Cesare Lombroso

Cesare Lombroso (Verona, 6 novembre 1835 – Torino, 19 ottobre 1909) è stato un medico, psichiatra e antropologo, considerato il fondatore dell'antropologia criminale. Arrivato a Torino nel 1876 come professore di medicina legale, vi trascorse gli ultimi trentatré anni di vita: nella città sabauda scrisse le edizioni successive de L'uomo delinquente, fondò il museo che ancora porta il suo nome e sedette in consiglio comunale. Le sue teorie sul «criminale nato» sono oggi considerate prive di fondamento, e proprio per questo la sua eredità torinese resta tra le più discusse della città.[1][2]
Dalla Verona ebraica all'esercito sardo
All'anagrafe si chiamava Ezechia Marco; nacque in una famiglia israelita, figlio di Aronne Lombroso e di Zefora Levi, e solo più tardi adottò il nome di Cesare.[1] Nel 1853 si iscrisse a medicina e chirurgia a Pavia, dove si laureò nel 1858 con una tesi sul cretinismo in Lombardia; completò la formazione a Padova e a Vienna.[1] Nel 1859 si arruolò volontario come medico nell'armata del Regno di Sardegna e nel 1862 fu mandato in Calabria durante la campagna contro il brigantaggio.[1] Fu negli anni dell'esercito che cominciò a raccogliere resti umani, primo nucleo delle collezioni future.[3]
Tornato a Pavia, dal 1863 tenne un corso libero di psichiatria e lavorò su pellagra e cretinismo; nel 1871 assunse la direzione del manicomio provinciale di San Benedetto a Pesaro.[1][4] Del 1864 è Genio e follia, ripubblicato in volume a Milano nel 1872 e più volte riedito.[2][1]
Il cranio di Villella e «L'uomo delinquente»
La svolta, nel racconto che Lombroso stesso ne fece, risale al 1870: esaminando il cranio del brigante calabrese Giuseppe Villella, trovò alla base una fossetta al posto della normale cresta occipitale.[1] Ne ricavò l'idea che il delinquente portasse sul corpo i segni di uno stadio più primitivo dell'evoluzione umana: la teoria dell'atavismo.[3][5] Il pensiero lombrosiano viene di solito riassunto con una frase a lui attribuita:[4]
«Il criminale è un essere atavistico che riproduce sulla propria persona i feroci istinti dell'umanità primitiva e degli animali inferiori.»
Per sostenerla Lombroso studiò forma e dimensioni del cranio di molti briganti uccisi nel Mezzogiorno e portati in Piemonte.[4] Nel 1876 uscì a Milano L'uomo delinquente; la quarta edizione, molto ampliata, fu stampata a Torino nel 1882 e quella definitiva, in quattro volumi, ancora a Torino nel 1896-1897.[1] Il libro lo rese famoso negli ambienti accademici internazionali come uno dei pionieri dell'antropologia criminale, e per un certo tempo le sue teorie ebbero grande influenza in Europa.[4][5]
La cattedra a Torino
Nel novembre 1876 Lombroso passò all'Università di Torino come professore ordinario di medicina legale.[1] Negli edifici centrali di via Po allestì un laboratorio di medicina legale e di psichiatria sperimentale.[1] Nel 1886 era anche medico delle carceri cittadine, dove poté intensificare gli studi sui detenuti.[6][4] Dal 1890 ebbe l'incarico di psichiatria, dal 1896 la cattedra ordinaria; nel 1907 ottenne quella di antropologia criminale.[1] L'Enciclopedia Italiana data invece questa nomina al 1905.[6]
Torino fu anche il centro della sua scuola. Nel 1880 fondò con Raffaele Garofalo l'Archivio di psichiatria, antropologia criminale e scienze penali; nel 1885 fu tra gli organizzatori del primo congresso di antropologia criminale, a Roma.[1] Nel 1893 pubblicò a Torino La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, scritto con il genero Guglielmo Ferrero; l'altro genero, Mario Carrara, gli succedette nel 1904 nell'insegnamento della medicina legale.[1] Del 1890 è Il delitto politico e le rivoluzioni.[6]
Socialismo, spiritismo, ultimi anni
Nel 1893 aderì al Partito socialista e dal 1902 al 1905 fu consigliere comunale della Città di Torino.[1] Nel 1906 fu nominato ispettore dei manicomi del Piemonte.[6] Negli ultimi anni lo scienziato materialista rivide le proprie idee sui fenomeni medianici, fino ad accettare l'interpretazione spiritistica: le Ricerche sui fenomeni ipnotici e spiritici uscirono a Torino nel 1909, dopo la sua morte.[6][1] Morì a Torino nella notte tra il 18 e il 19 ottobre 1909.[1][5]
Il museo del Palazzo degli Istituti Anatomici
La raccolta di crani, cervelli, fotografie e oggetti di detenuti ebbe riconoscimento ufficiale nel 1892 come Museo lombrosiano di antropologia criminale.[1] Nella forma attuale il Museo di antropologia criminale «Cesare Lombroso» è stato inaugurato dall'Università il 27 novembre 2009, a cento anni dalla morte[3]; ha sede nel Palazzo degli Istituti Anatomici, davanti al Parco del Valentino.[4] Conserva 684 crani, 183 encefali umani, 27 resti di scheletri, oltre mille fotografie, circa cinquecento coltelli e altri oggetti e decine di maschere mortuarie in cera e gesso.[3] L'inaugurazione suscitò in città polemiche per il timore che teorie ormai superate tornassero a diffondersi.[4]
Nel 2012 il Comune di Motta Santa Lucia, in provincia di Catanzaro, paese d'origine di Villella, e il Comitato No Lombroso accusarono il museo di detenere illegalmente il cranio e ne chiesero la restituzione; il comitato definiva il museo «osceno, inumano, razzista». In primo grado il tribunale di Lamezia Terme diede loro ragione, ordinando di riportare il cranio in Calabria; cinque anni dopo la decisione fu ribaltata in appello e nel 2019 la Corte di Cassazione negò la restituzione.[3] La curatrice Cristina Cilli sostiene che il museo «tocca temi ancora molto attuali» e fa notare che Lombroso non era razzista specificamente verso le persone del Sud, ma verso chiunque avesse tratti ritenuti non conformi.[3] Sulla scelta di esporre i resti umani, Alberto Garlandini, presidente della ICOM Foundation, ha ricordato:[3]
«I musei esistono perché la memoria della storia e del passato non vengano dimenticate, anche se questo tocca la sensibilità di qualche persona.»
Un'eredità respinta
Già nel Novecento l'insistenza di Lombroso sulle cause ereditarie del delitto fu abbandonata a favore dei fattori ambientali.[5] Oggi la scienza considera la sua antropologia criminale una pseudoscienza imparentata con la frenologia: condizioni ambientali e geni influiscono sull'aspetto fisico, ma questo non determina il comportamento.[4] Il museo torinese espone le sue raccolte per documentarne le ricerche, mettendo in evidenza le parti che si sono dimostrate erronee.[3]
Pagine che rimandano qui
- Cimitero monumentale di Torino
- Edmondo De Amicis
- Mario Soldati
- Museo della Frutta Francesco Garnier Valletti
- Museo di Anatomia umana Luigi Rolando
- Università degli Studi di Torino
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