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Primo Levi

Aggiornato il 26 settembre 2026

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Dalla pubblicazione di Prima Torino, 2026-09-18

Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) è stato un chimico e scrittore torinese, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz e autore di Se questo è un uomo. Nacque da Cesare Levi, ingegnere, e da Ester Luzzati, entrambi ebrei piemontesi[1]. Torino fu la sua città per tutta la vita: a parte la prigionia e un anno trascorso a Milano, visse sempre nello stesso appartamento di corso Re Umberto 75, nel quartiere della Crocetta[2].

Formazione e leggi razziali

Nel 1934 si iscrisse al ginnasio-liceo intitolato a Massimo d'Azeglio, dove si diplomò nel 1937; passò poi a chimica all'Università di Torino. Le leggi razziali del 1938 gli resero difficile trovare un relatore per la tesi, ma nel luglio 1941 si laureò con il massimo dei voti[1]. Nei suoi ricordi la biblioteca dell'istituto di chimica appare come un luogo quasi impenetrabile; per il lavoro di tesi trovò accoglienza presso l'Istituto di fisica sperimentale, sotto la guida di un assistente[2]. Nello stesso 1941 lavorò in una cava di amianto nella zona di Lanzo, e nel 1942 si trasferì a Milano, alla fabbrica farmaceutica Wander[3].

La Resistenza e la deportazione

Dopo l'8 settembre 1943 si unì a un gruppo partigiano in Valle d'Aosta[3]. Il 13 dicembre fu arrestato dalle milizie fasciste nei pressi di Saint-Vincent e alla fine di gennaio 1944 fu trasferito al campo di internamento di Fossoli, presso Carpi[1]. Nel viaggio da Aosta a Fossoli, a un tramonto d'inverno, il treno si fermò a Chivasso: dalla stazione Levi riuscì a vedere la Mole Antonelliana, e ricordò quel momento come lo strappo, l'addio alla città[2]. Il 22 febbraio 1944 partì da Fossoli con un convoglio di circa 650 ebrei italiani diretto ad Auschwitz[1].

Levi restò nel Lager fino alla liberazione da parte dell'Armata Rossa, il 27 gennaio 1945. Il ritorno fu lungo: rientrò a Torino il 19 ottobre 1945[1], arrivando alla stazione di Porta Nuova[2]. Quel viaggio attraverso l'Europa orientale sarà la materia de La tregua.

Il chimico di Settimo

Nel gennaio 1946 entrò alla fabbrica di vernici Duco-Montecatini; nel 1947 sposò Lucia Morpurgo[1]. Nel dicembre dello stesso anno fu assunto come chimico alla SIVA, industria di vernici nei dintorni di Torino, di cui divenne direttore tecnico e poi direttore generale; andò in pensione nel 1975 e rimase consulente per altri due anni[3]. Per anni fece la spola tra la Crocetta e lo stabilimento di Settimo Torinese, e proprio durante quei tragitti nacque lo pseudonimo «Damiano Malabaila», con cui firmò i primi racconti fantastici[2]. Nel 1986 lo scrittore americano Philip Roth, venuto a intervistarlo, visitò con lui la fabbrica di Settimo; il colloquio fu poi ripreso in parte da La Stampa[4].

La doppia identità di chimico e scrittore fu per lui un tratto costitutivo. In un'intervista a Giorgio Martellini del 1986 disse: «Mi sento un centauro. Perché doppio, ibrido, bifido. Sono italiano ed ebreo, chimico e scrittore»[2].

I libri

Se questo è un uomo uscì nel 1947 presso il piccolo editore De Silva e solo nel 1958 fu ripubblicato da Einaudi, che da allora ne ha fatto un classico[1]. Della scrittura di quei mesi Levi ricordò: «scrivendo trovavo breve pace e mi sentivo ridiventare uomo»[3]. Seguirono La tregua (1963, premio Campiello), Il sistema periodico (1975), in cui ogni capitolo prende il nome da un elemento chimico, La chiave a stella (1978, premio Strega nel 1979), il romanzo partigiano Se non ora, quando? (1982, premi Viareggio e Campiello) e infine il saggio I sommersi e i salvati (1986)[1].

Accanto ai libri c'è il lavoro di giornalista. Levi scrisse per quotidiani e riviste, ma soprattutto per La Stampa, dal 1964 al 1984; molti di quegli articoli confluirono in L'altrui mestiere, pubblicato da Einaudi nel 1985[5]. La collaborazione continuò fino al 1986, anno della raccolta Racconti e saggi[3].

La Torino di Primo Levi

La città attraversa tutta l'opera. Il saggio d'apertura de L'altrui mestiere è dedicato alla casa di corso Re Umberto: un edificio costruito in mattoni poco prima dell'avvento del cemento armato, con qualche dettaglio liberty alle finestre, uscito dai bombardamenti con qualche danno ai serramenti. Levi vi si paragona ai molluschi che, dopo la fase larvale, si fissano a uno scoglio e non si muovono più[6]. Nei suoi scritti compaiono il negozio di tessuti del nonno materno nella vecchia via Roma, il Caffè Fiorio di via Po, il Teatro Carignano, il Valentino dell'infanzia e un laboratorio della Crocetta, in un vicolo presso piazza della Crocetta[2]. A Giorgio De Rienzo, in un'intervista del 1978, dichiarò: «La mia adesione a Torino è totale: scriva pure che sono un inserito»[2].

La morte

La mattina dell'11 aprile 1987 Levi fu trovato senza vita nell'androne del palazzo di corso Re Umberto 75, ai piedi della tromba delle scale, dopo una caduta dal terzo piano[7]; la morte fu considerata un suicidio[1]. La notizia si diffuse rapidamente. L'amico Mario Rigoni Stern avanzò l'ipotesi che lo squillo del campanello del postino avesse risvegliato in lui la memoria delle sveglie del Lager[7].

L'eredità

Nell'aprile 2008 è nato a Torino il Centro Internazionale di Studi Primo Levi, che raccoglie le edizioni italiane e straniere delle sue opere, le traduzioni, la critica in più lingue e materiali audiovisivi, e offre consultazione e prestito[8]. Ha sede in via del Carmine 13; la Città di Torino vi partecipa con una quota del 28,99%, e dal luglio 2024 il consiglio è presieduto da Fabio Levi[9].

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Articoli collegati: Avigliana, Chivasso, Giulio Einaudi, Settimo Torinese, Stazione di Porta Nuova, Università degli Studi di Torino

Fonti

  1. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  2. MuseoTorino
  3. Centro Internazionale di Studi Primo Levi
  4. Futura News
  5. il Giornale — 24 agosto 2018
  6. Culture e Letterature Comparate — 1 giugno 2021
  7. Mole24 — 11 aprile 2015
  8. CoBiS – Coordinamento Biblioteche Speciali e Specialistiche di Torino
  9. Città di Torino

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