Grissino torinese

Il grissino torinese è il bastoncino di pasta di pane, sottile, asciutto e croccante, che la tradizione fa nascere a Torino alla fine del Seicento, alla corte dei Savoia. Il nome viene dal piemontese grissìn o ghersìn, derivato di ghersa, «fila»[1]; un'altra spiegazione lo collega al tedesco Griesschen[2]. Nato come pane da tavola, si è diffuso in tutta Italia e all'estero, dove spesso sostituisce il pane, e in italiano è diventato anche un modo di dire per una persona molto magra[2].
Un pane per il giovane duca
Il racconto delle origini ruota attorno a Vittorio Amedeo II, erede di Casa Savoia e da giovanissimo duca di salute fragile: magro, inappetente, spesso malato. Per indurlo a mangiare, il medico di corte Teobaldo Pecchio, originario di Lanzo, avrebbe fatto preparare bastoncini di pane friabili e leggeri. Mole24 colloca l'invenzione nel 1675 e la attribuisce al solo Pecchio[3]; la versione più diffusa indica invece il 1679 e affianca al medico il panettiere Antonio Brunero, che ne avrebbe curato la lavorazione[4]. Il motivo, secondo la tradizione, era la digeribilità: il pane dell'epoca, spesso poco cotto, restava pesante sullo stomaco del principe[5].
«Sapevate che i grissini sono nati a Torino? Creati dal panettiere di corte per Vittorio Amedeo II, che non digeriva il pane poco cotto dell'epoca.»
La citazione, uscita in un reportage sulla Torino gastronomica, riassume la versione che si racconta oggi ai visitatori[5]. Sulla storia si è innestata anche una lettura scherzosa: il duca, rinvigorito dai grissini, sarebbe cresciuto abbastanza «tosto» da resistere ai francesi nell'assedio di Torino del 1706 e diventare re[3].
Le date però non sono l'unico punto discusso. Un articolo della stessa testata ricorda una menzione del 1643 che situerebbe questi bastoncini nella zona di Chivasso, prima dell'arrivo a Torino con Brunero nel 1679[6]. Il paese del medico non ha dimenticato il suo concittadino: a Lanzo Torinese una targa ricorda la casa di Pecchio[4], e nel settembre 2026 il Comune ha avviato la procedura per intitolargli un vicolo, il «Vicolo Teobaldo Pecchio»[7].
«Le petit bâton de Turin»
Dalla corte il grissino passò rapidamente alle tavole della città e ai viaggiatori. Secondo la tradizione anche Napoleone Bonaparte ne fu un estimatore e lo chiamava «le petit bâton de Turin», il bastoncino di Torino[6]. Nell'Ottocento il grissino era ormai considerato uno dei prodotti che rappresentavano la terra piemontese, insieme al riso e al vino.
Lo dimostra un episodio del 1853. In piazza Paesana, l'attuale piazza Savoia, sorge l'obelisco che celebra le leggi Siccardi, con cui il Regno di Sardegna aveva abolito il foro ecclesiastico e altri privilegi del clero; l'iscrizione porta la data del 4 marzo 1853[8]. Sotto il monumento venne sepolta una cassa di legno con i numeri 141 e 142 della Gazzetta del Popolo, che aveva promosso la sottoscrizione, monete dell'epoca, un chilo di riso, una bottiglia di Barbera e un fascio di grissini: una piccola capsula del tempo in cui il riso, il vino e il pane stavano per i prodotti della regione[9].
Rubatà, stirato e parenti
Oltre al grissino stirato, la tradizione piemontese conosce il rubatà, legato soprattutto a Chieri. Nel 2015, durante la manifestazione dedicata alla Freisa, la città offriva i «tradizionali grissini Rubatà di Chieri» in abbinamento al vino locale e organizzava un laboratorio per imparare a farli, curato dalla Pro Chieri e dall'Associazione Panificatori Chieresi[10].
La famiglia si allarga oltre Torino. Nel Monferrato casalese si fa la grissia, pane a pasta dura con strutto e olio d'oliva, modellato in cilindretti di 25-30 centimetri e conservabile fino a quattro giorni: la Fondazione Slow Food, che l'ha inserita nell'Arca del Gusto, ipotizza che il nome richiami la crosta croccante del grissino, senza che l'origine sia certa[11]. In città il grissino entra anche in cucina come ingrediente: la grissinopoli, cotoletta di vitello impanata con i grissini torinesi, è citata fra i prodotti che la Denominazione Comunale istituita dal consiglio comunale il 14 giugno 2021 intende valorizzare[12].
Tra forno artigiano e industria
Accanto ai panettieri che lo fanno ancora a mano, il grissino ha una lunga storia industriale in Piemonte. Tra i 25 nuovi «Maestri del Gusto» scelti per il biennio 2021-2022 dalla Camera di commercio di Torino con Slow Food figura anche un panettiere specializzato in grissini colorati[13]. Il comparto ha conosciuto anche crisi: ad Alba il grissinificio Barbero fallì nell'estate del 2013; alla fine del 2014 una cinquantina di dipendenti vedeva scadere la cassa integrazione straordinaria, mentre una trentina era stata assunta da Nuova Unibread, che dal luglio 2013 gestiva tre sedi, fra cui Candelo e Garessio[14].
Un simbolo della città
Il grissino compare fra le specialità che Torino presenta ai visitatori: in occasione dell'Eurovision Song Contest 2022 la promozione turistica del Piemonte lo citò accanto al vermouth e ai gianduiotti[15]. Proprio perché è diventato un emblema, il grissino si presta anche all'ironia: nel 2017 il Fatto Quotidiano, raccontando il declino di Torino dopo la perdita del ruolo di capitale e il ridimensionamento della FIAT, titolò «Milano pigliatutto, a Torino restano solo i grissini (forse)»[16].
Più affettuosa la sintesi che La Stampa offriva ai visitatori del Salone del Gusto nel 2016, ricordando il vermouth di Carpano, Eataly e il bicerin: «Qui è nato il tramezzino e i grissini sono un altro dei nostri must», scriveva Rocco Moliterni[17].
Articoli collegati: Bicerin
Pagine che rimandano qui
Fonti
- Treccani
- Sapere.it (De Agostini)
- Mole24 — 29 settembre 2011
- Mole24 — 16 aprile 2026
- Slow Food (rassegna stampa, da «In Viaggio») — 1 ottobre 2016
- Mole24 — 20 maggio 2019
- Comune di Lanzo Torinese — 10 settembre 2026
- Mole24 — 21 maggio 2019
- Mole24 — 18 maggio 2012
- Slow Food (rassegna stampa, da Tigulliovino.it) — 1 giugno 2015
- Fondazione Slow Food
- CittAgorà – Consiglio comunale di Torino — 14 giugno 2021
- Slow Food — 19 novembre 2020
- Gazzetta d'Alba — 3 dicembre 2014
- TorinoClick – Città di Torino — 5 maggio 2022
- il Fatto Quotidiano — 18 settembre 2017
- La Stampa (rassegna stampa Slow Food) — 22 settembre 2016