Tragedia di Superga

La tragedia di Superga è l'incidente aereo del 4 maggio 1949 in cui morirono tutti i giocatori del Grande Torino presenti a bordo, con allenatori, dirigenti, tre giornalisti e l'equipaggio: trentuno persone in tutto[1]. Il trimotore che riportava la squadra da Lisbona si schiantò, poco dopo le cinque del pomeriggio, contro il muraglione della Basilica di Superga, sulla collina di Torino[2]. Quella squadra era un simbolo della ripresa del Paese nel dopoguerra, e la sua fine provocò una commozione nazionale[2].
L'amichevole di Lisbona
Il Torino era andato in Portogallo per un'amichevole con il Benfica, organizzata in onore del capitano lusitano Francisco Ferreira: si giocò il 3 maggio 1949 allo Stadio Nazionale di Lisbona e finì 4-3 per i portoghesi[3]. In campo, per i granata, c'erano Bacigalupo, Aldo Ballarin, Martelli, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Valentino Mazzola e Ossola[3]. La squadra aveva già vinto quattro scudetti consecutivi e stava per conquistare il quinto; due anni prima il commissario tecnico Vittorio Pozzo aveva schierato in Nazionale fino a dieci giocatori del Torino nella stessa partita, un primato mai più eguagliato[3].
Il volo del 4 maggio
L'aereo era un Fiat G.212 immatricolato I-ELCE, costruito nel 1947 e appartenente alle Avio Linee Italiane, compagnia controllata dalla FIAT; ai comandi c'era Pierluigi Meroni, veterano della Regia Aeronautica[1]. Il trimotore decollò da Lisbona alle 9.52, fece scalo a Barcellona per il rifornimento e ripartì nel primo pomeriggio verso l'aeroporto torinese dell'Aeritalia[1]. Sul Piemonte il tempo era pessimo. Il bollettino trasmesso dalla torre alle 16.55 segnalava pioggia continua e per Superga una visibilità di soli 40 metri: «Nubi basse 8/8 strati e fractostrati limite 480 metri»[1].
Orientandosi sui radiofari di Novi e Savona, l'equipaggio scese fino a 2.000 metri; alle 17.02 l'ultimo contatto radio, con la conferma dell'angolo di avvicinamento, poi il silenzio[1]. Pochi minuti dopo l'aereo, a una velocità stimata di circa 180 chilometri orari, urtò con la semiala sinistra il terrapieno sul lato orientale della basilica, prese fuoco e la fusoliera si disintegrò contro il muro di cinta; la coda rimase quasi intatta[1]. Le fonti indicano l'ora dell'impatto alle 17.03[2] o alle 17.05[1]. Il primo ad accorrere fu il cappellano della basilica, don Tancredi Ricca, richiamato da un grido dal basso: «E'caduto un aereo!»[1].
Le vittime
Morirono diciotto calciatori: Valerio Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Émile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, il capitano Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti e Julius Schubert[4]. Con loro persero la vita i tecnici Ernest Egri Erbstein e Leslie Lievesley, il massaggiatore Ottavio Cortina, i dirigenti Arnaldo Agnisetta, Andrea Bonaiuti e Ippolito Civalleri e i quattro membri dell'equipaggio, Meroni, D'Incà, Biancardi e Pangrazi[4].
Tra le vittime c'erano tre firme del giornalismo sportivo torinese. Luigi Cavallero dirigeva i servizi sportivi de La Stampa, dove lavorava dal 1929; Renato Casalbore, per trent'anni alla Gazzetta del Popolo, aveva fondato e dirigeva Tuttosport; Renato Tosatti scriveva per la Gazzetta del Popolo dal 1946[5]. Alcuni si salvarono per caso: il presidente Ferruccio Novo, rimasto a Torino per una broncopolmonite, il difensore Sauro Tomà, fermo per un infortunio al ginocchio, il secondo portiere Renato Gandolfi, il cui posto sull'aereo andò a Dino Ballarin, e il radiocronista Nicolò Carosio, trattenuto dalla cresima del figlio[6]. Tomà, ultimo superstite del Grande Torino, è morto il 10 aprile 2018[6].
Il riconoscimento e i funerali
Toccò a Vittorio Pozzo, commissario tecnico della Nazionale, il compito di riconoscere i corpi[6]. I funerali si celebrarono il 6 maggio 1949 a Palazzo Madama, alla presenza di rappresentanze di tutte le squadre italiane e di alcuni club stranieri[6]. Le stime sulla folla variano: circa mezzo milione di persone secondo alcune ricostruzioni giornalistiche[6], quasi un milione secondo la Treccani[2]. Lo stesso giorno Indro Montanelli scrisse in terza pagina sul Corriere della Sera[7]:
«Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta»[8]
Il campionato 1948-49 fu assegnato al Torino dalla Federazione: le ultime quattro partite la società le giocò con la formazione giovanile, e gli avversari schierarono a loro volta i ragazzi delle proprie squadre; il Torino le vinse tutte e fu il quinto scudetto consecutivo[3].
Le cause
Nessuna causa è stata stabilita in modo definitivo. Le ricostruzioni giornalistiche hanno scartato l'impreparazione dell'equipaggio, visto che Meroni era abilitato al volo cieco, e un guasto simultaneo dei tre altimetri indipendenti; l'ipotesi più accreditata è un piccolo errore di rotta e di quota, di pochi secondi o poche decine di metri, dovuto all'approssimazione della navigazione strumentale dell'epoca, alle comunicazioni poco standardizzate tra torre e velivolo e al forte vento di libeccio, senza radioaltimetro né radar a bordo[1]. Altre ricostruzioni considerano anche un possibile guasto dell'altimetro, che avrebbe indicato una quota di 2.000 metri quando l'aereo era molto più basso[9]. Nel suo libro Il comandante restò sulla collina Luigi Troiani contesta la tesi dell'errore umano, ricorda che sette dei dodici G.212 costruiti andarono distrutti in servizio e sostiene che negli archivi aeronautici la perizia finale su Superga non si trovi[10].
La memoria
Ogni 4 maggio tifosi e squadra salgono in pellegrinaggio alla basilica: dopo la messa, il capitano del Torino legge i nomi dei caduti davanti al monumento che li ricorda. Nel 2026 i tifosi presenti erano circa duemila e il capitano Duván Zapata ha letto i nomi per il secondo anno consecutivo[11]. A Grugliasco, nella Villa Claretta Assandri di via La Salle, ha sede dal 2008 il Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata, voluto dall'Associazione Memoria Storica Grande Granata: tra i 1.000-1.500 pezzi e frammenti esposti ci sono una ruota e un'elica del trimotore caduto e una sezione della tribuna in legno dello Stadio Filadelfia[12]. Il museo era nato in spazi più piccoli proprio a Superga[12]. Il nome della squadra perduta è anche quello dello stadio cittadino, lo Stadio Olimpico Grande Torino.
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Fonti
- Panorama — 4 maggio 2024
- Treccani
- Sky Sport — 4 maggio 2023
- Toro.it
- Il Catenaccio — 4 maggio 2026
- Sky TG24 — 4 maggio 2024
- Associazione Nazionale Case della Memoria
- Torino Oggi — 4 maggio 2026
- Geopop — 3 maggio 2025
- FIRSTonline
- Toro News — 4 maggio 2026
- Comune di Grugliasco