Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg, nata Natalia Levi (Palermo, 1916 – Roma, 1991), è stata una scrittrice, traduttrice, drammaturga e redattrice editoriale. Pur nata in Sicilia, si formò a Torino, dove crebbe, studiò, pubblicò i primi racconti e lavorò alla casa editrice Einaudi; la Torino ebraica e antifascista della sua famiglia è il cuore del suo libro più noto, Lessico famigliare, premio Strega 1963.[1]
Una famiglia di scienziati in una casa torinese
Era l'ultima di cinque figli di Giuseppe Levi, anatomista triestino di origine ebraica, e della milanese Lidia Tanzi, cresciuta in una famiglia socialista.[1] Nel 1919 il padre fu nominato professore ordinario di anatomia umana all'Università di Torino, dove diresse l'istituto di anatomia per circa vent'anni; tra i suoi allievi ci furono tre futuri premi Nobel: Rita Levi-Montalcini, Salvador Luria e Renato Dulbecco.[2] Nel 1938 le leggi razziali lo allontanarono dall'insegnamento e Levi si trasferì all'Università di Liegi, per rientrare a Torino nel 1941, dopo l'invasione tedesca del Belgio.[2]
Natalia fece a Torino gli studi classici, ma non arrivò alla laurea. Esordì molto presto: nel 1933 la rivista Solaria pubblicò un suo racconto.[1]
Leone Ginzburg e la casa editrice
Il 12 febbraio 1938 sposò Leone Ginzburg.[3] Nato a Odessa nel 1909 in una famiglia ebrea di origine russa, Leone aveva studiato a Torino al liceo D'Azeglio ed era entrato nella cerchia di Norberto Bobbio e Augusto Monti; con Giulio Einaudi aveva dato vita alla casa editrice che porta il suo nome.[4] La Einaudi era stata registrata nel novembre 1933, ma Leone vi poté lavorare poco nei primi anni: nel gennaio 1934 rifiutò il giuramento di fedeltà al regime, fu arrestato per la militanza in Giustizia e Libertà e restò in carcere fino al marzo 1936.[3][4] In quegli anni torinesi Natalia strinse amicizia con Cesare Pavese.[1]
Il confino in Abruzzo e la morte di Leone
Con l'entrata in guerra dell'Italia, nel giugno 1940 Leone fu internato come «internato civile di guerra» a Pizzoli, un paese in provincia dell'Aquila, dove rimase fino al luglio 1943; Natalia lo seguì con i figli.[3][1] Lì scrisse il primo romanzo, La strada che va in città, uscito nel 1942 con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte, perché le leggi razziali le impedivano di firmarlo.[1]
Dopo l'armistizio la famiglia si spostò a Roma. Il 20 novembre 1943 Leone fu arrestato mentre lavorava all'Italia Libera, il giornale clandestino del Partito d'Azione che dirigeva; il 5 febbraio 1944 morì nel braccio del carcere di Regina Coeli controllato dai tedeschi, in seguito alle torture subite.[3][4][1] Dalla liberazione di Roma in poi Natalia firmò con il cognome del marito.[1]
Redattrice all'Einaudi
Nel dopoguerra lavorò per la casa editrice Einaudi, a Roma e a Torino, accanto a Pavese, Italo Calvino, Elio Vittorini e Felice Balbo.[1] A questo periodo appartiene uno degli episodi più citati della storia dell'editoria italiana: fu Ginzburg a rifiutare Se questo è un uomo di Primo Levi.[5] Nel 1947 pubblicò È stato così, nel 1952 Tutti i nostri ieri; nel 1957 il racconto lungo Valentino ebbe il premio Viareggio.[1] Nel 1950 aveva sposato l'anglista Gabriele Baldini; dopo un periodo a Londra, tra il 1959 e il 1961, si stabilì a Roma.[1]
Negli stessi anni scrisse anche saggi brevi e interventi sulla condizione femminile. Nel Discorso sulle donne del 1948 descrisse la malinconia come un tratto comune dell'esperienza femminile, riassumendola in una frase rimasta celebre: «tutte cascano nel pozzo ogni tanto».[5]
Lessico famigliare
Dopo Le voci della sera (1961) e la raccolta di saggi Le piccole virtù (1962), nel 1963 uscì Lessico famigliare, che quell'anno vinse il premio Strega.[6][5] Il libro ricostruisce la storia dei Levi, famiglia ebraica e antifascista, a Torino dagli anni Trenta agli anni Cinquanta; la memoria procede per frasi, modi di dire ed espressioni di casa, le parole ripetute per anni attorno alla tavola, con cui i fratelli ritrovano i legami della giovinezza.[7] Nell'avvertenza al libro l'autrice scrisse:
«Nel corso della mia infanzia e adolescenza mi proponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro: ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito».
Nelle pagine compaiono il padre anatomista, con il suo carattere austero, e la vita di una casa ebraica e antifascista.[2][7] La critica ha riconosciuto nella sua narrativa l'«analisi attenta e penetrante di microcosmi familiari e di ambienti e personaggi borghesi, in una chiave stilistica volutamente semplice e di forte comunicatività».[6]
Teatro, giornali e Parlamento
Nel 1964 interpretò Maria di Betania nel Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini.[1] L'amicizia con l'attrice Adriana Asti la portò al teatro: scrisse diverse commedie, a cominciare da Ti ho sposato per allegria.[1][6] Collaborò a lungo con La Stampa e con il Corriere della Sera, dove per alcuni anni fu critica televisiva; dagli articoli nacquero raccolte come Mai devi domandarmi (1970) e Vita immaginaria (1974).[6][1] Seguirono i romanzi Caro Michele (1973, uscito da Mondadori dopo un dissenso con Einaudi, cui tornò nel 1977), Famiglia (1977), La città e la casa (1984) e la ricostruzione storica La famiglia Manzoni (1983).[6][1]
Nel 1983 e nel 1987 fu eletta alla Camera dei deputati come indipendente di sinistra nelle liste del PCI.[6] Tra i suoi ultimi libri c'è il saggio Serena Cruz o la vera giustizia (1990).[6] Morì a Roma nell'ottobre 1991; pochi giorni prima aveva finito di tradurre Una vita di Guy de Maupassant.[5]
Pagine che rimandano qui
- Adriano Olivetti
- Beppe Fenoglio
- Giulio Einaudi
- Giulio Einaudi editore
- Salone Internazionale del Libro di Torino
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