Giulio Einaudi editore

La Giulio Einaudi editore è una casa editrice nata a Torino il 15 novembre 1933, quando Giulio Einaudi, figlio dell'economista Luigi Einaudi, la fondò al terzo piano di via Arcivescovado 7: lo stesso palazzo che aveva ospitato la redazione dell'Ordine nuovo di Antonio Gramsci[1]. Attorno all'insegna dello struzzo si è formato per decenni il laboratorio in cui lavorarono Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Elio Vittorini, Italo Calvino e Norberto Bobbio, e da cui sono passate collane, riviste e grandi opere che hanno orientato la lettura in Italia[1].
Una classe del liceo D'Azeglio
Il gruppo dei fondatori veniva quasi per intero dal liceo classico D'Azeglio, dove il professore Augusto Monti aveva educato i suoi studenti alla cultura e alla libertà civile. Accanto a Giulio Einaudi, nato nel 1912 e anima imprenditoriale dell'impresa, c'erano Leone Ginzburg, primo direttore editoriale, Cesare Pavese, Norberto Bobbio e Massimo Mila; più tardi arrivarono Natalia Ginzburg e Giaime Pintor[2]. Ginzburg portava nella casa l'impronta liberale e gobettiana ereditata da Piero Gobetti; fra le collane fondative ci furono la «Biblioteca di cultura storica» e i «Saggi», questi ultimi avviati nel 1937[2][1].
La prima iniziativa di rilievo fu la nuova serie della rivista La Cultura (1934-35), che il banchiere Raffaele Mattioli aveva riportato in vita nel 1929 e anni dopo cedette a Einaudi insieme al suo marchio[1]. Dalla Cultura viene anche lo struzzo: l'impresa, tratta dal Dialogo delle imprese militari et amorose di Paolo Giovio (1559), era stata ideata per il romano Girolamo Mattei, capitano dei cavalli della guardia di papa Clemente, e porta il motto spiritus durissima coquit, che la casa editrice legge come la capacità di attendere il momento giusto per agire[2]. Pavese lo spiegò nell'Antologia Einaudi del 1948:
«Spiritus durissima coquit è il cartiglio che il vecchio struzzo, insegna delle edizioni Einaudi, porta intorno al capo.»
Sotto il fascismo e nella guerra
Il regime colpì presto. Nel 1934 Leone Ginzburg rifiutò il giuramento di fedeltà e perse l'insegnamento universitario; poche settimane dopo fu arrestato insieme a Carlo Levi, Augusto Monti e altri, condannato a quattro anni e liberato per amnistia il 13 marzo 1936[3]. Nel 1935 furono chiuse La Cultura e la Riforma sociale, e arresti toccarono collaboratori e lo stesso editore[1]. Da sorvegliato speciale, senza poter scrivere sui giornali, Ginzburg lavorò intensamente all'Einaudi con Pavese[3], assunto nella casa nel 1938[4].
Nel 1941 si aprì la sede di Roma e nacque un «direttorio» formato da Ginzburg, Pintor, Carlo Muscetta e Pavese[1], che dal gennaio 1943 guidò l'ufficio romano[4]. Dopo l'8 settembre 1943 la casa passò sotto il commissariamento della Repubblica di Salò; Giulio Einaudi riparò in Svizzera e poi rientrò combattendo nelle brigate garibaldine in Valle d'Aosta[1]. Pavese passò l'occupazione insegnando sotto falso nome in un collegio di Casale Monferrato[4]. Ginzburg, catturato a Roma il 20 novembre 1943 mentre dirigeva il foglio clandestino Italia Libera, fu trovato morto il 5 febbraio 1944 nell'infermeria del carcere di Regina Coeli[3].
Il dopoguerra: i mercoledì e le collane
Finita la guerra la redazione si distribuì fra tre città: Pavese a Roma, Vittorini a Milano con la rivista Il Politecnico, Massimo Mila a Torino[2]. Pavese, ormai considerato un direttore editoriale di grande autorità, con l'etnologo Ernesto De Martino creò la «collana viola» di etnologia, psicologia e storia delle religioni, con Jung, Lévy-Bruhl, Kerényi e Propp[4]. Nascevano intanto i «Coralli» e i «Millenni» (1947) e i «Supercoralli» (1948)[1], e la casa pubblicava le opere di Gramsci[2]. Dalla fine degli anni Quaranta le scelte si prendevano nel consiglio editoriale del mercoledì, al quale sedevano fra gli altri Felice Balbo, Franco Venturi, Natalia Ginzburg e Antonio Giolitti[1].
Italo Calvino, arrivato a Torino subito dopo la guerra, vi cominciò vendendo libri a rate e dal 1950 fu redattore e capo dell'ufficio stampa; le sue migliaia di lettere sono conservate nell'archivio della casa[5]. Del mestiere disse:
«Lavorando in una casa editrice, ho dedicato più tempo ai libri degli altri che ai miei. Non lo rimpiango: tutto ciò che serve all'insieme d'una convivenza civile è energia ben spesa»
Dopo la morte di Pavese nel 1950 il coordinamento passò a Luciano Foà, mentre Vittorini dirigeva «I gettoni» (1951-58), la collana che lanciò Beppe Fenoglio, Mario Rigoni Stern e Leonardo Sciascia[2][1]. Fra il 1954 e il 1957 una crisi finanziaria rese necessario un salvataggio con l'aiuto di Mattioli, e la casa divenne società per azioni con 4.300 sottoscrittori[1].
Gli anni della massima espansione
Gli anni Sessanta portarono la «Pbe» (1960), la «Nue» (1962), la «Collezione di poesia» (1964) e il «Nuovo Politecnico» (1965) di Giulio Bollati, mentre Vittorini e Calvino animavano la rivista Il menabò (1959-1967)[2]. Negli anni Settanta arrivarono «Gli struzzi» e i «Centopagine» di Calvino; la Storia d'Italia diretta da Ruggiero Romano e Corrado Vivanti superò le 100.000 copie, La storia di Elsa Morante ne vendette circa un milione e l'Enciclopedia in quindici volumi (1977-1982) oltre 35.000[2].
Crisi, commissariamento e nuova proprietà
Nel 1983 un grave squilibrio dei conti portò l'anno seguente al commissariamento governativo, affidato all'avvocato Giuseppe Rossotto; dal 1989 la casa fu rilevata da Electa e dal 1991 entrò nel gruppo Elemond, nato da Electa e Mondadori[1]. Secondo Il Post il passaggio decisivo fu l'acquisizione da parte del gruppo Mondadori di Silvio Berlusconi nel 1994, in un momento di difficoltà economica[6]. Anche negli anni della crisi nacquero «Microstorie», diretta da Carlo Ginzburg e Giovanni Levi, e «Scrittori tradotti da scrittori»[2]. Giulio Einaudi morì il 5 aprile 1999 a Poggio Sommavilla; nel 2003 fu costituita a Torino la Fondazione Giulio Einaudi[1].
Oggi
La guida degli ultimi decenni è legata a Ernesto Franco, entrato nel 1991 come editor di saggistica, direttore editoriale dal 1998 per il periodo più lungo della storia della casa e dal 2011 direttore generale per scelta del Gruppo Mondadori; nel 2023 lasciò la direzione editoriale a Paola Gallo e morì nel settembre 2024[6]. Nel 1996 è nata «Stile Libero», rivolta a un pubblico giovane; nel catalogo sono entrati premi Nobel come Coetzee, Pamuk, Vargas Llosa, Mo Yan, Munro, Modiano e Ishiguro[2]. Il catalogo cambia anche per sottrazione: nel 2024 i diritti di Philip Roth, pubblicato da Einaudi per oltre vent'anni, sono passati ad Adelphi, e le vecchie edizioni sono state ritirate dal mercato[7]. La casa continua a richiamarsi alla formula del fondatore[2]:
«È a questo principio della "religione della libertà" che ancor oggi la casa editrice si richiama, ben sapendo che i vari libri che essa pubblica sono al servizio di un sapere unitario e molteplice»
Norberto Bobbio ne diede la sintesi più breve: «È uno struzzo, quello di Einaudi, che non ha mai messo la testa sotto la sabbia»[2].
Pagine che rimandano qui
- Alba
- Antonio Gramsci
- Beppe Fenoglio
- Carlo Levi
- Cesare Pavese
- Compagnia di San Paolo
- Gianni Rodari
- Giulio Einaudi
- Italo Calvino
- Natalia Ginzburg
- Piero Gobetti
- Primo Levi
- Umberto Eco
Articoli collegati: Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Italo Calvino, Langhe, Natalia Ginzburg
Fonti
- Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
- Giulio Einaudi editore
- ANPI
- Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
- Il Post — 19 settembre 2025
- Il Post — 10 settembre 2024
- Il Post — 10 febbraio 2026