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Giulio Einaudi

Aggiornato il 26 settembre 2026

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Dalla pubblicazione di Il Post, 2012-10-26

Giulio Einaudi (1912-1999) è stato l'editore che a Torino, a ventun anni, fondò la casa editrice che porta il suo nome e la guidò per oltre mezzo secolo. Figlio dell'economista Luigi Einaudi, futuro presidente della Repubblica, riunì attorno a sé compagni di liceo e intellettuali antifascisti come Cesare Pavese e Norberto Bobbio, e fece della sua impresa, di ispirazione democratica e laica, uno dei centri della cultura italiana del Novecento[1][2].

La famiglia e il liceo D'Azeglio

Secondo il Dizionario Biografico degli Italiani nacque a Torino il 2 gennaio 1912, terzo figlio di Luigi Einaudi e di Ida Pellegrini, dopo i fratelli Mario e Roberto; l'Enciclopedia Treccani indica invece come luogo di nascita Dogliani, il paese delle Langhe legato alla famiglia[1][2]. Negli anni Venti frequentò il liceo-ginnasio Massimo d'Azeglio, dove ebbe come insegnante Augusto Monti, intellettuale antifascista. Attorno a Monti si formò una sorta di confraternita di ex allievi (Pavese, Leone Ginzburg, Bobbio e altri) che si ritrovava al caffè Rattazzi; gli studi universitari di Giulio, tra scienze naturali e medicina, furono invece discontinui[1].

Via Arcivescovado 7, 1933

Il 15 novembre 1933 fondò la Giulio Einaudi editore al terzo piano di via Arcivescovado 7, nello stesso palazzo che aveva ospitato la redazione dell'Ordine nuovo di Antonio Gramsci[1]. Nel gruppo dei fondatori, con Leone Ginzburg, Pavese, Bobbio e Massimo Mila, Giulio era l'anima imprenditoriale del progetto[3]. Ginzburg, che con lui aveva appena costituito la casa editrice, nel 1934 rifiutò il giuramento di fedeltà al regime e fu arrestato; tornato libero nel 1936, sotto sorveglianza speciale, lavorò intensamente all'Einaudi insieme a Pavese[4].

L'attenzione della casa per la cultura straniera e per temi ai margini della politica culturale del regime costò all'editore l'arresto e il confino nel 1935[2]. Negli anni del fascismo la vicenda dell'impresa fu segnata da una lunga serie di arresti, carcerazioni e condanne al confino dei suoi collaboratori, compreso lo stesso Einaudi[1]. Nel 1938 sposò Clelia Grignolio[1].

Guerra, Svizzera e Resistenza

Richiamato alle armi nel 1940, ottenne un congedo provvisorio. Dopo l'8 settembre 1943 scelse l'esilio in Svizzera, dove continuò a lavorare come editore; rientrato in Italia, militò nelle brigate garibaldine in Val d'Aosta, e nel 1944, nella Roma liberata, incontrò Palmiro Togliatti[1]. Il rapporto con i suoi redattori era fatto anche di ironia: nel febbraio 1942 aveva offerto a Pavese sei sigari come anticipo per curare un volume di Carlo Bini, e Pavese gli rispose con una lettera altrettanto scherzosa[5]:

«Avendo ricevuto n. 6 sigari Roma – del che Vi ringrazio – e avendoli trovati pessimi, sono costretto a risponderVi che non posso mantenere un contratto iniziato sotto così cattivi auspici.»

Cesare Pavese, lettera a Giulio Einaudi, 14 aprile 1942

I mercoledì di via Biancamano

Dopo la Liberazione la casa editrice si stabilì nella sede storica di via Biancamano 1, con ingresso in un primo tempo da corso Re Umberto 5[1]. Lì, dalla fine degli anni Quaranta, si riuniva ogni mercoledì il consiglio editoriale, con Elio Vittorini, Italo Calvino, Natalia Ginzburg e altri; il giovedì seguiva un comitato ristretto sui conti[1]. Dopo la morte di Pavese, nel 1950, il coordinamento della casa editrice passò a Luciano Foà[3]. Nello stesso 1950 sposò in seconde nozze Renata Aldovrandi[1].

Sotto la sua guida nacquero i Coralli e i Millenni (1947), i Supercoralli (1948) e gli Struzzi (1970), e la pubblicazione della Recherche di Proust, avviata nel 1946 dopo un lungo negoziato[1]. Con Calvino e Carlo Levi la casa rinnovò la narrativa italiana promuovendo nuovi autori; vennero poi le grandi opere collettive, la Storia d'Italia (1972-82) e l'Enciclopedia (1977-82)[2]. Non mancarono i passi falsi: nel 1947 la casa rifiutò Se questo è un uomo di Primo Levi, e fu Natalia Ginzburg a comunicargli il no; il contratto per la nuova edizione arrivò l'11 luglio 1955 e il libro uscì da Einaudi nel 1958[6].

Il suo modo di guardare i tempi difficili emerge dalle lettere editoriali. Il 26 luglio 1968, nel pieno della contestazione, scriveva al filologo Carlo Dionisotti[7]:

«La complessità della situazione è tale, e la nebbia così fitta, che talvolta per avanzare si corre il rischio di uscire di strada: stando immobili, non ci si rompe il collo, ma si rischia di andare indietro»

Giulio Einaudi, lettera a Carlo Dionisotti, 1968

La crisi e il passaggio a Mondadori

Già tra il 1954 e il 1957 erano state necessarie operazioni di salvataggio. Nel 1983 emerse un grave sbilancio economico-finanziario e nel 1984 la casa fu affidata a un commissario governativo, l'avvocato Giuseppe Rossotto, con incarico rinnovato nel 1985; nel 1989 fu acquisita da Electa e nel 1991 dal gruppo Elemond, la società tra Electa e Mondadori[1]. L'Enciclopedia Treccani data l'amministrazione controllata al 1987 e il passaggio a Mondadori al 1994[2]. Nel 1991 anche la sede si spostò, dal civico 1 al civico 2 di via Biancamano, un trasloco di valore quasi simbolico[1]. Negli anni Ottanta Einaudi aveva ideato e seguito personalmente la collana «Scrittori tradotti da scrittori»; secondo la casa editrice non era uomo di decisioni autoritarie, ma uno stimolatore di dibattito e di entusiasmo[3]. Oggi la Einaudi è uno dei marchi principali del gruppo Mondadori[8].

Gli ultimi anni

Allontanato per alcuni anni dalla guida operativa, Einaudi tornò come presidente nel 1988, lo stesso anno in cui pubblicò il libro di ricordi Frammenti di memoria; seguirono il Colloquio con Giulio Einaudi di Severino Cesari (1991) e le lauree honoris causa delle università di Trento (1997) e di Torino (1998)[1]. Morì il 5 aprile 1999 a Poggio Sommavilla, in provincia di Rieti, ed è sepolto nel cimitero di Dogliani[1]; l'Enciclopedia Treccani indica come luogo di morte Magliano Sabina[2]. Per la casa editrice la sua scomparsa coincise con la fine di una stagione[3].

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Articoli collegati: Avigliana, Giulio Einaudi editore, Natalia Ginzburg, Primo Levi, Settimo Torinese, Università degli Studi di Torino

Fonti

  1. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  2. Treccani – Enciclopedia
  3. Giulio Einaudi editore
  4. ANPI
  5. Il Post — 6 aprile 2014
  6. Centro Internazionale di Studi Primo Levi
  7. Il Post — 26 ottobre 2012
  8. Il Post — 22 settembre 2015

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