Vittorio Alfieri

Vittorio Alfieri (Asti, 16 gennaio 1749 – Firenze, 8 ottobre 1803) fu il maggiore autore tragico italiano del Settecento, autore di diciannove tragedie, di trattati contro il dispotismo e di un'autobiografia, la Vita, che l'Enciclopedia Italiana giudica «artisticamente un capolavoro».[1][2] Nato ad Asti, si formò e divenne scrittore a Torino: nella capitale del Regno di Sardegna passò l'adolescenza in accademia, visse gli anni mondani della giovinezza e, nel 1775, portò in scena la sua prima tragedia. Poi scelse di lasciare il Piemonte per scrivere senza chiedere permesso al sovrano.[1]
Asti e la partenza per Torino
Il padre, Antonio Amedeo Alfieri, conte di Cortemilia, morì il 5 dicembre 1749, quando Vittorio non aveva ancora un anno; la madre, Monica Maillard de Tournon, di famiglia savoiarda, si risposò nel 1754 con Giacinto Alfieri di Magliano.[3] Nella Vita lo scrittore sbagliò di un giorno la propria data di nascita, aprendo il racconto così:[3]
«Nella città d'Asti in Piemonte, il dì 17 di gennaio dell'anno 1749, io nacqui di nobili, agiati, ed onesti parenti»
Degli anni astigiani ricordava un carattere «taciturno e placido per lo più; ma alle volte loquacissimo e vivacissimo; e quasi sempre negli estremi contrari».[3] Nel 1758 lasciò Asti per Torino: per volere del tutore, lo zio Pellegrino Alfieri, entrò nella Reale Accademia, un istituto destinato all'educazione dei paggi e dei nobili di corte.[3][1] Il viaggio in calesse gli lasciò un ricordo vivissimo: «Quel volar del calesse mi dava intanto un piacere, di cui non avea mai provato l'eguale».[4]
L'Accademia e i viaggi
All'Accademia seguì i corsi di grammatica, retorica, umanità e filosofia, e nel 1762 ottenne il titolo di «maestro dell'arti»; il giudizio che più tardi diede di quell'istruzione fu severissimo.[1] Uscito nel 1766 con il grado di portainsegna nel reggimento provinciale di Asti (nel 1774 sarebbe arrivato al grado di luogotenente, per poi dimettersi), cominciò subito a viaggiare.[1][2] Fra il 1766 e il 1772 percorse l'Italia, la Francia, l'Inghilterra, l'Olanda, la Svizzera, la Germania, la Danimarca, la Svezia, la Russia, la Spagna e il Portogallo, leggendo nel frattempo Voltaire, Rousseau, Montesquieu ed Helvétius.[1]
La casa di piazza San Carlo
Tornato dall'ultimo viaggio nel maggio 1772, «mise su casa a Torino con gran lusso» e si abbandonò alla vita di società.[2] La casa, arredata con magnificenza, era in piazza San Carlo: vi riuniva ogni settimana un gruppo di amici, una sorta di accademia domestica in cui si leggevano e discutevano le composizioni di ciascuno. Per quella cerchia scrisse in francese, fra la fine del 1773 e l'inizio del 1775, l'Esquisse du Jugement Universel.[1]
In quegli anni lo legò una relazione tormentata con la marchesa Gabriella Turinetti di Priè, più anziana di lui di una decina d'anni; il Dizionario Biografico degli Italiani la definisce «una pesante servitù amorosa piuttosto che una passione».[1] Proprio nella casa di piazza San Carlo si svolse l'episodio più noto della sua biografia: secondo la tradizione, tormentato da una passione d'amore, lo scrittore ormai adulto si fece legare alla sedia dal servitore Elia per costringersi allo scrittoio; l'aneddoto, spesso ambientato nell'infanzia astigiana, appartiene invece a questi anni torinesi.[5] Più tardi si riconobbe debitore soprattutto a due consiglieri, il padre Paolo Maria Paciaudi e il conte Agostino Tana, per l'avvio della sua opera di autore tragico.[1]
Cleopatra al Carignano
Il 16 giugno 1775 il teatro Carignano, ricostruito dalle fondamenta nella stagione 1752-53 dall'architetto regio Benedetto Alfieri, mise in scena con successo l'Antonio e Cleopatra, la prima tragedia del giovane conte, replicata per tre sere.[1][2][6] L'autore più tardi la ripudiò e la escluse dal proprio corpus tragico, ma da quel momento la scrittura divenne la sua occupazione.[1][2] Della propria condizione di allora disse di essersi trovato a dover «impazzire o scoppiare».[1] Il Teatro Stabile di Torino, che gestisce oggi la sala, apre con Carlo Goldoni e Vittorio Alfieri l'elenco di chi ne ha calcato il palcoscenico.[6]
«Spiemontizzarsi»
Per un nobile suddito del re di Sardegna ogni soggiorno all'estero richiedeva un'autorizzazione del sovrano. Dopo trattative iniziate nel marzo 1778, Alfieri cedette i beni feudali alla sorella Giulia riservandosi una pensione ridotta: la pratica gli permise di lasciare il Piemonte senza dover domandare ogni volta il permesso regio, ciò che talora chiamò «spiemontizzarsi» e, più precisamente, «disvassallarsi».[1]
A Firenze, nel 1778, conobbe Luisa di Stolberg-Gedern, contessa d'Albany, moglie del pretendente Stuart Carlo Edoardo, che divenne la compagna di tutta la vita.[1] Fra il 1776 e il 1786 scrisse diciannove tragedie, senza contare la ripudiata Cleopatra.[2] Tra queste Filippo, Antigone, Oreste, Saul e Mirra, pubblicate a partire dall'edizione di Siena del 1783; scrisse inoltre i trattati Della tirannide e Del principe e delle lettere e le Rime, la cui prima raccolta (1789) comprendeva 194 sonetti e 44 epigrammi.[1] Nelle tragedie la volontà indomabile si scontra con la tirannide, e l'odio per i tiranni e l'amore per la libertà repubblicana ne fecero un anticipatore delle istanze morali e politiche del Risorgimento; nel Misogallo raccolse invece prose e versi contro la Francia rivoluzionaria.[7]
Gli ultimi ritorni e la Vita
Dopo l'allontanamento da Roma nel maggio 1783 tornò per poco a Torino, dove assistette a una rappresentazione della sua Virginia, sentendosi ormai estraneo ai vecchi ambienti.[1] Fra il 1783 e il 1784 condusse da Londra all'Italia quattordici cavalli acquistati in Inghilterra, passando per Parigi, Lione e Torino e valicando il Moncenisio: la carovana arrivò alla Novalesa, in Val di Susa, con tutti gli animali sani. Lui stesso chiudeva la fila in sella al più piccolo e leggero, Frontino.[4]
Nel 1792 si stabilì a Firenze e dal 1793 abitò in palazzo Gianfigliazzi, sul Lungarno, dove rivide la Vita, iniziata nel 1790 e ripresa fra il 1798 e il 1803, e scrisse sei commedie.[1] Nell'introduzione all'autobiografia fissò il suo patto con il lettore:
«se io non avrò forse il coraggio o l'indiscrezione di dir di me tutto il vero, non avrò certamente la viltà di dir cosa che vera non sia»
L'amico torinese Tommaso Valperga di Caluso ne lodò la fedeltà: «meravigliosamente rassomigliante e fedele riesce l'immagine».[1][2] Alfieri morì a Firenze l'8 ottobre 1803; la contessa d'Albany affidò ad Antonio Canova il monumento funebre in Santa Croce, inaugurato nel 1810.[1]
La memoria in Piemonte
Nel 1949 Asti celebrò il bicentenario della nascita: il 9 aprile arrivò il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, e le compagnie del Piccolo Teatro di Milano e di Roma portarono in scena Filippo (regia di Orazio Costa), Oreste e Mirra.[5] La casa natale, Palazzo Alfieri, lasciata alla città dal mecenate Leonetto Ottolenghi nel 1904 e dichiarata monumento nazionale nel 1922, ospita dal 1937 il Centro di Studi Alfieriani, divenuto fondazione nel 2002, che dal 1951 pubblica l'edizione nazionale delle opere.[8] Chiuso nel 1996 per il degrado, il palazzo ha riaperto come museo il 12 maggio 2016; dal 16 gennaio 2017 sono visitabili anche le stanze private del poeta, e fra le opere esposte c'è il ritratto dipinto da Fabre nel 1797.[9]
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Fonti
- Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
- Treccani – Enciclopedia Italiana
- Astigiani — 13 settembre 2026
- Astigiani — 16 marzo 2025
- Astigiani — 16 settembre 2024
- Teatro Stabile di Torino
- Treccani – Enciclopedia
- Astigiani
- Astigiani — 30 novembre 2021