Marcia dei quarantamila

La marcia dei quarantamila fu il corteo di capi, capisquadra, impiegati e quadri intermedi della FIAT che il 14 ottobre 1980 attraversò il centro di Torino per chiedere la fine dello sciopero e dei picchetti davanti agli stabilimenti. Arrivò dopo cinque settimane di blocco della produzione e ribaltò in poche ore l'esito di una delle vertenze sindacali più aspre del dopoguerra: l'indomani l'azienda e i sindacati firmarono un accordo che accoglieva in larga parte la linea della FIAT[1][2]. Per la città, costruita per mezzo secolo attorno alla fabbrica, quel giorno viene ricordato come il momento in cui i «colletti bianchi» si separarono pubblicamente dalle «tute blu»[3].
I trentacinque giorni
La crisi cominciò a inizio settembre 1980. Il 6 settembre la FIAT dichiarò 24 mila esuberi; il 10, rotto il negoziato, annunciò 14.469 licenziamenti. I sindacati risposero con uno sciopero a oltranza che bloccò lo stabilimento di Mirafiori e che il settimanale diocesano La Voce e il Tempo avrebbe poi definito «la battaglia più dura, più lunga e più combattuta della storia sindacale»[2]. Dalla parte dei lavoratori si schierarono le tre confederazioni, con Luciano Lama per la Cgil, Pierre Carniti per la Cisl e Giorgio Benvenuto per la Uil; fu Benvenuto a coniare lo slogan «O la Fiat molla, o molla la Fiat»[1][2].
Il 26 settembre il segretario del Pci Enrico Berlinguer parlò agli operai davanti alla porta 5 di Mirafiori, promettendo che «se si arriverà all'occupazione della Fiat noi metteremo al servizio della classe operaia il nostro impegno politico, organizzativo e di idee»[1][2]. Nei giorni seguenti l'azienda sostituì i licenziamenti con l'annuncio della cassa integrazione a zero ore per 23 mila dipendenti[2]. Alla guida del gruppo c'era Cesare Romiti, rimasto amministratore delegato unico dopo che Umberto Agnelli aveva lasciato gli incarichi operativi; Gianni Agnelli, su richiesta dello stesso Romiti, rimase fuori dallo scontro[3][1]. Sullo sfondo pesava un clima teso: poco più di un anno prima era stato ucciso a Torino il dirigente FIAT Carlo Ghiglieno, a poca distanza dal punto da cui sarebbe partito il corteo[1].
Il caporeparto Arisio
L'organizzatore fu Luigi Arisio, caporeparto delle sellerie nello stabilimento di Rivalta dal 1968 e presidente del Coordinamento nazionale dei quadri industria[4][2]. Trent'anni dopo, in un'intervista al Giornale, raccontò di aver convocato i quadri intermedi al Teatro Nuovo, spedendo 18 mila lettere d'invito e spendendo 17 milioni di lire della cassa del Coordinamento; la goccia che aveva fatto traboccare il vaso, secondo il suo racconto, era stata la morte per infarto di un collega, Bonsignore, mentre cercava di entrare al lavoro[4]. L'idea di trasformare l'assemblea in un corteo, disse, «venne da Callieri», cioè da Carlo Callieri, direttore del personale della FIAT da circa un anno[4][2]. Anche il cronista di Repubblica Salvatore Tropea, citato dal Post, ha scritto che la marcia fu preparata con l'appoggio di Romiti e di altri dirigenti del gruppo[1].
Il 14 ottobre
Il corteo partì alle 10.30 da corso Massimo d'Azeglio, all'altezza di via Petrarca, e si diresse verso il Palazzo Civico[1]; prima i quadri si erano riuniti in assemblea al Teatro Nuovo[4]. Sui cartelli si leggeva «Vogliamo la trattativa, non la morte della Fiat» e «No al sindacato padrone»; tra le parole d'ordine c'era anche «Il lavoro si difende lavorando»[1][4].
Sul numero dei partecipanti non ci fu mai accordo. La Stampa del 15 ottobre scrisse di trentamila persone, altre cronache di quarantamila, e la seconda cifra diede il nome all'evento[1][2]. Lo stesso Arisio si tenne al numero più basso[4]:
«Secondo me, 30.000 c'erano tutti.»
L'effetto fu immediato anche a Roma. Secondo il racconto di Giorgio Benvenuto riportato dal Post, quella mattina i leader sindacali erano all'hotel Boston con Romiti e stavano per chiudere un'intesa; saputo della protesta dei quadri, l'amministratore delegato si alzò e disse: «Mi dispiace, Agnelli mi ha sconfitto. L'accordo non si può fare»[1].
L'accordo e le conseguenze
La vertenza si chiuse il 15 ottobre. I 14.469 licenziamenti vennero sostituiti da due anni di cassa integrazione straordinaria per 23 mila lavoratori e dal passaggio delle eccedenze ad altre aziende[2]. Quando Lama, Carniti e Benvenuto andarono a Torino, furono accolti dagli operai con poco entusiasmo[1]. Per il Post la trattativa si concluse in favore della FIAT; la marcia, ha scritto lo stesso giornale ricordando Romiti, sbloccò la vertenza a vantaggio dell'azienda e divenne il simbolo della frattura tra impiegati e operai[1][3].
Arisio passò alla politica: nel 1983, su richiesta di Giovanni Spadolini, fu eletto deputato nelle liste del Partito repubblicano con 11.325 preferenze e rimase alla Camera fino al 1987[4]. Nel 2010, durante la vertenza di Pomigliano d'Arco, si disse pronto a marciare di nuovo, ma aggiunse un avvertimento rivolto ai dirigenti FIAT: «attenti, stravincere non conviene mai»[4].
Una svolta nella storia della città
Negli anni successivi la lettura dell'autunno 1980 cambiò anche a sinistra. Piero Fassino, allora responsabile della commissione fabbriche del Pci torinese e più tardi sindaco di Torino, ha riconosciuto[2]:
«Noi comunisti sbagliammo e non capimmo la forza dei ceti medi e il mutamento strutturale.»
Lo storico Aurelio Lepre ha descritto l'Italia dei due decenni precedenti come una società fatta di «blocchi omogenei» (operai, impiegati, commercianti), un'omogeneità che venne meno negli anni seguenti; Gad Lerner nel libro Operai (1988) ha letto nella sconfitta sindacale del 1980 l'inizio della fine del ruolo avuto fino ad allora dagli operai, al termine di una ristrutturazione che la FIAT aveva avviato anni prima quasi inavvertita[1]. Per La Voce e il Tempo la marcia chiuse anche un decennio segnato dalla violenza nelle fabbriche[2].
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Articoli collegati: Gianni Agnelli, Stabilimento di Mirafiori, Umberto Agnelli
Fonti
- Il Post — 14 ottobre 2020
- La Voce e il Tempo — 14 ottobre 2020
- Il Post — 18 agosto 2020
- il Giornale — 4 luglio 2010