, secondo il sindacato di polizia Coisp, furono feriti almeno sessanta agenti, e una cinquantina i manifestanti[13]. Il portale del movimento, notav.info, raccoglie le notizie dei comitati e l'agenda dei presidi[14].

Per i militanti di lunga data l'arrivo dei più giovani è stato decisivo. «Senza i giovani probabilmente ci avrebbero preso per sfinimento», ha detto Loredana Bellone, sindaca di San Didero dal 2004 al 2019; un altro, Valter Di Cesare, riassume così l'orizzonte del movimento: «Non lo fermiamo, ma gli facciamo perdere tempo. E se non riusciremo a fermarlo noi, lo farà la montagna.»[2]

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Articoli collegati: Askatasuna, Sergio Chiamparino, Susa, Torino-Lione, Val di Susa

Fonti

  1. Treccani
  2. Il Post — 3 ottobre 2024
  3. Il Post (da Corriere della Sera, Marco Imarisio) — 3 marzo 2012
  4. Il Post — 29 febbraio 2012
  5. Il Post — 27 febbraio 2012
  6. Il Post — 28 febbraio 2012
  7. Il Post — 29 ottobre 2018
  8. Il Post — 11 gennaio 2019
  9. Il Post — 13 agosto 2018
  10. TELT
  11. Il Post — 31 marzo 2025
  12. Il Post — 26 luglio 2025
  13. Il Post — 25 luglio 2026
  14. NoTav.info

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