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Massimo d'Azeglio

Aggiornato il 26 settembre 2026

Immagine dalla pubblicazione di Museo Nazionale del Risorgimento Italiano
Dalla pubblicazione di Museo Nazionale del Risorgimento Italiano

Massimo Taparelli d'Azeglio (Torino, 24 ottobre 1798 – Torino, 15 gennaio 1866) fu pittore, romanziere e uomo politico del Risorgimento, presidente del Consiglio del Regno di Sardegna dal 1849 al 1852[1][2]. Torinese di nascita e di morte, guidò il governo negli anni difficili seguiti alla sconfitta di Novara, scrisse il proclama con cui Vittorio Emanuele II salvò lo Statuto e fu il predecessore diretto di Cavour alla guida del governo[1]. Oggi il suo nome è legato anche a una frase celebre, che però circola quasi sempre in una forma diversa da quella che scrisse.

Giovinezza tra Torino, Firenze e Roma

Era figlio del marchese Cesare d'Azeglio, figura di spicco del mondo cattolico torinese, e di Cristina Morozzo di Bianzè[1]; fu il più giovane dei figli della famiglia[3]. Dopo un lungo soggiorno della famiglia a Firenze tornò a Torino nel 1807 e da giovane servì come ufficiale nel reggimento Piemonte Reale Cavalleria, prima di lasciare la carriera militare e la vita dissipata che l'accompagnava, anche per l'influsso dell'amico professore Bidone[1]. Verso il 1820 si stabilì a Roma per studiare pittura e vi rimase circa un decennio, frequentando intellettuali e artisti; proprio lì ebbe le prime noie con la polizia pontificia, perché coinvolto nel processo Maroncelli[1][4].

Come pittore si dedicò soprattutto al paesaggio e alle scene storiche: tra i suoi quadri la Morte di Montmorency, una tela sulla morte di Leonida del 1823 e, molto più tardi, L'incontro di Ulisse e Nausica (1862); i piccoli paesaggi sono le opere più apprezzate dalla critica[1].

Milano, Manzoni e i romanzi

Nel marzo 1831 si trasferì a Milano, entrò nella cerchia di Alessandro Manzoni e ne sposò la figlia Giulia[1]. Qui nacquero i romanzi storici che lo resero famoso: Ettore Fieramosca o La disfida di Barletta (1833), accolto da un successo clamoroso, e Niccolò de' Lapi ovvero I Palleschi e i Piagnoni (1841), che ebbe un'accoglienza più tiepida[1][2]. Il Fieramosca, racconto di cavalieri italiani che sfidano i francesi, girava perfino nei seminari[3]. Postumo, nel 1871, uscì il romanzo incompiuto La Lega Lombarda[5].

Dalla Romagna a Carlo Alberto

Dal 1° settembre 1845 percorse la Romagna pontificia per convincere i liberali ad abbandonare le cospirazioni in favore di un programma di riforme legali; rientrato a Torino, riferì al re Carlo Alberto, che lo ricevette in udienza il 12 ottobre 1845[1]. La risposta del sovrano, che d'Azeglio riportò, è rimasta tra i documenti più citati del Risorgimento piemontese:

«Faccia sapere a quei Signori che stiano in quiete e non si muovano, non essendovi per ora nulla da fare; ma che siano certi, che, presentandosi l'occasione, la mia vita, la vita dei miei figli, le mie armi, i miei tesori, il mio esercito, tutto, sarà speso per la causa italiana»

Carlo Alberto a Massimo d'Azeglio, 1845

Nel marzo 1846 uscì, stampato clandestinamente in Toscana, Degli ultimi casi di Romagna, pagine ostili alle sètte ma soprattutto al malgoverno pontificio[1][5]; seguì nel 1847 la Proposta di un programma per l'opinione nazionale italiana[2]. Nel 1848, l'anno dello Statuto, pubblicò a Firenze l'opuscolo Sull'emancipazione degli israeliti, che si apre con una domanda rivolta al lettore «sia egli debole o potente, grande o piccolo, principe o suddito, cattolico o protestante»: se il precetto della carità universale sia vero o falso[6].

La guerra e il governo (1848-1852)

Nella prima guerra d'indipendenza combatté come colonnello e fu ferito il 10 giugno 1848 a Monte Berico, nella difesa di Vicenza[1]. Dopo la disfatta di Novara e l'abdicazione di Carlo Alberto, il 7 maggio 1849 accettò la presidenza del Consiglio[1][4]. Il compito più urgente era far ratificare la pace di Milano con l'Austria, firmata il 6 agosto 1849, che imponeva un'indennità di guerra di 75 milioni di franchi; la Camera, a maggioranza democratica, la bloccava[7].

Il 16 novembre la discussione fu sospesa e il 20 novembre 1849 il re sciolse la Camera firmando, dal castello di Moncalieri, il proclama scritto da d'Azeglio, che definiva ostili alla Corona gli atti della Camera uscente e chiedeva agli elettori deputati disposti a chiudere la guerra[7]. Secondo la ricostruzione del castello, fu lo stesso d'Azeglio, come primo ministro, a suggerire al sovrano l'appello a un voto moderato e coscienzioso[8]. Alle elezioni del 9 dicembre circa due terzi dei deputati della nuova Camera, aperta il 20 dicembre, risultarono disposti a sostenere il governo[7]; secondo il suo biografo nel Dizionario Biografico degli Italiani, il proclama, che parve incostituzionale «alle vestali delle costituzioni», era invece «costituzionalissimo per le oneste intenzioni che lo avevano dettato»[1]. Tra i banchi dell'aula del Parlamento subalpino a Palazzo Carignano, oggi sala 16 del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, presero la parola Cavour, Gioberti e lo stesso d'Azeglio[9].

Il suo governo varò nel 1850 le leggi Siccardi, che abolirono il foro ecclesiastico e altri privilegi del clero[2][4]. Nello stesso anno chiamò nel ministero Camillo Benso di Cavour[4], che col tempo ne prese il posto: d'Azeglio si dimise il 22 ottobre 1852[1]. Sulle cause le fonti insistono su aspetti diversi: l'Encyclopaedia Britannica cita il disaccordo con Cavour, allora suo ministro delle Finanze[4]; altri il rifiuto del re di firmare la legge sul matrimonio civile già approvata dalla Camera e la difesa dell'autonomia del Parlamento[3].

Dopo il governo

Lasciata la guida del governo, secondo il biografo Walter Maturi d'Azeglio «non precedé più i fatti, ma li seguì»[1]. Nel 1855 succedette al fratello Roberto alla direzione della Pinacoteca di Torino, la raccolta voluta nel 1832 da Carlo Alberto e oggi nota come Galleria Sabauda[1][10]. In Senato sostenne la spedizione in Crimea voluta da Cavour; nel 1859 fu commissario straordinario in Romagna e dal 16 gennaio 1860 governatore di Milano, incarico da cui si dimise in dissenso con la politica verso il Mezzogiorno[1][2]. Sulla questione romana si scagliò contro quella che chiamava la «romanomania» degli italiani[1].

Negli ultimi anni visse a lungo a Cannero, sul lago Maggiore, dove dall'inizio del 1863 lavorò alle memorie[1][11]. Morì a Torino il 15 gennaio 1866 lasciandole incompiute[1][2][11]; uscirono l'anno seguente con il titolo I miei ricordi[2].

«Fare gli italiani»

Dalla prefazione dei Ricordi viene la frase per cui d'Azeglio è più noto, di solito citata come «Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani» o «Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani»[12][3]. Il testo stampato dice[13]:

«il primo bisogno d'Italia è che si formino Italiani dotati d'alti e forti caratteri. E pur troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gl'Italiani.»

Massimo d'Azeglio, I miei ricordi, 1867

Lo storico Christopher Duggan ha osservato che la frase viene per lo più letta come un appello a costruire un'identità nazionale, mentre d'Azeglio pensava soprattutto al carattere: liberare gli italiani da vizi come indisciplina, irresponsabilità, pusillanimità e disonestà, eredità di secoli di dispotismo[14].

Il nome a Torino

Nel 1882 il collegio municipale nato nel 1831 a Porta Nuova, poi Regio Collegio Monviso, prese il suo nome diventando il liceo classico Massimo d'Azeglio[15]. Nel 1897 un gruppo di studenti del liceo fondò la Juventus; tra gli anni Venti e Trenta vi studiarono, tra gli altri, Cesare Pavese e Norberto Bobbio[15].

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Articoli collegati: Castello di Moncalieri, Moncalieri, Residenze sabaude, Susanna Agnelli, Vittorio Emanuele II

Fonti

  1. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  2. Treccani – Dizionario di Storia
  3. L'Opinione delle Libertà — 29 luglio 2012
  4. Encyclopaedia Britannica
  5. Treccani
  6. Liber Liber
  7. 150anni.it – Comitato per i 150 anni dell'Unità d'Italia
  8. Castello di Moncalieri
  9. Museo Nazionale del Risorgimento Italiano
  10. Musei Reali Torino
  11. Liber Liber
  12. CNR – Almanacco della Scienza
  13. Internet Archive
  14. Il Piccolo — 24 maggio 2009
  15. Liceo classico Massimo d'Azeglio

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