Vittorio Valletta

Vittorio Valletta (Sampierdarena, 28 luglio 1883 – Pietrasanta, 10 agosto 1967) è stato il dirigente che per quasi mezzo secolo ha governato la FIAT: direttore generale dal 1928, amministratore delegato dal 1939, presidente dal 1946 al 1966. Ligure di nascita e torinese di formazione, il «Professore», come era chiamato, guidò la fabbrica attraverso il fascismo, la guerra e la ricostruzione, e firmò gli anni in cui Torino diventò la capitale italiana dell'automobile di massa.[1]
Dalla ragioneria alla FIAT
Figlio di un ufficiale dell'esercito, nel 1897 si iscrisse alla sezione commerciale dell'istituto tecnico Germano Sommeiller di Torino e nel 1901 ne uscì ragioniere e perito commerciale con il massimo dei voti; nel 1906 conseguì il titolo della Scuola superiore di commercio. Nel 1904 aprì un piccolo studio professionale in città, insegnò contabilità in diverse scuole, dal 1907 diresse la Scuola media maschile di commercio e nel 1920 cominciò a insegnare all'università, con un incarico alla Scuola superiore di commercio.[1] Accanto all'insegnamento lavorava come consulente di aziende medie e grandi, soprattutto del settore automobilistico.[2]
Fu Giovanni Agnelli a chiamarlo in FIAT: secondo il Dizionario Biografico degli Italiani nel 1921, come direttore amministrativo al posto del suo collega e mentore Broglia; secondo l'Enciclopedia Italiana già nel 1920.[1][2] Nel 1923 divenne segretario del consiglio di amministrazione, nel 1928 direttore generale. Disegnò un'organizzazione fortemente accentrata, con direzioni centrali che riferivano ogni settimana al vertice, negli anni in cui il Lingotto, inaugurato nel 1923, era lo stabilimento più moderno d'Europa.[1]
Amministratore delegato: Mirafiori e la guerra
Dopo la morte di Edoardo Agnelli, unico figlio del fondatore, nel 1935, il senatore preparò la successione nominando Valletta amministratore delegato nel febbraio 1939.[1] Pochi mesi dopo, il 15 maggio 1939, Benito Mussolini inaugurò lo stabilimento di Mirafiori. Agnelli e Valletta avevano precettato migliaia di dipendenti per la cerimonia, ma dal piazzale non si levò alcuna ovazione: il duce era arrivato, per giunta, a bordo di un'Alfa Romeo, la concorrente milanese.[3]
Con l'entrata in guerra dell'Italia Valletta scelse di garantire il massimo sforzo produttivo per le forniture militari, una linea che lui stesso definì «collaborare con l'inevitabile».[1] Dopo l'8 settembre 1943 applicò quella che il suo biografo Franco Amatori chiama la tecnica del camaleonte: accettava gli ordini degli occupanti tedeschi, praticava un ostruzionismo silenzioso, sottraeva lavoratori alla deportazione in Germania e intanto finanziava il Comitato di liberazione nazionale e teneva contatti con gli Alleati.[1]
L'epurazione e il ritorno
Alla Liberazione il CLN affidò la FIAT a quattro commissari – Gaudenzio Bono, Arnoldo Fogagnolo, Aurelio Peccei e Giovanni Battista Santhià – e Valletta, sottoposto a procedimento di epurazione, visse quel periodo quasi in clandestinità, pur mantenendo saldamente il controllo dell'azienda.[1] Gli stessi uomini chiamati a sostituirlo lo consideravano però insostituibile. Peccei lo ricordò il 3 maggio 1982:
«Personalmente, ero favorevole ad una certa e anche abbastanza ampia epurazione ma non di Valletta. Non era soltanto utile, ma necessario, anzi indispensabile. [...] era l'unico che sapesse mandare avanti l'azienda»
Morto il senatore Agnelli nel 1945[2] e caduta l'accusa di collaborazionismo, Valletta rientrò trionfalmente in azienda nel marzo 1946 e nel luglio fu nominato presidente.[1]
La ricostruzione e la motorizzazione di massa
Tra crediti di banche americane e finanziamenti del Piano Marshall la FIAT ottenne quasi 31 milioni di dollari, circa il 12 per cento del totale stanziato; la richiesta presentata da Valletta nell'ottobre 1948 elencava tremila voci di spesa per il rinnovo degli impianti.[1] Il progetto dell'utilitaria per le famiglie fu deciso nel luglio 1953 e affidato all'ufficio tecnico di Dante Giacosa: la Fiat 600 debuttò al Salone di Ginevra nel marzo 1955 al prezzo di 590.000 lire, pari a circa tredici stipendi di un operaio, e in pochi mesi le linee di Mirafiori arrivarono a sfornarne mille al giorno.[4] Nello stesso 1955 Valletta avviò il raddoppio di Mirafiori, nel 1957 arrivò la Nuova 500; dal 1950 in poco più di dieci anni la produzione di automobili si decuplicò, fino a superare il milione di vetture nel 1963.[1]
Il «professore» e i sindacati
Nei rapporti di lavoro Valletta combatté la FIOM socialcomunista, che a metà degli anni Cinquanta perse le elezioni delle commissioni interne, e offrì in cambio un welfare aziendale – case, pensioni, assicurazioni sociali – superiore a quello del resto del settore metalmeccanico, chiedendo disciplina e responsabilità a chi entrava in FIAT.[1] Anche i rapporti con la Chiesa torinese si fecero stretti: al cardinale Maurilio Fossati, preoccupato per l'assistenza religiosa alla massa di operai e immigrati, Valletta assicurò che avrebbe aperto le porte degli stabilimenti ai cappellani del lavoro, e le parrocchie dell'arcidiocesi arrivarono a rilasciare certificati di buona condotta per gli ex contadini da assumere.[5] Il settimanale diocesano La Voce e il Tempo riassume quella politica con due formule dell'epoca, «dalla culla alla tomba» e «del bastone e della carota», pensate per ridurre il conflitto sociale in fabbrica e tenere lontani i comunisti.[6] Lo scontro non fu solo metaforico: dopo l'attentato a Palmiro Togliatti del 14 luglio 1948 i sindacalisti comunisti lo trattennero a Mirafiori, e la sua risposta fu secca: «Vi licenzierò tutti».[7]
Il passaggio a Gianni Agnelli e gli ultimi anni
L'ultima grande operazione di Valletta fu il contratto con il governo sovietico per costruire un grande stabilimento sul Volga, alla periferia di Stavropol', poi ribattezzata Togliatti.[1] Il 30 aprile 1966, nella sede di corso Marconi 20, propose all'assemblea degli azionisti come suo successore alla presidenza Gianni Agnelli, nipote del fondatore e amministratore delegato dal 1963, con una frase rimasta celebre: «Da oggi il dottor Agnelli non è più soltanto il nipote di suo nonno».[8]
Nello stesso 1966 il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat lo nominò senatore a vita per altissimi meriti in campo sociale.[1] Cavaliere del lavoro dal 1952, era dal 1956 accademico onorario della Pontificia Accademia delle Scienze.[2][9] Morì a Pietrasanta, in Versilia, il 10 agosto 1967, poco più di un anno dopo aver lasciato la presidenza della FIAT.[1]
Pagine che rimandano qui
- Adriano Olivetti
- Cimitero monumentale di Torino
- FIAT
- Gianni Agnelli
- Giovanni Agnelli (1866-1945)
- Olivetti
- Stabilimento di Mirafiori
- Umberto Agnelli
Articoli collegati: FIAT, Giovanni Agnelli (1866-1945), Stabilimento di Mirafiori
Fonti
- Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
- Treccani – Enciclopedia Italiana
- La Voce e il Tempo
- Quattroruote — 3 luglio 2023
- La Voce e il Tempo — 31 marzo 2025
- La Voce e il Tempo
- La Voce e il Tempo — 26 agosto 2024
- La Voce e il Tempo — 25 gennaio 2023
- Pontificia Academia Scientiarum