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Umberto Agnelli

Aggiornato il 26 settembre 2026

Immagine dalla pubblicazione di Il Post
Dalla pubblicazione di Il Post, 2012-05-07

Umberto Agnelli (Losanna, 1º novembre 1934 – parco della Mandria, 27 maggio 2004) è stato un industriale e dirigente sportivo, per mezzo secolo il secondo uomo della dinastia torinese che controllava la FIAT. Giovanissimo presidente della Juventus e della Federcalcio, poi amministratore delegato della FIAT, presidente di FIAT Auto e artefice della holding IFIL, arrivò alla presidenza del gruppo soltanto nel 2003, alla morte del fratello Gianni, e la tenne per quindici mesi, nel pieno della crisi più grave della storia dell'azienda.[1][2]

Origini e formazione

Era l'ultimo dei sette figli di Edoardo Agnelli e di Virginia Bourbon del Monte, e dunque nipote del fondatore della FIAT, il senatore Giovanni Agnelli. Non aveva ancora compiuto un anno quando il padre morì in un incidente aereo; a undici anni perse anche la madre, in un incidente stradale.[1] Si laureò in giurisprudenza all'università di Catania nel 1959, lo stesso anno del primo matrimonio, con Antonella Bechi Piaggio, da cui nel 1964 nacque Giovanni Alberto. Dalle seconde nozze, nel 1974, con Allegra Caracciolo di Castagneto nacquero Andrea (1975) e Anna (1978).[1]

La Juventus della prima stella

Il primo incarico pubblico fu il calcio. Secondo la ricostruzione ufficiale del club, nel 1954 Gianni lasciò la presidenza bianconera, che l'anno seguente passò a Umberto;[3] il Dizionario Biografico degli Italiani colloca la nomina nel 1956 e la fa durare fino al 1962.[1] Con l'arrivo di Omar Sivori e John Charles la squadra vinse lo scudetto del 1958, il decimo, e fu la prima società italiana a fregiarsi della stella al merito sportivo;[3] seguirono i titoli del 1960 e del 1961.[1]

«La tradizione della stella sulla maglia è stata introdotta proprio da uno juventino, Umberto Agnelli, quando nel 1958 la Juventus vinse il suo decimo scudetto.»

Il Post, 2012

L'usanza si diffuse senza mai entrare ufficialmente nel regolamento della Lega: nel 2012 la stella compariva anche sulle maglie di Inter e Milan.[4] Tra il 1959 e il 1962 Agnelli fu anche presidente della FIGC,[1] e il doppio ruolo pesò sul campionato 1960-61. Il 16 aprile 1961 Juventus-Inter fu sospesa al 31' per un'invasione di campo e assegnata a tavolino ai milanesi; il 3 giugno la Commissione d'appello federale accolse il ricorso bianconero e ordinò di ripeterla. Il presidente interista Angelo Moratti accusò la commissione di aver subito pressioni da Agnelli e, per protesta, il 10 giugno mandò in campo la squadra Primavera: la Juventus vinse 9-1, con sei gol di Sivori.[5] Secondo Il Post fu l'episodio che più alimentò la rivalità tra i due club, che nel 1967 Gianni Brera avrebbe battezzato «derby d'Italia».[5]

Gli anni Sessanta e Settanta in FIAT

Parallelamente guidò la SAI come presidente e amministratore delegato (1960-1976), fu presidente della SIMCA nel 1965 e della Piaggio dal 1965 al 1988, e dal 1964 sedette nel consiglio d'amministrazione della FIAT.[1] Dal 1968 divenne il più stretto collaboratore del fratello Gianni nel progetto di svecchiare l'azienda; nel gennaio 1970 fu nominato amministratore delegato accanto a Gaudenzio Bono. La riorganizzazione del vertice in grandi raggruppamenti incontrò la resistenza di una parte consistente dei dirigenti formatisi sotto Vittorio Valletta, guidata dall'ingegner Niccolò Gioia; negli anni della forte conflittualità in fabbrica, a Mirafiori e negli altri stabilimenti, Umberto cercò il dialogo con le rappresentanze dei lavoratori.[1]

Nel 1976 lasciò la carica di amministratore delegato per candidarsi al Senato come indipendente nelle liste della Democrazia cristiana. La DC torinese di Carlo Donat Cattin non gli concesse il collegio di Pinerolo, e Agnelli fu eletto nell'ottavo collegio di Roma con quasi cinquantamila voti; nella legislatura 1976-1979 sedette nella commissione Bilancio e programmazione.[1][2] Tornato in azienda, fu di nuovo amministratore delegato nel 1979-1980 e vicepresidente dal 1976 al 1993.[2]

FIAT Auto, IFIL e la lunga attesa

La crisi del 1980 e lo scontro con i sindacati, culminato nella marcia dei quarantamila, convinsero la famiglia a ritirarsi dalla gestione operativa e ad affidare la ristrutturazione ai manager guidati da Cesare Romiti.[1][6] Umberto conservò fino al 1990 la presidenza di FIAT Auto, la divisione automobilistica costituita nel 1979.[1] Negli anni Ottanta, secondo La Voce e il Tempo, i fratelli Agnelli avviarono anche la scelta di ridisegnare il destino urbanistico di Mirafiori, le cui aree nelle tavole del piano regolatore passarono dal colore dell'industria a quello di residenze e servizi.[7]

Le sue energie si concentrarono sull'IFIL, la finanziaria controllata dall'IFI dal 1957,[8] che trasformò in una holding di partecipazioni lontane dal ciclo dell'auto: Toro Assicurazioni, la Rinascente, i servizi finanziari, l'alleanza con i gruppi francesi Worms e Saint Louis, il turismo con Alpitour. Nel 1987 l'IFIL divenne il secondo azionista di BSN-Danone, portando in un unico polo alimentare marchi come Galbani, Star e Agnesi.[1] Nel 1993, durante un'altra grave crisi della FIAT, Enrico Cuccia di Mediobanca si oppose alla sua nomina alla presidenza del gruppo e rinnovò la fiducia a Romiti: Umberto dovette lasciare ogni responsabilità nella FIAT.[1]

Il suo primogenito Giovanni Alberto, chiamato Giovannino, era considerato l'erede naturale alla guida dell'azienda: nel 1993 divenne presidente della Piaggio, ma morì di tumore il 13 dicembre 1997.[9][10]

Presidente della FIAT (2003-2004)

Gianni Agnelli morì nel gennaio 2003; il 28 febbraio Umberto subentrò a Paolo Fresco alla presidenza della FIAT e scelse come amministratore delegato Giuseppe Morchio, manager proveniente dalla Pirelli, con il compito di un piano di risanamento. Per ridurre un indebitamento gravissimo il gruppo cedette FIAT Avio, Toro Assicurazioni e la finanziaria Fidis.[1] Era, scrisse Il Post, «l'ultimo esponente della generazione che aveva guidato FIAT per tutto il secondo dopoguerra».[11]

Morì il 27 maggio 2004, a sessantanove anni, nella sua casa del parco della Mandria, alle porte di Torino.[1] La famiglia chiamò alla presidenza Luca Cordero di Montezemolo e sostituì Morchio con Sergio Marchionne, nominato amministratore delegato il 1º giugno.[1][11] Per La Voce e il Tempo con la sua morte «comincia l'imperio di Sergio Marchionne».[12]

Eredità

Nel 2009 l'IFIL che Umberto aveva costruito si fuse con l'IFI dando vita a Exor, la holding della famiglia.[8] La Voce e il Tempo ricorda la scomparsa di Umberto, avvenuta «quando stava da poco pilotando la complessa situazione economica», come uno dei lutti che misero alla prova l'impresa familiare piemontese, superati grazie a collaboratori come Marchionne.[10]

Pagine che rimandano qui

Articoli collegati: Giampiero Boniperti, Gianni Agnelli, Giovanni Agnelli (1866-1945), Juventus Football Club, Marcia dei quarantamila, Stabilimento di Mirafiori

Fonti

  1. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani — 1 gennaio 2013
  2. Treccani
  3. Juventus.com
  4. Il Post — 7 maggio 2012
  5. Il Post — 3 novembre 2012
  6. Il Post — 14 ottobre 2020
  7. La Voce e il Tempo — 8 marzo 2024
  8. Exor
  9. Il Post — 13 dicembre 2017
  10. La Voce e il Tempo — 16 agosto 2025
  11. Il Post — 25 luglio 2018
  12. La Voce e il Tempo — 25 gennaio 2023

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