Archivio · Cronaca · Memoria Anteprima Torino, Italia

Carlo Levi

Aggiornato il 26 settembre 2026

Immagine dalla pubblicazione di Il Fatto Quotidiano
Dalla pubblicazione di Il Fatto Quotidiano, 2019-10-17

Carlo Levi (Torino, 29 novembre 1902 – Roma, 4 gennaio 1975) fu medico di formazione, pittore, scrittore e uomo politico. Cresciuto nella Torino di Piero Gobetti e di Felice Casorati, fu tra gli animatori di Giustizia e Libertà, conobbe il confino in Lucania e da quell'esperienza trasse Cristo si è fermato a Eboli, il libro che portò il Mezzogiorno contadino al centro della cultura italiana del dopoguerra.[1][2]

Una famiglia torinese e l'incontro con Gobetti

Nacque da Ercole Levi e Annetta Treves, in una famiglia della media borghesia ebraica torinese: il padre rappresentava una ditta inglese di tessuti, la madre era sorella del dirigente socialista Claudio Treves. Nel 1904 la famiglia si stabilì in una villa al numero 11 di via Bezzecca. Frequentò il liceo Alfieri e si iscrisse a medicina all'Università di Torino, dove si laureò nel 1924, collaborando poi con la clinica medica universitaria.[1] Dopo alcuni anni da assistente, però, la pittura e la scrittura presero il sopravvento sulla medicina.[3]

Decisivo fu l'incontro, nel novembre 1918, con Piero Gobetti. Sulla rivista gobettiana La Rivoluzione liberale Levi pubblicò il 27 agosto 1922 un articolo su Antonio Salandra.[1] Anni dopo, nei Quaderni di Giustizia e Libertà del 1933, avrebbe scritto:[1]

«Scrivere di Piero Gobetti, significa, per noi della nostra generazione, fare della autobiografia»

Carlo Levi, Quaderni di Giustizia e Libertà, 1933

Il pittore dei Sei di Torino

Nel 1923, per il tramite di Gobetti, conobbe Felice Casorati, che lo spinse a dedicarsi con più impegno alla pittura; tra i riferimenti di quegli anni c'erano anche Lionello Venturi ed Edoardo Persico. Esordì alla XIV Biennale di Venezia nel 1924 con il quadro Arcadia e dal 1926 i soggiorni a Parigi si fecero più frequenti.[1] Dal 1923 espose con regolarità in mostre italiane e straniere: la sua pittura reagiva al formalismo accademico del tempo riscoprendo la tradizione dell'impressionismo e del postimpressionismo francesi, in una pittura che l'Enciclopedia Italiana descrive come intensa e sensuale ma governata dalla ragione.[2]

Tra il 1929 e il 1932 fece parte del gruppo dei Sei pittori di Torino, che tenne la prima mostra alla galleria Guglielmi nel gennaio 1929; dal gruppo si staccarono presto Nicola Galante e Jessie Boswell, mentre Levi continuò a esporre con gli altri per due anni.[1]

L'antifascismo, gli arresti, il confino

Dopo le leggi eccezionali del 1926 partecipò con Mario Andreis, Riccardo Bauer e Nello Rosselli al progetto della rivista antifascista La Lotta politica, uscita in numero unico nell'aprile 1929.[3][1] Aderì a Giustizia e Libertà e nel 1932 contribuì a definirne il programma, firmando con Leone Ginzburg, sui Quaderni del settembre 1932, uno scritto sul concetto di autonomia nel programma del movimento. Tra il 1931 e il 1933, dai suoi soggiorni parigini, tenne i collegamenti tra gli antifascisti torinesi e i fuorusciti in Francia.[1][3]

Fu arrestato ad Alassio il 13 marzo 1934 e, rilasciato il 9 maggio, sottoposto ad ammonizione. Il 15 maggio 1935 fu arrestato di nuovo e condannato a tre anni di confino: il 3 agosto giunse a Grassano, in provincia di Matera, e il 18 settembre fu trasferito ad Aliano. Tornò libero il 20 maggio 1936, grazie ai provvedimenti di clemenza con cui il regime celebrò la conquista dell'Impero, dopo poco più di nove mesi trascorsi in Lucania.[1]

Francia, Firenze e il «Cristo»

Le leggi razziali del 1938 lo spinsero in Francia, da dove non poté rientrare nemmeno quando il padre morì, ad Alassio, il 24 settembre 1939. Tra settembre e dicembre di quell'anno, a La Baule, scrisse il saggio Paura della libertà, pubblicato solo nel 1946.[1] Dal 1941 visse a Firenze; fra il 26 giugno e il 26 luglio 1943 fu detenuto alle Nuove di Torino e alle Murate di Firenze; dopo l'8 settembre prese parte alla Resistenza fiorentina, vivendo nascosto in case di amici.[1][3] Nell'agosto 1944 fu condirettore de La Nazione del popolo per il Partito d'Azione, dal settembre 1945 diresse l'edizione romana de L'Italia libera.[1]

Cristo si è fermato a Eboli, scritto a Firenze tra il dicembre 1943 e il luglio 1944, uscì presso Einaudi nel settembre 1945 e fu subito un grande successo di pubblico e di critica. Italo Calvino lo definì «un tipo di libro raro nella nostra letteratura, inteso a proporre le grandi linee d'una concezione del mondo».[1] Una prima parte era apparsa sul primo numero de Il Ponte, la rivista fondata da Piero Calamandrei; il racconto di un Sud rimasto fermo in un altro tempo portò la questione meridionale nel cuore del dibattito politico italiano.[4]

Il dopoguerra e il Senato

Lasciato il Partito d'Azione nel febbraio 1946, si candidò all'Assemblea costituente nella circoscrizione Potenza-Matera, senza essere eletto; in quella campagna conobbe il poeta Rocco Scotellaro. Seguirono i libri di viaggio e di cronaca che Einaudi pubblicò a Torino: L'orologio (1950), Le parole sono pietre (1955), sulla Sicilia, Il futuro ha un cuore antico (1956), sull'Unione Sovietica, La doppia notte dei tigli (1959), Un volto che ci somiglia (1960) e Tutto il miele è finito (1964).[1][5]

Nel 1963 entrò in Senato come indipendente nelle liste del PCI, eletto nel collegio di Civitavecchia; nel 1968 fu confermato a Velletri e aderì al gruppo della Sinistra indipendente, mentre nel 1972 non fu rieletto. In aula intervenne sui problemi del Sud e sull'emigrazione, sulla guerra del Vietnam, sulla Primavera di Praga e sulla tutela dei beni artistici e del paesaggio.[1]

Gli ultimi anni e la memoria

Alla fine del 1972 un distacco della retina lo privò temporaneamente della vista: da quell'esperienza nacque Quaderno a cancelli, uscito postumo nel 1979. Morì a Roma il 4 gennaio 1975 e fu sepolto ad Aliano, il paese del confino.[1] Presentando la puntata di Eretici dedicata a lui dallo storico dell'arte Tomaso Montanari, Il Fatto Quotidiano lo ha definito «uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano, ma anche un bellissimo pittore».[4] Le sue opere restano nel catalogo Einaudi, l'editore torinese che nel 1945 ne aveva pubblicato il libro più noto.[5]

Pagine che rimandano qui

Fonti

  1. Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani
  2. Treccani, Enciclopedia Italiana
  3. ANPI
  4. Il Fatto Quotidiano — 17 ottobre 2019
  5. Giulio Einaudi editore

Categorie

Segnalate un errore.