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Gianni Agnelli

Aggiornato il 26 settembre 2026

Immagine dalla pubblicazione di Juventus
Dalla pubblicazione di Juventus

Giovanni Agnelli, detto Gianni e per tutti «l'Avvocato» (Torino, 12 marzo 1921 – Torino, 24 gennaio 2003), è stato un industriale italiano, per trent'anni presidente della FIAT e poi senatore a vita[1]. Nipote del fondatore dell'azienda, guidò il gruppo dagli anni Sessanta alla metà degli anni Novanta, presiedette la Juventus e Confindustria, e dagli anni Sessanta al 1996 guidò la FIAT, prima come amministratore delegato e poi come presidente[2].

Il nipote del fondatore

Era figlio di Edoardo Agnelli, nato a Verona nel 1892 e morto a Genova nel 1935, e nipote di Giovanni Agnelli, il senatore che aveva fondato la FIAT[1]. Rimasto presto orfano del padre, crebbe accanto al nonno[3]. Prestò servizio militare durante la seconda guerra mondiale, partecipò poi alla lotta di liberazione e nel 1943 si laureò in giurisprudenza[1][2]. Nel 1945, anno in cui morirono sia il nonno sia la madre Virginia Bourbon del Monte, divenne vicepresidente della FIAT e presidente della Riv, la fabbrica di cuscinetti di famiglia; nello stesso anno fu eletto sindaco di Villar Perosa, il paese della Val Chisone legato alla famiglia[1][2][3].

Nei vent'anni successivi l'azienda fu condotta di fatto da Vittorio Valletta, mentre il giovane Agnelli si dedicava ad altri incarichi. Il 22 luglio 1947, a ventisei anni, divenne presidente della Juventus, secondo della famiglia dopo il padre Edoardo: sotto la sua presidenza la squadra vinse gli scudetti del 1950 e del 1952, e il 18 settembre 1954 lasciò la carica, senza allontanarsi mai dalla società[4]. Nel 1953 sposò Marella Caracciolo[3].

Alla guida della FIAT

Nel 1959 assunse la presidenza dell'IFI, la finanziaria di famiglia, e nel 1963 divenne amministratore delegato della FIAT[2]. Il 30 aprile 1966, nell'assemblea degli azionisti riunita nella sede di corso Marconi 20, fu Valletta stesso a proporlo come suo successore alla presidenza[3]. Le parole con cui accompagnò il passaggio sono rimaste nella memoria aziendale:

«Da oggi il dottor Agnelli non è più soltanto il nipote di suo nonno».

Vittorio Valletta, assemblea degli azionisti FIAT, 30 aprile 1966

Di sé e del proprio mestiere, Agnelli diceva: «Un padrone che non esige che l'impresa dia profitto è un pessimo padrone»[3].

Sotto la sua presidenza la FIAT divenne uno dei maggiori gruppi automobilistici del mondo e allargò la propria presenza a molti altri settori industriali e finanziari[1]. Il 18 giugno 1969 firmò con Enzo Ferrari l'accordo con cui la FIAT entrava al 50% nella casa di Maranello, con il diritto di salire al 90% alla morte del fondatore; appassionato di automobili, fin dal 1948 si era fatto costruire Ferrari su misura, e nel 2003 la monoposto di Formula 1 prese il nome F2003-GA in suo onore[5]. Dal 1974 al 1976 fu presidente di Confindustria[1].

Gli anni della crisi e della Marcia

Gli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta furono segnati dal conflitto sindacale nelle fabbriche torinesi. L'11 settembre 1980 la FIAT annunciò circa quindicimila licenziamenti, concentrati soprattutto a Torino; ne seguirono oltre trenta giorni di sciopero e di picchetti ai cancelli. Il 14 ottobre, dopo un'assemblea al Teatro Nuovo, quadri e impiegati sfilarono per il centro nella Marcia dei quarantamila, e due giorni dopo la vertenza si chiuse sulle posizioni dell'azienda, con ventiduemila lavoratori in cassa integrazione[6]. La vertenza fu condotta dall'amministratore delegato Cesare Romiti, che chiese ad Agnelli di restarne fuori[6].

Il Lingotto e gli ultimi anni

Nel 1991 fu nominato senatore a vita[1]. Nel 1996 lasciò la presidenza della FIAT, conservando fino alla morte quella onoraria; presiedette anche la Fondazione Giovanni Agnelli e l'editrice del quotidiano La Stampa[1]. Nel 1997 il vertice del gruppo lasciò corso Marconi per trasferirsi nell'ex fabbrica del Lingotto, dove Agnelli aveva conosciuto da giovane gli uffici del nonno: «Qui venivo a trovare mio nonno: i fili telefonici calavano dal soffitto e le pareti erano tappezzate di mappe geografiche. Mi sono portato i mobili e il ficus»[3].

Sul tetto dello stesso edificio, nel 2002, inaugurò la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, donata alla città: una teca sospesa progettata da Renzo Piano, lo «Scrigno», che custodisce venticinque capolavori della collezione dei coniugi[1][7]. Gli ultimi anni furono segnati da due lutti familiari: nel 1997 la morte del nipote Giovanni Alberto e nel 2000 quella del figlio Edoardo[3]. Il fratello Umberto gli sopravvisse di poco, morendo nel 2004; il nipote John Elkann sarebbe poi diventato presidente di FCA[3].

La morte e l'addio della città

Morì a Villa Frescot, sulla collina torinese, alle 8.30 del 24 gennaio 2003[3]. La camera ardente fu allestita al Lingotto e, secondo le cronache dell'epoca, circa centomila persone si misero in fila per l'ultimo saluto[8]; tra loro molti ex operai, come Mario Antino, arrivato in fabbrica dalla Basilicata nel 1947, che raccontò di aver aspettato due ore al freddo per essere il primo[3]. Il corteo funebre raggiunse il Duomo con un lungo giro per la città; dopo il rito risalì la Val Chisone fino a Villar Perosa, dove l'Avvocato fu sepolto nella tomba di famiglia in cima alla collina, accanto alla madre, al nonno, al padre, al nipote e al figlio[3].

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Articoli collegati: Giovanni Agnelli (1866-1945), John Elkann, Lingotto, Marcia dei quarantamila, Pinacoteca Agnelli, Stabilimento di Mirafiori

Fonti

  1. Treccani
  2. MuseoTorino
  3. La Voce e il Tempo — 25 gennaio 2023
  4. Juventus
  5. Ferrari — 24 gennaio 2023
  6. Il Post — 14 ottobre 2020
  7. MuseoTorino
  8. Quattroruote — 20 gennaio 2023

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