Piero Gobetti

Piero Gobetti (Torino, 19 giugno 1901 – Parigi, febbraio 1926) è stato un giornalista, editore e scrittore politico, una delle voci più precoci e intransigenti dell'antifascismo liberale. In poco più di sette anni fondò tre riviste e una casa editrice che stampò oltre cento titoli, prima che la persecuzione fascista lo costringesse all'esilio, dove morì a ventiquattro anni.[1][2]
Dalla drogheria di via XX Settembre all'università
Era figlio unico di Giovanni Battista Gobetti e Angela Canuto, di famiglia contadina originaria di Andezeno, che a Torino gestivano una drogheria in via XX Settembre 60: in quello stesso stabile la famiglia abitava e più tardi avrebbe avuto sede la sua redazione.[1] Frequentò le elementari Pacchiotti, il ginnasio Balbo e il liceo Gioberti; nel 1918 si iscrisse a giurisprudenza all'Università di Torino, dove ebbe tra i maestri Luigi Einaudi e Francesco Ruffini, e si laureò nel giugno 1922 con una tesi sulla filosofia politica di Vittorio Alfieri.[1] Nel 1922 tracciò di sé un autoritratto asciutto:
«Credo di poter riconoscere le mie qualità più innate in una fondamentale aridezza e in una inesorabile volontà.»
Con la compagna di studi Ada Prospero, che sposò l'11 gennaio 1923, imparò il russo dall'esule Rachele Gutman: i due tradussero Andreev, Puškin e Kuprin, e gli scritti di Gobetti sulla rivoluzione sovietica uscirono poi nel volume Paradosso dello spirito russo (1926).[1]
Tre riviste in sette anni
Ancora liceale, nel novembre 1918 fondò con alcuni compagni il quindicinale studentesco Energie Nove, uscito fino al febbraio 1920 nel segno del rinnovamento culturale e della polemica contro il positivismo.[1][2] Dall'agosto-settembre 1920 frequentò la redazione dell'Ordine Nuovo di Antonio Gramsci e, dall'inizio del 1921 all'ottobre 1922, firmò sul quotidiano comunista centinaia di cronache letterarie e teatrali: fu il contatto con il movimento operaio torinese a staccarlo dal liberalismo del suo maestro Einaudi.[1] L'ANPI lo descrive come esponente della sinistra liberale progressista e ammiratore di Gramsci.[3]
Il 12 febbraio 1922 uscì il primo numero del settimanale La Rivoluzione Liberale, attorno al quale si raccolse un ampio gruppo di collaboratori: accanto a nomi già autorevoli, giovani amici come Giovanni Ansaldo, Natalino Sapegno e Carlo Levi, liberali come Filippo Burzio e innovatori democratici e socialisti come Carlo e Nello Rosselli.[1] Per Gobetti il Risorgimento era rimasto incompiuto perché non aveva trasformato la coscienza del Paese, e il fascismo ne rivelava i mali storici; il compito di continuarlo spettava a élite intellettuali e operaie capaci di suscitare energie vive.[4] Il 23 novembre 1922, poche settimane dopo la marcia su Roma, pubblicò l'Elogio della ghigliottina, in cui scriveva: «Chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro».[1][5] Il 23 dicembre 1924 nacque il terzo periodico, Il Baretti, dedicato alle lettere e alla cultura, che sopravvisse al suo fondatore.[1]
L'editore di Montale
Dal marzo 1923 Gobetti fu anche editore: con il marchio Piero Gobetti editore, poi Edizioni del Baretti, pubblicò in poco più di due anni oltre cento volumi, con autori come Salvemini, Einaudi e Vilfredo Pareto.[1] Nel 1925 stampò Ossi di seppia di Eugenio Montale.[1] Il suo libro più noto, La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, uscì nel 1924 presso Cappelli a Bologna e poneva il problema italiano come questione «non di autorità, ma di autonomia».[1] Nel dicembre 1924 promosse in varie città i Gruppi della Rivoluzione Liberale, sull'esempio di Salvemini.[1]
La persecuzione
Il 6 febbraio 1923 fu arrestato per presunte attività antinazionali e il 29 maggio fermato di nuovo, con perquisizioni.[1] Il 1° giugno 1924 Benito Mussolini telegrafò al prefetto di Torino di «rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore governo e fascismo».[1] Il 5 settembre 1924, dopo l'articolo Come combattere il fascismo, una squadra fascista lo aggredì e lo percosse.[1] Il 27 ottobre 1925 ricevette una diffida; l'8 novembre uscì l'ultimo numero della Rivoluzione Liberale e l'11 novembre un'ingiunzione prefettizia gli impose di cessare ogni attività giornalistica ed editoriale.[1] Secondo Il Post fu picchiato più volte su ordine diretto di Mussolini e si ammalò di cuore.[6]
L'esilio e la morte a Parigi
Il 28 dicembre 1925 nacque, nella nuova casa di via Fabro 6, il figlio Paolo.[2] Poche settimane dopo, l'8 febbraio 1926, Gobetti partì per Parigi con l'intenzione di proseguire all'estero il lavoro editoriale; due giorni dopo l'arrivo si ammalò di bronchite.[1] Secondo il Dizionario Biografico degli Italiani morì il 15 febbraio 1926 per le complicazioni sopravvenute[1]; l'ANPI e Il Post indicano il 16 febbraio.[3][6] Fu sepolto nel cimitero del Père-Lachaise.[1]
La casa di via Fabro e l'eredità
Ada Gobetti conservò nella casa di via Fabro 6 gran parte delle carte del marito, che nel 1961 divennero il nucleo del Centro studi Piero Gobetti: l'archivio conta circa 6.500 documenti tra quaderni, manoscritti, fotografie e lettere, e la biblioteca personale circa 3.000 volumi, con un forte nucleo di letteratura russa.[2] Tra i fondatori del Centro e suo primo presidente fu Norberto Bobbio.[7]
La sua lettura morale e rivoluzionaria del liberalismo, aperta al movimento operaio, pesò sul movimento Giustizia e Libertà e sul pensiero politico successivo.[4] Nei Quaderni del carcere Gramsci riconobbe ai gruppi gobettiani una funzione di «svecchiamento» della cultura.[1] Nel dopoguerra la Giulio Einaudi editore ha pubblicato i suoi scritti politici, storici e teatrali, le lettere con Ada e i carteggi, fino alla raccolta La democrazia da fare (2026).[8]
Pagine che rimandano qui
- Adriano Olivetti
- Carlo Levi
- Felice Casorati
- Gianni Rodari
- Giulio Einaudi editore
- Norberto Bobbio
- Teatro Gobetti
- Terra Madre Salone del Gusto