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Cesare Lombroso

Aggiornato il 26 settembre 2026

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Dalla pubblicazione di Il Post, 2024-12-01

Cesare Lombroso (Verona, 6 novembre 1835 – Torino, 19 ottobre 1909) è stato un medico, psichiatra e antropologo, considerato il fondatore dell'antropologia criminale. Arrivato a Torino nel 1876 come professore di medicina legale, vi trascorse gli ultimi trentatré anni di vita: nella città sabauda scrisse le edizioni successive de L'uomo delinquente, fondò il museo che ancora porta il suo nome e sedette in consiglio comunale. Le sue teorie sul «criminale nato» sono oggi considerate prive di fondamento, e proprio per questo la sua eredità torinese resta tra le più discusse della città.[1][2]

Dalla Verona ebraica all'esercito sardo

All'anagrafe si chiamava Ezechia Marco; nacque in una famiglia israelita, figlio di Aronne Lombroso e di Zefora Levi, e solo più tardi adottò il nome di Cesare.[1] Nel 1853 si iscrisse a medicina e chirurgia a Pavia, dove si laureò nel 1858 con una tesi sul cretinismo in Lombardia; completò la formazione a Padova e a Vienna.[1] Nel 1859 si arruolò volontario come medico nell'armata del Regno di Sardegna e nel 1862 fu mandato in Calabria durante la campagna contro il brigantaggio.[1] Fu negli anni dell'esercito che cominciò a raccogliere resti umani, primo nucleo delle collezioni future.[3]

Tornato a Pavia, dal 1863 tenne un corso libero di psichiatria e lavorò su pellagra e cretinismo; nel 1871 assunse la direzione del manicomio provinciale di San Benedetto a Pesaro.[1][4] Del 1864 è Genio e follia, ripubblicato in volume a Milano nel 1872 e più volte riedito.[2][1]

Il cranio di Villella e «L'uomo delinquente»

La svolta, nel racconto che Lombroso stesso ne fece, risale al 1870: esaminando il cranio del brigante calabrese Giuseppe Villella, trovò alla base una fossetta al posto della normale cresta occipitale.[1] Ne ricavò l'idea che il delinquente portasse sul corpo i segni di uno stadio più primitivo dell'evoluzione umana: la teoria dell'atavismo.[3][5] Il pensiero lombrosiano viene di solito riassunto con una frase a lui attribuita:[4]

«Il criminale è un essere atavistico che riproduce sulla propria persona i feroci istinti dell'umanità primitiva e degli animali inferiori.»

Frase attribuita a Cesare Lombroso

Per sostenerla Lombroso studiò forma e dimensioni del cranio di molti briganti uccisi nel Mezzogiorno e portati in Piemonte.[4] Nel 1876 uscì a Milano L'uomo delinquente; la quarta edizione, molto ampliata, fu stampata a Torino nel 1882 e quella definitiva, in quattro volumi, ancora a Torino nel 1896-1897.[1] Il libro lo rese famoso negli ambienti accademici internazionali come uno dei pionieri dell'antropologia criminale, e per un certo tempo le sue teorie ebbero grande influenza in Europa.[4][5]

La cattedra a Torino

Nel novembre 1876 Lombroso passò all'Università di Torino come professore ordinario di medicina legale.[1] Negli edifici centrali di via Po allestì un laboratorio di medicina legale e di psichiatria sperimentale.[1] Nel 1886 era anche medico delle carceri cittadine, dove poté intensificare gli studi sui detenuti.[6][4] Dal 1890 ebbe l'incarico di psichiatria, dal 1896 la cattedra ordinaria; nel 1907 ottenne quella di antropologia criminale.[1] L'Enciclopedia Italiana data invece questa nomina al 1905.[6]

Torino fu anche il centro della sua scuola. Nel 1880 fondò con Raffaele Garofalo l'Archivio di psichiatria, antropologia criminale e scienze penali; nel 1885 fu tra gli organizzatori del primo congresso di antropologia criminale, a Roma.[1] Nel 1893 pubblicò a Torino La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, scritto con il genero Guglielmo Ferrero; l'altro genero, Mario Carrara, gli succedette nel 1904 nell'insegnamento della medicina legale.[1] Del 1890 è Il delitto politico e le rivoluzioni.[6]

Socialismo, spiritismo, ultimi anni

Nel 1893 aderì al Partito socialista e dal 1902 al 1905 fu consigliere comunale della Città di Torino.[1] Nel 1906 fu nominato ispettore dei manicomi del Piemonte.[6] Negli ultimi anni lo scienziato materialista rivide le proprie idee sui fenomeni medianici, fino ad accettare l'interpretazione spiritistica: le Ricerche sui fenomeni ipnotici e spiritici uscirono a Torino nel 1909, dopo la sua morte.[6][1] Morì a Torino nella notte tra il 18 e il 19 ottobre 1909.[1][5]

Il museo del Palazzo degli Istituti Anatomici

La raccolta di crani, cervelli, fotografie e oggetti di detenuti ebbe riconoscimento ufficiale nel 1892 come Museo lombrosiano di antropologia criminale.[1] Nella forma attuale il Museo di antropologia criminale «Cesare Lombroso» è stato inaugurato dall'Università il 27 novembre 2009, a cento anni dalla morte[3]; ha sede nel Palazzo degli Istituti Anatomici, davanti al Parco del Valentino.[4] Conserva 684 crani, 183 encefali umani, 27 resti di scheletri, oltre mille fotografie, circa cinquecento coltelli e altri oggetti e decine di maschere mortuarie in cera e gesso.[3] L'inaugurazione suscitò in città polemiche per il timore che teorie ormai superate tornassero a diffondersi.[4]

Nel 2012 il Comune di Motta Santa Lucia, in provincia di Catanzaro, paese d'origine di Villella, e il Comitato No Lombroso accusarono il museo di detenere illegalmente il cranio e ne chiesero la restituzione; il comitato definiva il museo «osceno, inumano, razzista». In primo grado il tribunale di Lamezia Terme diede loro ragione, ordinando di riportare il cranio in Calabria; cinque anni dopo la decisione fu ribaltata in appello e nel 2019 la Corte di Cassazione negò la restituzione.[3] La curatrice Cristina Cilli sostiene che il museo «tocca temi ancora molto attuali» e fa notare che Lombroso non era razzista specificamente verso le persone del Sud, ma verso chiunque avesse tratti ritenuti non conformi.[3] Sulla scelta di esporre i resti umani, Alberto Garlandini, presidente della ICOM Foundation, ha ricordato:[3]

«I musei esistono perché la memoria della storia e del passato non vengano dimenticate, anche se questo tocca la sensibilità di qualche persona.»

Alberto Garlandini, intervistato da Il Post, 2024

Un'eredità respinta

Già nel Novecento l'insistenza di Lombroso sulle cause ereditarie del delitto fu abbandonata a favore dei fattori ambientali.[5] Oggi la scienza considera la sua antropologia criminale una pseudoscienza imparentata con la frenologia: condizioni ambientali e geni influiscono sull'aspetto fisico, ma questo non determina il comportamento.[4] Il museo torinese espone le sue raccolte per documentarne le ricerche, mettendo in evidenza le parti che si sono dimostrate erronee.[3]

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Fonti

  1. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  2. Treccani – Enciclopedia on line
  3. Il Post — 1 dicembre 2024
  4. Il Post — 4 aprile 2012
  5. Encyclopaedia Britannica
  6. Treccani – Enciclopedia Italiana

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