Giovanni Agnelli (1866-1945)

Giovanni Agnelli (Villar Perosa, 13 agosto 1866 – Torino, 16 dicembre 1945) è stato un industriale piemontese, tra i fondatori della FIAT nel 1899, poi suo consigliere delegato e dal 1920 presidente, e senatore del Regno dal 1923[1][2]. Per quasi mezzo secolo guidò la crescita della fabbrica che trasformò Torino in una città dell'automobile, legando al proprio nome gli stabilimenti del Lingotto e di Mirafiori, il quotidiano La Stampa e una dinastia che avrebbe dominato l'industria italiana del Novecento.
Dalla cavalleria all'automobile
Nato in una famiglia «assai facoltosa» della val Chisone, figlio di Edoardo e di Aniceta Frisetti, entrò nel 1884 nella Scuola militare di Modena e ne uscì nel 1886 sottotenente di cavalleria[2]. Nel 1892 lasciò l'esercito e si stabilì a Torino, dove si stava formando l'ambiente dei primi appassionati di motori[2]. Le riunioni preparatorie della futura società si tenevano al Caffè Burello, detto «la Pantalera», all'angolo tra corso Vittorio Emanuele e via Rattazzi[3].
L'atto costitutivo della Società Anonima Fabbrica Italiana di Automobili Torino fu firmato l'11 luglio 1899 a Palazzo Bricherasio, davanti al notaio Ernesto Torretta[3]. I soci erano nove: presidente Lodovico Scarfiotti, vicepresidente il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio, e poi Roberto Biscaretti di Ruffia, Cesare Goria Gatti, Michele Ceriana Mayneri, Luigi Damevino, Alfonso Ferrero di Ventimiglia, lo stesso Torretta e Agnelli, che ebbe l'incarico di segretario del consiglio[3]. La società partiva con un capitale di 800.000 lire ed ereditava la società Ceirano[2]. Il primo stabilimento, in corso Dante, aprì nel 1900 con 35 operai e produsse 24 vetture del modello 4 HP[3].
Alla guida della FIAT
Tra gli investitori Agnelli si distinse presto per determinazione; promosse anche un giro d'Italia su strada a scopo pubblicitario, concluso all'Esposizione di Milano[3]. Le date della sua ascesa variano secondo le fonti: l'ANSA lo indica amministratore delegato già dal 1902[3], l'Enciclopedia Treccani consigliere delegato dal 1905[1], mentre il Dizionario Biografico degli Italiani lo ricorda nel ruolo nel 1906, anno in cui il capitale fu portato a 9 milioni[2]. Nello stesso 1906 fondò con 850.000 lire un'officina di cuscinetti a sfere, la RIV, trasferita l'anno dopo a Villar Perosa, e promosse la Lega industriale di Torino, la prima associazione di questo tipo in Italia[2]. Nel 1907 fu nominato cavaliere del lavoro[2].
Nel 1909 Agnelli e altri amministratori furono rinviati a giudizio con l'accusa di falso in bilancio e di illeciti giochi di borsa; il processo si chiuse nel 1912 con la piena assoluzione degli imputati[2]. Nel 1911 uscirono i primi autocarri militari, il FIAT 15 ter[2].
La guerra, il Lingotto e il biennio rosso
La Prima guerra mondiale moltiplicò le dimensioni dell'azienda: il capitale salì a 50 milioni nel 1917 e a 200 milioni nel 1919, mentre la FIAT assorbiva le Ferriere Piemontesi, le Officine Fratelli Deotto e le Industrie Metallurgiche Torino[2]. Nel 1917 iniziò la costruzione del Lingotto, entrato in funzione nel 1921[2]: progettato dall'ingegnere Giacomo Matté Trucco in via Nizza, con struttura in cemento armato, rampe elicoidali e la pista di prova sul tetto, fu inaugurato ufficialmente nel 1923[4]. Sempre nel 1917, con Riccardo Gualino, Agnelli prese la guida di una società di navigazione che dal 1920 si convertì al raion, la futura SNIA[2].
Nel 1918 firmò con l'economista Attilio Cabiati il saggio Federazione europea o Lega delle Nazioni?, con accenti polemici verso il nazionalismo[2]. Nel 1920 cedette la carica di consigliere delegato all'ingegner Guido Fornaca e assunse la presidenza; dopo l'occupazione delle fabbriche, alla fine di quell'anno, avviò trattative per trasformare la FIAT in cooperativa di produzione, e nel 1921 fu tra i protagonisti di una serrata[2]. In quello stesso 1921 entrò in azienda Vittorio Valletta, destinato a diventarne l'amministratore[5].
Senatore negli anni del regime
Il 1º marzo 1923 Agnelli fu nominato senatore; il 19 dicembre dello stesso anno fu tra i firmatari del patto di Palazzo Chigi con Mussolini, presidente del Consiglio[2]. La FIAT beneficiò di una forte protezione doganale: i dazi sulle automobili, già al 60%, nel 1930 superarono il 100%[2]. Nel 1927 nacque l'IFI, Istituto Finanziario Industriale, holding di famiglia da lui presieduta[2].
Secondo l'Enciclopedia Treccani, nel 1926 Alfredo Frassati dovette cedere La Stampa a una società controllata dalla famiglia Agnelli, che adeguò il quotidiano alle direttive del regime[6]. Il Dizionario Biografico colloca il passaggio alla fine del 1925, dopo che il 29 settembre il prefetto di Torino aveva sospeso il giornale: «dopo lunghe trattative gli subentrò Agnelli, sostenuto da Mussolini ma non eccessivamente gradito ai fascisti intransigenti torinesi»[7]. Già dal 24 luglio 1923 la famiglia era entrata anche nel calcio: l'assemblea della Juventus aveva eletto presidente il figlio Edoardo[8].
Nel giugno 1932, in un'intervista alla United Press, sostenne che la disoccupazione era dovuta quasi interamente al progresso tecnico; gli rispose Luigi Einaudi, osservando che quella tecnologica non era tutta la disoccupazione[2]. Nel 1937 il Politecnico di Torino gli conferì la laurea honoris causa in ingegneria[1].
Tra il 1937 e il 1939, per sua iniziativa, sorse il nuovo stabilimento di Mirafiori. Mussolini, inizialmente contrario al progetto, lo inaugurò di persona il 15 maggio 1939, definendolo la «fabbrica perfetta del tempo fascista»[9]. La giornata, preparata con decine di migliaia di operai convocati davanti a un palco celebrativo, non andò come previsto: il capo del governo arrivò con due ore di ritardo, fu accolto con freddezza e se ne andò prima del tempo[9].
La successione e gli ultimi anni
La morte dell'unico figlio Edoardo, nel 1935, spinse l'anziano industriale a preparare il passaggio di consegne: nel febbraio 1939 Valletta divenne amministratore delegato[5]. Del nipote Giovanni, poi noto come Gianni, il nonno si occupò dopo la morte del padre[10]. Anni dopo l'Avvocato ricordò così la scelta del 1943:
«Nel 1943 mi portò via dal fronte della Tunisia e mi fece vicepresidente: "Tu sei l'unica persona in famiglia di cui mi fido e devi assumerti questa responsabilità"»[11]
Con la Liberazione, Valletta fu sottoposto a procedimento di epurazione[5]. Giovanni Agnelli morì a Torino il 16 dicembre 1945[2]; dopo la sua scomparsa e la riabilitazione di Valletta da parte dell'Alta Corte di giustizia, nel dicembre di quell'anno, la famiglia si orientò a riconfermarlo, e nel luglio 1946 Valletta divenne presidente della FIAT[5].
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