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Nebbiolo

Aggiornato il 26 settembre 2026

Immagine dalla pubblicazione di AIS Lombardia – Viniplus
Dalla pubblicazione di AIS Lombardia – Viniplus, 2008-01-23

Il nebbiolo è uno dei vitigni a bacca nera più antichi e pregiati del Piemonte: dalle sue uve nascono il Barolo e il Barbaresco nelle Langhe, il Gattinara nel Vercellese, il Carema nel Canavese, in provincia di Torino. Già nel 1934 l'Enciclopedia Italiana lo definiva «uno dei più pregiati vitigni da vino italiani» e ne dava per certa l'origine piemontese[1]. Le prime tracce scritte del nome riguardano proprio le vigne intorno a Rivoli, alle porte di Torino[2].

Il nome e la pianta

L'etimologia più accreditata lega il nome alla nebbia: gli acini, coperti da una pruina abbondante, sembrano appannati; un'altra spiegazione richiama la vendemmia tardiva, che nelle Langhe cade nella seconda metà di ottobre, quando arrivano le prime nebbie autunnali[3]. Giovanni Dalmasso, ampelografo, lo descriveva così nella voce dell'Enciclopedia Italiana:

«colore grigio azzurrognolo, molto pruinosi, quasi annebbiati (donde il nome)»

Giovanni Dalmasso, Enciclopedia Italiana, 1934, a proposito degli acini

È una varietà difficile. Germoglia presto e matura molto tardi, per cui teme le gelate primaverili e le piogge d'autunno[4]; chiede suoli calcarei e tufacei, colline esposte a sud o sud-ovest tra 200 e 450 metri di quota e buone escursioni termiche tra giorno e notte nella maturazione, e reagisce in modo marcato a ogni variazione di terreno e microclima, tanto che vigne vicine danno vini molto diversi[3]. Il vino ha un colore rubino poco carico che vira presto al granato e tannini abbondanti, che chiedono un lungo affinamento[4]. Iscritto nel Registro nazionale delle varietà di vite nel 1970, il nebbiolo occupa in Italia circa 5.540 ettari, soprattutto in Piemonte e in Lombardia; i biotipi storici sono tre, Lampia, Michet (dalle rese basse e dagli aromi intensi) e Rosé, dal colore più chiaro e ormai in via di scomparsa[4].

Sette secoli di documenti

Il nome compare, nelle forme «nebiolius» o «nibiol», in un documento del 1268 che menziona alcune vigne nei dintorni di Rivoli. Seguono un contratto albese del 1292, che impone di piantare filari di «vitibus neblorii», il testamento di Tommaso Asinari del 1295, un affitto del 1303 a Canale pagato ai conti Roero in «vino nebiolio», una citazione di «uva nubiola» nell'Astigiano nel 1324 e una a Pinerolo nel 1428[2]. Secondo Dalmasso, intorno al 1300 Pier de' Crescenzi lo ricordava già come vitigno coltivato e apprezzato nel territorio di Asti[1].

Nel 1606 Giovanni Battista Croce scrisse il trattato Della eccellenza e diversità de i vini che nella Montagna di Torino si fanno: Croce, orafo e agronomo attivo nella Torino di Emanuele Filiberto e di Carlo Emanuele I, vi descrive i vitigni e le tecniche di vinificazione sperimentate nella sua vigna sulla collina torinese[5]; il nebbiolo vi è trattato con competenza e qualificato come vino «generoso, gagliardo»[2]. La collina era allora punteggiata di «vigne», case di campagna con terreni coltivati a vite: nel 1790 l'architetto Amedeo Grossi, nella Corografia del territorio di Torino, vi registrava 483 ville[6].

Sull'origine genetica ha lavorato un gruppo del CNR e dell'Università di Torino (Anna Schneider, Paolo Boccacci, Roberto Botta), i cui risultati sono stati pubblicati nel 2006: la freisa risulta un possibile genitore del nebbiolo, e sei delle dieci varietà a esso più vicine vengono dalla Valtellina, un indizio di origine lombarda che gli stessi studiosi considerano possibile ma non dimostrato[2].

Da vino dolce a Barolo

Fino all'Ottocento il nebbiolo delle Langhe era per lo più un vino dolce e frizzante, che si conservava male. La svolta si lega a Juliette Colbert, arrivata da Parigi nel 1814 come moglie del marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo: con l'enologo Paolo Francesco Staglieno introdusse tecniche francesi per ottenere un vino secco e da invecchiamento. Quando re Carlo Alberto chiese di assaggiarlo, la marchesa gli mandò 325 botti, una per ogni giorno dell'anno esclusi i quaranta della Quaresima; anche Cavour convertì le proprie cantine al nuovo metodo, e nel 1843 il vino prese il nome di Barolo[7].

Nel 1934 nacque il Consorzio di difesa dei vini tipici di pregio Barolo e Barbaresco; le due denominazioni ottennero la DOC nel 1966 e la DOCG nel 1980. L'attuale Consorzio di tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani conta oltre 500 soci, circa 10.000 ettari vitati in 96 comuni e 66 milioni di bottiglie l'anno[8]. Il 22 giugno 2014 la Langa del Barolo, le colline del Barbaresco e il castello di Grinzane Cavour sono entrati, con altre tre componenti tra l'Astigiano e il Monferrato, nel patrimonio mondiale dell'UNESCO come «Paesaggi vitivinicoli del Piemonte»[9].

Spanna, Chiavennasca, Picotener

Fuori dalla provincia di Cuneo il vitigno cambia nome: è spanna sui colli di Gattinara e in altre zone della provincia di Vercelli, chiavennasca in Valtellina, in provincia di Sondrio[1], melasca nel Biellese, brunenta nell'Ossola e picotener nell'alto Canavese e in Valle d'Aosta[2].

A Carema, all'estremo nord del Piemonte, al confine con la Valle d'Aosta, il nebbiolo cresce tra 300 e 600 metri su terrazzamenti di pietra, allevato su pergole basse di castagno rette dai pilùn, colonne in pietra[10][11]. La Cantina dei produttori nacque nel 1960 per iniziativa di dieci viticoltori; oggi ha 101 soci, tutti agricoltori a tempo parziale, e non supera le 50.000 bottiglie l'anno da una denominazione di circa 15 ettari, lavorata interamente a mano. Nel 2024 i paesaggi terrazzati del Mombarone sono stati iscritti nel Registro nazionale dei paesaggi rurali storici[11].

Il nebbiolo e il clima

Il riscaldamento climatico ha aperto una discussione sulle zone di coltivazione. Nel gennaio 2024 il Consorzio propose, tra cinque modifiche ai disciplinari, di togliere il divieto di piantare nebbiolo da Barolo e Barbaresco sui versanti esposti a nord, precisando che la superficie totale non sarebbe aumentata[12]. Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, si oppose: a suo giudizio la proposta avrebbe comportato «il rischio del totale abbandono di altri vitigni e l'ulteriore compromissione della biodiversità»[13]. Nel giugno 2024 i produttori respinsero la modifica; il nuovo presidente del Consorzio Sergio Germano chiuse la discussione con le parole «Questione chiusa: le superfici non si toccano»[14].

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Fonti

  1. Treccani – Enciclopedia Italiana
  2. AIS Lombardia – Viniplus — 23 gennaio 2008
  3. Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani
  4. Quattrocalici
  5. Edizioni SEB27
  6. MuseoTorino
  7. Piemonte Italia (Regione Piemonte)
  8. Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani
  9. Regione Piemonte
  10. Cantina Produttori Nebbiolo di Carema
  11. Italia a Tavola — 21 maggio 2026
  12. ANSA — 26 gennaio 2024
  13. Slow Food — 11 marzo 2024
  14. Gambero Rosso — 20 giugno 2024

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