Sergio Marchionne

Sergio Marchionne (Chieti, 1952 – Zurigo, 25 luglio 2018) è stato il manager che dal 2004 al 2018 guidò la FIAT, la portò fuori da una crisi che ne minacciava l'esistenza e la trasformò, con l'acquisizione di Chrysler, in Fiat Chrysler Automobiles (FCA). Per Torino il suo nome segna una svolta doppia: il salvataggio dell'azienda che aveva fatto la città e, insieme, la fine di un'epoca, con la sede del gruppo trasferita fuori d'Italia.[1][2]
Dall'Abruzzo al Canada
Nacque a Chieti nel 1952 ed emigrò da giovane con la famiglia in Canada.[1] La sua storia familiare affondava le radici nell'Istria: il padre Concezio, carabiniere, aveva conosciuto la madre Maria nell'emporio che il nonno materno Giacomo Zuccon gestiva a Carnizza, vicino a Pola; il nonno fu ucciso dai partigiani jugoslavi e uno zio, Giuseppe, fucilato dai tedeschi. Il legame con quella memoria restò vivo: nel 2012 Marchionne partecipò a Torino al raduno degli esuli istriani.[3]
In Canada si laureò in legge alla Osgoode Hall Law School di Toronto e ottenne un MBA alla University of Windsor. Lavorò come consulente per Deloitte Touche e fu responsabile ricerca e sviluppo del Lawson Mardon Group di Toronto; tra il 2000 e il 2001 presiedette il gruppo svizzero Lonza e ricoprì incarichi in Serono, Philip Morris International e nel gruppo ginevrino SGS.[1]
Il salvataggio della FIAT
Entrò nel consiglio di amministrazione della FIAT nel 2003 e ne divenne amministratore delegato il 1º giugno 2004; dal 2005 guidò anche Fiat Auto.[1][2] Trovò un gruppo che nei primi tre mesi del 2002 perdeva circa 5 milioni di euro al giorno: una delle prime mosse fu chiudere la partita con General Motors, che pagò 2 miliardi di dollari per liberarsi dall'impegno di comprare la FIAT, e usare quel denaro per ridurre il debito. Nel 2005 l'azienda tornò in utile.[2] Nei primi mesi ripeteva in ogni occasione pubblica lo stesso principio: «Il nostro mestiere è fare automobili».[2]
Chrysler e la nascita di FCA
Nel gennaio 2009, in piena crisi dell'auto americana, la FIAT firmò un accordo preliminare per rilevare il 35% di Chrysler senza esborso in contanti; all'inizio di maggio Marchionne annunciò che ne sarebbe diventato amministratore delegato e il 24 luglio la Commissione europea autorizzò l'operazione.[4][5] La quota salì al 46% nel maggio 2011 e al 58,5% nel 2012; nel gennaio 2014 il gruppo torinese acquistò il restante 41,5% per circa 3,6 miliardi di dollari.[4] Nacque così Fiat Chrysler Automobiles, holding di diritto olandese con domicilio fiscale nel Regno Unito, che debuttò a Wall Street il 13 ottobre 2014.[4][5]
Per Torino fu un passaggio simbolico: fondata in città l'11 luglio 1899, la FIAT aveva sempre avuto qui la sede, da corso Re Umberto al Lingotto, da Mirafiori a corso Marconi e di nuovo al Lingotto dal 1997. Annunciando il trasferimento, Marchionne assicurò che non ci sarebbero stati effetti sull'occupazione in Italia.[6] Nel 2016 la Ferrari, di cui era presidente dal 2014, fu scorporata dal gruppo e quotata a Milano e a New York.[1][2]
Pomigliano, Mirafiori e lo scontro con la FIOM
Il capitolo più conflittuale riguardò il lavoro. Nel giugno 2010 il nuovo contratto legato al sistema produttivo World Class Manufacturing fu sottoposto a referendum a Pomigliano d'Arco, dove i sì raggiunsero il 63%. Poco dopo si votò a Mirafiori, e tra gli operai i sì prevalsero per soli nove voti. La FIAT uscì da Confindustria per trattare direttamente con i sindacati, lasciando fuori la FIOM che rifiutava il nuovo contratto.[2] Secondo la FIOM, l'ergonomia delle linee migliorò ma il lavoro divenne più intenso: a Pomigliano si passò da 360 a 440 Panda per turno. Nel 2012 quasi un terzo degli operai del gruppo in Italia era in cassa integrazione; nel 2018 lo era ancora circa il 10%.[2]
Il bilancio in cifre
Tra il 2004 e il 2018 le vendite passarono da 2,4 a 4,7 milioni di auto e i dipendenti da 180 mila a 309 mila, con un'occupazione in Italia rimasta intorno agli 80 mila addetti.[2] Con Chrysler il gruppo era diventato il settimo costruttore mondiale.[7] Il presidente John Elkann riassunse così quei quattordici anni: «Marchionne ha salvato la FIAT e l'ha portata nel mondo».[2]
La morte e l'eredità
Marchionne aveva annunciato l'uscita dal gruppo per i primi mesi del 2019. Ricoverato a Zurigo dal 27 giugno 2018, il 21 luglio fu sostituito per complicazioni inattese dal manager britannico Mike Manley, fino ad allora alla guida del marchio Jeep.[7][8] Morì il 25 luglio 2018, a 66 anni.[7] Elkann lo ricordò con queste parole:
«È accaduto, purtroppo, quello che temevamo. Sergio, l'uomo e l'amico, se n'è andato.»
La Fondazione Agnelli di Torino, nel cui consiglio sedeva dal 2004, ne ricordò la «capacità di visione» e la curiosità intellettuale.[9] Il 16 gennaio 2021 FCA si è fusa con il gruppo francese PSA dando vita a Stellantis, presieduta da Elkann; secondo Il Post, lo scetticismo di FCA verso l'auto elettrica negli anni di Marchionne è uno dei ritardi che il nuovo gruppo ha ereditato.[10]
Pagine che rimandano qui
Articoli collegati: FIAT, John Elkann, Stabilimento di Mirafiori, Stellantis, Umberto Agnelli
Fonti
- Treccani
- Il Post — 25 luglio 2018
- il Giornale — 23 luglio 2018
- AGI — 22 luglio 2018
- LaPresse — 1 agosto 2014
- Automoto.it — 30 gennaio 2014
- Il Post — 25 luglio 2018
- Il Post — 21 luglio 2018
- Fondazione Agnelli — 25 luglio 2018
- Il Post — 10 gennaio 2021