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Giovanni Agnelli (1866-1945)

Aggiornato il 26 settembre 2026

Immagine dalla pubblicazione di Juventus FC
Dalla pubblicazione di Juventus FC

Giovanni Agnelli (Villar Perosa, 13 agosto 1866 – Torino, 16 dicembre 1945) è stato un industriale piemontese, tra i fondatori della FIAT nel 1899, poi suo consigliere delegato e dal 1920 presidente, e senatore del Regno dal 1923[1][2]. Per quasi mezzo secolo guidò la crescita della fabbrica che trasformò Torino in una città dell'automobile, legando al proprio nome gli stabilimenti del Lingotto e di Mirafiori, il quotidiano La Stampa e una dinastia che avrebbe dominato l'industria italiana del Novecento.

Dalla cavalleria all'automobile

Nato in una famiglia «assai facoltosa» della val Chisone, figlio di Edoardo e di Aniceta Frisetti, entrò nel 1884 nella Scuola militare di Modena e ne uscì nel 1886 sottotenente di cavalleria[2]. Nel 1892 lasciò l'esercito e si stabilì a Torino, dove si stava formando l'ambiente dei primi appassionati di motori[2]. Le riunioni preparatorie della futura società si tenevano al Caffè Burello, detto «la Pantalera», all'angolo tra corso Vittorio Emanuele e via Rattazzi[3].

L'atto costitutivo della Società Anonima Fabbrica Italiana di Automobili Torino fu firmato l'11 luglio 1899 a Palazzo Bricherasio, davanti al notaio Ernesto Torretta[3]. I soci erano nove: presidente Lodovico Scarfiotti, vicepresidente il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio, e poi Roberto Biscaretti di Ruffia, Cesare Goria Gatti, Michele Ceriana Mayneri, Luigi Damevino, Alfonso Ferrero di Ventimiglia, lo stesso Torretta e Agnelli, che ebbe l'incarico di segretario del consiglio[3]. La società partiva con un capitale di 800.000 lire ed ereditava la società Ceirano[2]. Il primo stabilimento, in corso Dante, aprì nel 1900 con 35 operai e produsse 24 vetture del modello 4 HP[3].

Alla guida della FIAT

Tra gli investitori Agnelli si distinse presto per determinazione; promosse anche un giro d'Italia su strada a scopo pubblicitario, concluso all'Esposizione di Milano[3]. Le date della sua ascesa variano secondo le fonti: l'ANSA lo indica amministratore delegato già dal 1902[3], l'Enciclopedia Treccani consigliere delegato dal 1905[1], mentre il Dizionario Biografico degli Italiani lo ricorda nel ruolo nel 1906, anno in cui il capitale fu portato a 9 milioni[2]. Nello stesso 1906 fondò con 850.000 lire un'officina di cuscinetti a sfere, la RIV, trasferita l'anno dopo a Villar Perosa, e promosse la Lega industriale di Torino, la prima associazione di questo tipo in Italia[2]. Nel 1907 fu nominato cavaliere del lavoro[2].

Nel 1909 Agnelli e altri amministratori furono rinviati a giudizio con l'accusa di falso in bilancio e di illeciti giochi di borsa; il processo si chiuse nel 1912 con la piena assoluzione degli imputati[2]. Nel 1911 uscirono i primi autocarri militari, il FIAT 15 ter[2].

La guerra, il Lingotto e il biennio rosso

La Prima guerra mondiale moltiplicò le dimensioni dell'azienda: il capitale salì a 50 milioni nel 1917 e a 200 milioni nel 1919, mentre la FIAT assorbiva le Ferriere Piemontesi, le Officine Fratelli Deotto e le Industrie Metallurgiche Torino[2]. Nel 1917 iniziò la costruzione del Lingotto, entrato in funzione nel 1921[2]: progettato dall'ingegnere Giacomo Matté Trucco in via Nizza, con struttura in cemento armato, rampe elicoidali e la pista di prova sul tetto, fu inaugurato ufficialmente nel 1923[4]. Sempre nel 1917, con Riccardo Gualino, Agnelli prese la guida di una società di navigazione che dal 1920 si convertì al raion, la futura SNIA[2].

Nel 1918 firmò con l'economista Attilio Cabiati il saggio Federazione europea o Lega delle Nazioni?, con accenti polemici verso il nazionalismo[2]. Nel 1920 cedette la carica di consigliere delegato all'ingegner Guido Fornaca e assunse la presidenza; dopo l'occupazione delle fabbriche, alla fine di quell'anno, avviò trattative per trasformare la FIAT in cooperativa di produzione, e nel 1921 fu tra i protagonisti di una serrata[2]. In quello stesso 1921 entrò in azienda Vittorio Valletta, destinato a diventarne l'amministratore[5].

Senatore negli anni del regime

Il 1º marzo 1923 Agnelli fu nominato senatore; il 19 dicembre dello stesso anno fu tra i firmatari del patto di Palazzo Chigi con Mussolini, presidente del Consiglio[2]. La FIAT beneficiò di una forte protezione doganale: i dazi sulle automobili, già al 60%, nel 1930 superarono il 100%[2]. Nel 1927 nacque l'IFI, Istituto Finanziario Industriale, holding di famiglia da lui presieduta[2].

Secondo l'Enciclopedia Treccani, nel 1926 Alfredo Frassati dovette cedere La Stampa a una società controllata dalla famiglia Agnelli, che adeguò il quotidiano alle direttive del regime[6]. Il Dizionario Biografico colloca il passaggio alla fine del 1925, dopo che il 29 settembre il prefetto di Torino aveva sospeso il giornale: «dopo lunghe trattative gli subentrò Agnelli, sostenuto da Mussolini ma non eccessivamente gradito ai fascisti intransigenti torinesi»[7]. Già dal 24 luglio 1923 la famiglia era entrata anche nel calcio: l'assemblea della Juventus aveva eletto presidente il figlio Edoardo[8].

Nel giugno 1932, in un'intervista alla United Press, sostenne che la disoccupazione era dovuta quasi interamente al progresso tecnico; gli rispose Luigi Einaudi, osservando che quella tecnologica non era tutta la disoccupazione[2]. Nel 1937 il Politecnico di Torino gli conferì la laurea honoris causa in ingegneria[1].

Tra il 1937 e il 1939, per sua iniziativa, sorse il nuovo stabilimento di Mirafiori. Mussolini, inizialmente contrario al progetto, lo inaugurò di persona il 15 maggio 1939, definendolo la «fabbrica perfetta del tempo fascista»[9]. La giornata, preparata con decine di migliaia di operai convocati davanti a un palco celebrativo, non andò come previsto: il capo del governo arrivò con due ore di ritardo, fu accolto con freddezza e se ne andò prima del tempo[9].

La successione e gli ultimi anni

La morte dell'unico figlio Edoardo, nel 1935, spinse l'anziano industriale a preparare il passaggio di consegne: nel febbraio 1939 Valletta divenne amministratore delegato[5]. Del nipote Giovanni, poi noto come Gianni, il nonno si occupò dopo la morte del padre[10]. Anni dopo l'Avvocato ricordò così la scelta del 1943:

«Nel 1943 mi portò via dal fronte della Tunisia e mi fece vicepresidente: "Tu sei l'unica persona in famiglia di cui mi fido e devi assumerti questa responsabilità"»[11]

Gianni Agnelli, ricordando il nonno

Con la Liberazione, Valletta fu sottoposto a procedimento di epurazione[5]. Giovanni Agnelli morì a Torino il 16 dicembre 1945[2]; dopo la sua scomparsa e la riabilitazione di Valletta da parte dell'Alta Corte di giustizia, nel dicembre di quell'anno, la famiglia si orientò a riconfermarlo, e nel luglio 1946 Valletta divenne presidente della FIAT[5].

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Articoli collegati: Biella, FIAT, Giampiero Boniperti, La Stampa, Stabilimento di Mirafiori, Torino

Fonti

  1. Treccani, Enciclopedia on line
  2. Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani
  3. ANSA — 11 luglio 2020
  4. MuseoTorino
  5. Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani
  6. Treccani, Enciclopedia on line
  7. Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani
  8. Juventus FC
  9. MuseoTorino
  10. MuseoTorino
  11. La Voce e il Tempo — 25 gennaio 2023

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