Archivio · Cronaca · Memoria Anteprima Torino, Italia

Gigi Meroni

Aggiornato il 26 settembre 2026

Immagine dalla pubblicazione di Toro News
Dalla pubblicazione di Toro News, 2026-09-20

Luigi «Gigi» Meroni (Como, 24 febbraio 1943 – Torino, 15 ottobre 1967) è stato un calciatore italiano, ala destra del Torino fino alla morte, e uno dei personaggi più amati della storia granata.[1][2] Il dribbling, i capelli lunghi, i quadri e le cravatte disegnate da lui ne fecero un volto degli anni Sessanta; la morte, investito da un'auto in corso Re Umberto a 24 anni, lo trasformò nella «Farfalla granata» del mito torinista.[3]

Da Como a Genova

Nacque a Como in una famiglia modesta: orfano di padre, crebbe con la madre e due fratelli in un cortile del centro, dove imparò a giocare.[3] La madre si chiamava Rosa, il fratello Celestino.[4] A diciassette anni, mentre giocava nella Libertas San Bartolomeo, fu notato dall'Inter, ma la famiglia non volle mandarlo a Milano; esordì invece in Serie B con il Como nel 1960.[3] Prima del calcio professionistico aveva lavorato come disegnatore tessile.[3]

Due anni dopo lo acquistò il Genoa, appena tornato in Serie A. Negli anni genovesi, quelli di Fabrizio De André e di Luigi Tenco, maturò come calciatore e come personaggio.[3]

La Farfalla granata

Dal Genoa passò al Torino: il presidente granata, l'industriale Orfeo Pianelli, arrivò a offrire 300 milioni di lire per averlo; al primo campionato in granata la squadra chiuse terza e Meroni segnò 8 gol.[3] Indossava la maglia numero 7 ed era un'ala fatta di estro, fantasia, dribbling e imprevedibilità: il soprannome di «Farfalla granata» veniva dal suo modo di muoversi sul campo.[1][4]

Fuori dal campo non somigliava a nessun compagno. Portava i capelli lunghi quando erano malvisti, disegnava i propri abiti con un sarto di fiducia, e riempiva le case di quadri disegnati da lui; a Como si era fatto notare passeggiando in centro con una gallina al guinzaglio.[3] Alla domanda sulla pettinatura rispondeva: «Perché tutti dicono di tagliarli e io me li tengo».[3] Anche la vita privata fece scandalo nell'Italia di allora: la compagna, Kristiane Uderstadt, giostraia di origini polacche conosciuta a Genova, aveva lasciato il marito, assistente di Vittorio De Sica, per stare con lui.[3] Tre mesi prima di morire disse in un'intervista:[4]

«Io son quel che sono perché non ho mai rinunciato ai miei principi morali, di me stesso sono contento, sono un tipo semplice, non ho mai fatto nulla che adesso non rifarei e non mi cambierei con nessun altro».

Gigi Meroni, intervista del 1967

La Nazionale e i Mondiali del 1966

I capelli gli costarono anche in azzurro. Convocato con la Nazionale riserve, dovette tagliarli per poter giocare; quando il commissario tecnico Edmondo Fabbri glielo chiese di nuovo, rifiutò e restò inizialmente escluso.[3] Tenco prese le sue difese e ne fece una canzone, Ognuno è libero.[3] Ai Mondiali del 1966 in Inghilterra giocò soltanto la partita persa 1-0 con l'Unione Sovietica e tornò in panchina contro la Corea del Nord; dopo l'eliminazione fu tra i più criticati.[3]

L'estate del 1967

Nel 1967 la Juventus di Gianni Agnelli offrì per lui più di 700 milioni di lire, la cifra più alta mai proposta fino ad allora per un calciatore in Italia.[3] Il trasferimento saltò per la mobilitazione dei tifosi granata, a cui si unì la minaccia di boicottaggio degli operai della FIAT.[1][3]

Corso Re Umberto, 15 ottobre 1967

Domenica 15 ottobre 1967 il Torino batté 4-2 la Sampdoria.[2] In serata Meroni, con il difensore Fabrizio Poletti, attraversò a piedi corso Re Umberto, sotto casa, per andare a chiamare la fidanzata: entrambi furono investiti.[3][5] Meroni fu travolto da un'auto e poi da una seconda vettura; Poletti sopravvisse.[3] Portato all'Ospedale Mauriziano, Meroni morì poco dopo.[1] Alla guida della prima auto c'era il giovane Attilio «Tilly» Romero, che trentatré anni dopo sarebbe diventato presidente del Torino; agli automobilisti non fu riconosciuta alcuna colpa.[1][3]

Secondo Il Post, ai funerali partecipò una folla paragonabile a quella seguita alla tragedia di Superga.[3] Una settimana dopo, il 22 ottobre, il Torino vinse il derby 4-0 in casa della Juventus campione d'Italia.[3] Durante la partita un elicottero sorvolò lo stadio cospargendo il campo di fiori; Nestor Combin, grande amico di Meroni, segnò tre gol (al 3', al 7' e al 60'), e il quarto fu del giovane Alberto Carelli, che portava proprio la maglia numero 7.[6]

La memoria

Ogni 15 ottobre il Torino e i tifosi si ritrovano davanti al monumento di corso Re Umberto, all'altezza del civico 46, dove avvenne l'investimento.[7] Nel 2021, per i 54 anni dalla morte, il club lo ricordò con un video sui canali ufficiali.[8] Anche Como non lo ha dimenticato: nell'ottobre 2024, prima di Torino-Como, la società lariana depose fiori al monumento e i suoi tifosi esposero lo striscione «La farfalla granata continua a volare nel cielo biancoblù».[9] Nel Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata a Grugliasco sono conservati suoi cimeli, tra cui la sua Balilla.[2]

Il giornalista Gian Paolo Ormezzano, suo amico, ne ha dato un ritratto senza retorica: «Non era un grandissimo giocatore, è stato un personaggio grandissimo, scomodo allora e comodo adesso perché ci permette dei ricordi pieni di sospiri, senza mettere niente in gioco di noi che in fondo lo capimmo poco».[10] Per gli ottant'anni dalla nascita, il 16 ottobre 2023, al Teatro Gobetti di Torino andò in scena il teatro-canzone La Farfalla Gigi Meroni, ideato da Alfredo Salvi, scritto da Giordano Fenocchio e con la regia di Francesco Pellicini.[11]

Pagine che rimandano qui

Articoli collegati: Torino Football Club

Fonti

  1. Toro.it — 15 ottobre 2025
  2. Toro.it — 24 febbraio 2024
  3. Il Post — 15 ottobre 2022
  4. Tuttosport — 24 febbraio 2023
  5. Tuttosport — 15 ottobre 2022
  6. Toro.it — 22 ottobre 2024
  7. Toro.it — 15 ottobre 2023
  8. ANSA — 15 ottobre 2021
  9. Toro.it — 26 ottobre 2024
  10. Toro.it — 15 ottobre 2022
  11. Toro.it

Categorie

Segnalate un errore.