Grande Torino

«Grande Torino» è il nome con cui si ricorda la squadra del Torino che negli anni Quaranta vinse cinque campionati italiani consecutivi, dal 1942-43 al 1948-49, con l'interruzione dei tornei sospesi per la guerra[1]. Costruita dal presidente Ferruccio Novo attorno al capitano Valentino Mazzola, fornì quasi per intero la nazionale del dopoguerra e fu cancellata il 4 maggio 1949 dalla tragedia di Superga, quando l'aereo che la riportava da Lisbona si schiantò contro la collina della basilica[2]. Per la città di Torino è diventata un mito civile oltre che sportivo: gli «Invincibili»[3].
Ferruccio Novo e la costruzione della squadra
Novo divenne presidente del club granata nel 1939 e ne accentrò su di sé tutte le decisioni[1]. Attorno a lui lavorava uno staff insolito per l'epoca: l'allenatore ungherese Ernesto Egri Erbstein, che introdusse il riscaldamento prima delle gare, il controllo dell'alimentazione e la preparazione psicologica; il commissario tecnico della nazionale Vittorio Pozzo come consulente, per il confronto con il calcio inglese; il preparatore atletico Leslie Lievesley, che guidava anche il settore giovanile; il consigliere Roberto Copernico[1]. All'inizio della stagione 1942-43 Novo impose il passaggio dal «metodo» al «sistema», lo schema di origine britannica fondato su un gioco dinamico e offensivo e sulla pressione fisica sull'avversario[1].
Il colpo decisivo fu l'acquisto dal Venezia di Mazzola ed Ezio Loik. Secondo il Dizionario Biografico degli Italiani la cifra fu di 1.200.000 lire[1]; secondo l'Enciclopedia dello Sport Novo pagò 1 milione e 250.000 lire, arrivando appena prima della Juventus, anch'essa interessata ai due giocatori[4]. Nel 1945 il nucleo era completo: Bacigalupo in porta, Ballarin e Maroso in difesa, Grezar, Rigamonti e Castigliano a centrocampo, Loik, Menti, Ossola, Mazzola e Gabetto in attacco[1].
Cinque scudetti e i record
La prima stagione con la nuova squadra, il 1942-43, si chiuse con lo scudetto e la Coppa Italia: fu il primo «double» del calcio italiano[5]. Dopo gli anni della guerra civile, il Torino vinse tutti e quattro i campionati dal 1945-46 al 1948-49[1]. Nel campionato 1947-48 la squadra segnò 125 reti, un primato; in casa non perdeva dal 1943 e mise insieme 88 partite consecutive senza sconfitte[3].
Il simbolo di quella forza era il «quarto d'ora granata»: il momento in cui il capitano Mazzola si rimboccava le maniche e la squadra accelerava fino a travolgere l'avversario[5]. Il racconto, legato al Filadelfia, vuole che a dare il segnale fosse Oreste Bolmida, ferroviere, capostazione a Porta Nuova, con una cornetta delle Ferrovie dello Stato[5]. Su Mazzola, che in granata segnò 97 gol in 170 partite e guadagnava il doppio dei compagni, Gigi Garanzini ha scritto nell'Enciclopedia dello Sport[4]:
«Valentino non era semplicemente un attaccante: era il Grande Torino.»
La squadra della nazionale
Quasi tutti i giocatori granata vestivano anche la maglia azzurra[6]. Nella primavera del 1947 il commissario tecnico Pozzo schierò nove giocatori del Torino contro la Svizzera e dieci contro l'Ungheria, un primato mai più ripetuto[5]. Proprio a Pozzo, due anni dopo, sarebbe toccato il compito di riconoscere le salme a Superga[7].
L'ultima trasferta
All'inizio di maggio del 1949 il Torino, ormai vicino al quinto titolo, andò in Portogallo per un'amichevole con il Benfica, giocata il 3 maggio a Lisbona e persa 4-3[8]. Il giorno dopo il trimotore Fiat G.212 delle Avio Linee Italiane, pilotato dal capitano Pierluigi Meroni, ripartì alle 9.52, fece scalo a Barcellona e affrontò l'ultimo tratto verso l'aeroporto dell'Aeritalia con pioggia e nuvole basse; alle 17.05 urtò il muraglione della basilica di Superga[9]. Morirono tutte le 31 persone a bordo: diciotto calciatori, allenatori, dirigenti, tre giornalisti e l'equipaggio[6]. Novo, che non era sul volo, sopravvisse, ma ne restò segnato per sempre[1].
La sciagura provocò una commozione nazionale: la squadra era vista come il simbolo della rinascita del Paese[2]. Ai funerali del 6 maggio, con le bare a Palazzo Madama, parteciparono circa 500.000 persone secondo Sky Sport[5], quasi un milione secondo la Treccani[2]. Lo stesso giorno Indro Montanelli scrisse sulla terza pagina del Corriere della Sera[10]:
«Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta».
Il campionato 1948-49 fu completato dalla formazione giovanile, che vinse le quattro partite rimanenti contro le squadre giovanili che gli avversari schierarono per rispetto, e lo scudetto andò al Torino[6][3].
La memoria
Ogni 4 maggio i tifosi salgono a Superga. Nel 2026 erano circa duemila: la messa in basilica è stata celebrata intorno alle 17.03 e il capitano della squadra ha letto i nomi dei caduti davanti alla lapide degli Invincibili[11]. Dal 2015 la data è celebrata anche come giornata mondiale del calcio nel ricordo del Grande Torino[3].
Il nome della squadra è stato dato allo stadio Olimpico Grande Torino. Il vecchio Filadelfia, chiuso nel settembre 1994 e demolito a partire dal 1997, è stato ricostruito e inaugurato il 25 maggio 2017: ospita gli allenamenti della prima squadra e porta i nomi dei giocatori del Grande Torino, insieme a quelli di Giorgio Ferrini, Gigi Meroni e delle squadre campioni del 1927-28 e del 1975-76[12]. A Grugliasco, nella seicentesca Villa Claretta Assandri, il Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata, aperto nel maggio 2008 e gestito dall'Associazione Memoria Storica Grande Granata, conserva tra l'altro una ruota e un'elica del trimotore caduto a Superga[13].
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