Barolo (vino)

Il Barolo è un vino rosso a denominazione di origine controllata e garantita prodotto esclusivamente con uve nebbiolo in undici comuni della provincia di Cuneo, sulle colline delle Langhe a sud di Alba: per intero a Barolo, Castiglione Falletto e Serralunga d'Alba, in parte a Monforte d'Alba, Novello, La Morra, Verduno, Grinzane Cavour, Diano d'Alba, Cherasco e Roddi.[1] Il consorzio di tutela lo presenta come il vino diventato nell'Ottocento «l'ambasciatore del Piemonte dei Savoia nelle corti di tutta Europa», da cui la formula «il re dei vini, il vino dei re».[2] La sua storia passa in gran parte da Torino: dalla corte sabauda, dal palazzo torinese dei marchesi Falletti, dal governo di Cavour.
Prima del Barolo
Il nebbiolo si coltivava in Piemonte da secoli, ma il vino che se ne ricavava era diverso da quello di oggi. Passando da Torino il 17-18 aprile 1787, Thomas Jefferson annotò nel diario di viaggio: «There is a red wine of Nebiule made in this neighborhood which is very singular. It is about as sweet as the silky Madeira, as astringent on the palate as Bordeaux, and as brisk as Champagne».[3] Un vino dunque dolce e vivace, lontano da quello attuale. Il testo sulla storia del Barolo pubblicato dal Comune di Grinzane Cavour descrive il Barolo di allora come probabilmente rosato e dolce, e colloca la svolta verso un vino «secco, con più colore e soprattutto adatto ad un certo invecchiamento» nei decenni centrali dell'Ottocento.[4]
I Falletti e Cavour
Nel 1814 i marchesi Carlo Tancredi Falletti di Barolo, nato nel 1782 a Palazzo Barolo a Torino, e la moglie francese Juliette Colbert, sposata a Versailles nel 1806, si stabilirono nel palazzo di famiglia in città. Giulia, come fu chiamata in Italia, intuì le possibilità dei vigneti di famiglia nelle Langhe: con il marito ampliò la Cascina del Pilone e fece scavare cantine sotterranee per vinificare il nebbiolo in modo controllato.[5] Secondo la tradizione conservata dalla cantina Marchesi di Barolo, la marchesa, sollecitata dal re Carlo Alberto ad assaggiare il suo vino, gli fece portare 325 «carrà», le botti da trasporto dell'epoca, una per ogni giorno dell'anno esclusi i quaranta di Quaresima.[5] A Torino Giulia di Barolo è ricordata soprattutto per l'impegno sociale: fu la prima in Italia a porre il problema delle carceri femminili e, morta senza eredi nel 1864, lasciò tutti i beni all'Opera Pia Barolo da lei costituita, che oggi come Opera Barolo ne continua le attività.[6]
Negli stessi anni Camillo Benso di Cavour fu sindaco di Grinzane dal 1832 al 1849 e nelle tenute di famiglia introdusse miglioramenti agricoli e la produzione di vini di qualità.[7] Fra il 1835 e il 1845 lavorarono nella zona, a Verduno nel castello acquistato da Carlo Alberto e a Grinzane nelle cascine di Cavour, due innovatori: il generale Francesco Staglieno e l'enologo francese Louis Oudart, che insisteva per ottenere vini secchi a fermentazione completa. Nell'inventario del 1847 delle cantine del castello di Grinzane compaiono, fianco a fianco, «il vino alla Staglieno» e «il vino alla francese».[4]
Anche casa Savoia entrò nel mondo del Barolo. Nel 1858 Vittorio Emanuele II acquistò la tenuta di Fontanafredda, a Serralunga d'Alba, e due anni dopo la passò ai figli avuti da Rosa Vercellana, la «Bela Rusin»; dal 1878 il figlio Emanuele Guerrieri, conte di Mirafiore, vi avviò la produzione di vini.[8][9] Passata nel 1932 al Monte dei Paschi di Siena, l'azienda tornò in mani piemontesi nel 2008 con Oscar Farinetti e i suoi soci.[8][9]
Le regole della denominazione
Il Barolo ebbe la DOC con decreto del 23 aprile 1966 e la DOCG con decreto del 1º luglio 1980. Il disciplinare impone almeno 38 mesi di invecchiamento, di cui 18 in legno, con uscita dal 1º gennaio del quarto anno dopo la vendemmia; per la Riserva i mesi salgono a 62. La resa massima è di 8 tonnellate d'uva per ettaro e il titolo alcolometrico minimo al consumo di 13 gradi.[1] Nel 2010 sono state delimitate le menzioni geografiche aggiuntive, le «MGA»,[2] un lungo elenco di nomi di vigneti e località che possono comparire in etichetta, come Cannubi, Brunate, Bussia, Cerequio, Monprivato e Rocche dell'Annunziata.[1] La cantina Marchesi di Barolo, di proprietà della famiglia Abbona dal 1929, vinificò separatamente i suoi cru storici Cannubi, Coste di Rose e Sarmassa già nel 1973.[5]
Tradizionalisti e modernisti
Dopo tre vendemmie difficili fra il 1975 e il 1977, in cui molti viticoltori furono costretti a vendere le uve ai mediatori a prezzi bassissimi, Elio Altare cominciò a vinificare in proprio e adottò la barrique, anche perché non aveva vino a sufficienza per riempire le botti grandi. Negli anni Ottanta lo seguirono Luciano Sandrone, Roberto Voerzio, Domenico Clerico, Elio Grasso e altri: i cosiddetti «Barolo Boys», contrapposti ai produttori fedeli alle grandi botti come Giovanni Conterno. La contesa ebbe anche un momento conciliante: dopo una degustazione comparativa organizzata a Torino da Carlo Petrini, Conterno ammise: «oggi abbiamo assaggiato degli ottimi Barolo».[10]
Il simbolo della parte opposta fu Bartolo Mascarello, morto nel 2005, custode di una cantina di Barolo la cui prima etichetta risale al 1918: rifiutava la barrique e continuava ad assemblare le uve di quattro vigne alla maniera langarola. Un'etichetta della cantina porta il motto «No barrique No Berlusconi». Alla vicenda è stato dedicato nel 2014 un film, Barolo Boys.[11]
Paesaggio, musei e mercato
Il 22 giugno 2014, a Doha, i paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato sono diventati il cinquantesimo sito italiano del patrimonio mondiale UNESCO; una delle componenti è la Langa del Barolo, con i comuni di Barolo, Castiglione Falletto, Grinzane Cavour, La Morra, Monforte d'Alba, Novello e Serralunga d'Alba.[12] Nel castello di Grinzane ha sede dal 1967 l'Enoteca Regionale Piemontese Cavour, la prima aperta in Piemonte;[7] nel castello comunale Falletti di Barolo il WiMu, museo del vino allestito da François Confino, affianca l'Enoteca Regionale del Barolo ospitata nelle cantine.[13]
Nel 2020 il Barolo contava circa 2.200 ettari di vigneto e circa 350 produttori, con una produzione annua intorno ai 14,5 milioni di bottiglie. Quell'estate, con i prezzi del vino sfuso crollati del 42% in un anno, l'assemblea respinse per 163 voti contro 70 la proposta del consorzio di accantonare parte della vendemmia.[14] Nel 2024 gli imbottigliamenti sono risaliti a 13,75 milioni di bottiglie (+3,8%), mentre il prezzo dello sfuso scendeva a 7,90 euro al litro e le scorte raggiungevano l'equivalente di 74,9 milioni di bottiglie.[15] Nel 2025 il presidente del Consorzio di tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, Sergio Germano, ha descritto i vini della denominazione come «parte integrante della tavola».[16]
Pagine che rimandano qui
- Alba
- Alessandro Antonelli
- Carlo Petrini
- Cimitero monumentale di Torino
- Furto di oltre tremila bottiglie di Barolo dalla cantina Conterno e Fantino di Monforte d'Alba (settembre 2026)
- Giovanni Bosco
- La voce di Alba
- Langhe
- Libreria San Paolo (Torino)
- Monferrato
- Museo Nazionale del Risorgimento Italiano
- Nebbiolo
- Pinocchio di Comencini in mostra a Torino
- Quadrilatero Romano
- Slow Food
Articoli collegati: Alba, Langhe, Monferrato
Fonti
- Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani
- Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani
- National Archives – Founders Online
- Comune di Grinzane Cavour
- Marchesi di Barolo
- WineNews
- Castello di Grinzane Cavour
- Unioncamere – Registro delle imprese storiche
- Fontanafredda
- Cronache di Gusto
- Aste Bolaffi
- Gazzetta d'Alba — 22 giugno 2014
- WiMu – Museo del Vino di Barolo
- Fondazione Qualivita — 15 luglio 2020
- ItaliaOggi
- Targatocn — 9 ottobre 2025