Gran Madre di Dio

La Gran Madre di Dio è la chiesa neoclassica che chiude, sulla riva destra del Po, la prospettiva aperta da piazza Castello lungo via Po e piazza Vittorio Veneto. La Città di Torino la decretò nel 1814 come tempio votivo per il ritorno di Vittorio Emanuele I dopo gli anni del dominio francese; i lavori, su progetto di Ferdinando Bonsignore, cominciarono nel 1818 e la consacrazione arrivò nel 1831[1]. L'edificio sorge ai piedi della collina, a breve distanza dal Monte dei Cappuccini e dalla Villa della Regina, e sotto il suo basamento custodisce dal 1932 l'ossario dei caduti torinesi della Grande Guerra[2].
Un tempio per il ritorno del re
Nel 1814 la Casa Savoia rientrò a Torino dopo sedici anni di esilio. Per celebrare l'avvenimento la municipalità scelse di costruire un tempio votivo e, insieme, di riordinare le aree lasciate libere dalle antiche fortificazioni, creando un asse visivo che dal centro della capitale del Regno di Sardegna portasse lo sguardo fino alla collina[2]. Il 20 maggio 1814 Vittorio Emanuele I aveva ripreso il controllo dei domini piemontesi, e a quel ritorno è dedicata l'iscrizione latina che corre sulla trabeazione del pronao, ORDO POPULUSQUE TAURINUS OB ADVENTUM REGIS: la dedica dei maggiorenti e del popolo di Torino per l'arrivo del re[3].
L'incarico andò nel 1818 a Ferdinando Bonsignore (1760-1843), architetto torinese che si era formato per quattordici anni a Roma, all'Accademia di Francia[1]. Nel 1828, a cantiere ancora aperto, lo stesso Bonsignore pubblicò i Disegni e descrizione del tempio eretto alla Gran Madre di Dio dal Corpo Decurionale di Torino[1]. Il pronao fu realizzato tra il 1827 e il 1831 e l'inaugurazione avvenne il 20 maggio 1831, alla presenza di Carlo Alberto[2].
L'architettura: un Pantheon sul Po
La chiesa ha pianta centrale sul modello del Pantheon di Roma: l'interno è circolare, con due cappelle laterali, e l'edificio poggia su un alto basamento preceduto da una scalinata e dal pronao colonnato[2]. La cupola a cassettoni è considerata una delle espressioni più compiute del neoclassicismo piemontese[3]. Lo storico dell'architettura Nino Carboneri, nel Dizionario Biografico degli Italiani, ne ha dato questo giudizio:
«Il tempio votivo è una copia del Pantheon, ma le proporzioni ridotte, l'eleganza della linea e l'inquadratura scenografica sul fondale della collina, in asse con via Po, gli conferiscono una suggestione che mitiga il tono accademico e celebrativo di un neoclassicismo programmatico ed erudito.»
Secondo la stessa voce, una fascia di rilievi esterni prevista nel progetto non fu mai eseguita[1]. Lo studioso Giovanni Ciarrocchi ha letto nella geometria dell'edificio un calcolo astronomico: Bonsignore avrebbe adattato il modello romano alla latitudine di Torino perché il fascio di luce dell'oculo segnasse con precisione il solstizio d'estate[4].
Le statue
Il frontone ospita un bassorilievo di Francesco Somaini con la Vergine e il Figlio che ricevono l'omaggio dei decurioni; alla base della cupola i bassorilievi narrano episodi della vita di Maria, e all'altare maggiore sta il gruppo marmoreo della Vergine con il Figlio di Andrea Galassi[2]. Nelle nicchie ai lati del portone si trovano San Massimo, opera di Giuseppe Chialli, allievo di Canova, e San Carlo Borromeo[5]. Alla fine degli anni Venti dell'Ottocento Giuseppe Bogliani, lo scultore che avrebbe lavorato anche per il santuario della Consolata e al monumento a Pietro Micca, ricevette l'incarico delle statue di San Carlo Borromeo e di San Giovanni Battista[6]; altre nicchie ospitano San Maurizio, la beata Margherita di Savoia e il beato Amedeo di Savoia[2].
Ai lati della scalinata siedono le due allegorie più discusse di Torino. La Religione regge le tavole della Legge e una croce latina, l'unica visibile sull'edificio, porta sulla fronte un triangolo con un occhio e ha ai piedi una tiara papale; la Fede tiene un libro aperto e un calice[3]. Proprio quel calice ha alimentato la leggenda secondo cui la statua custodirebbe il segreto del Santo Graal e il suo sguardo indicherebbe dove è nascosto: una pista che la scultura stessa smentisce, perché gli occhi sono privi di pupille[3]. Alla stessa aneddotica esoterica appartiene la tradizione di un antico tempio di Iside sorto nello stesso luogo[3].
Vittorio Emanuele I in attesa sulla piazza
Davanti alla scalinata sta il monumento a Vittorio Emanuele I, scolpito da Giuseppe Gaggini[7]. La statua era stata commissionata da Carlo Alberto per Genova, davanti a Palazzo Ducale, ma dopo i fatti del 1849 finì nei magazzini comunali e poi nei depositi di Palazzo Reale[8]. Nel 1869 un nipote dello scultore scrisse al sindaco di Torino, e Vittorio Emanuele II donò l'opera alla città; per il basamento, disegnato dall'ingegner Bollati, servirono altri sedici anni[8]. Le date divergono: il Dizionario Biografico colloca la statua sulla piazza già nel 1869[7], mentre MuseoTorino e la stampa locale indicano il 1885, quando fu posta sull'alto piedistallo con lo stemma di Torino[9][8]. Non ci fu una vera inaugurazione: le risorse del Comune erano assorbite dall'Esposizione Generale[8].
La Grande Guerra e l'ossario
Il 23 giugno 1918, nei giorni dell'ultima offensiva austro-ungarica sul Piave, dalla Gran Madre il sindaco Secondo Frola proclamò la «resistenza ad ogni costo», raccogliendo un'iniziativa della Gazzetta del Popolo; nel 1928, decennale della vittoria, una lapide sotto il colonnato ne fissò il testo e il giuramento dei cittadini[10]:
«NOI CITTADINI TORINESI PER LA MEMORIA DEI NOSTRI CADUTI, PER L'EROISMO DEI COMBATTENTI DI TERRA, DI MARE E DELL'ARIA PER L'ITALIA, PER LA LIBERTA', PER LA CIVILTA', PER QUANTO ABBIAMO DI PIU' CARO GIURIAMO DI RESISTERE A COSTO DI QUALUNQUE SACRIFICIO FINO ALLA VITTORIA»
Negli anni Trenta l'architetto Giovanni Ricci ricavò nel basamento una cripta. Il 27 giugno 1932 un corteo di 48 autocarri portò dal Cimitero Monumentale i resti di 3.851 caduti, e il 25 ottobre Benito Mussolini inaugurò ufficialmente l'ossario; le pareti sono coperte da targhe di marmo in ordine alfabetico con nome, cognome e grado dei soldati[11][10]. Nel pavimento della chiesa un'apertura lascia vedere l'ossario sottostante[3].
Crepe, cantieri e riapertura
Nell'ottobre 2020 i manutentori segnalarono crepe nel pavimento e negli architravi, e il Comune commissionò una perizia geofisica e sismica da circa 47.000 euro[12]. Nel dicembre 2023 l'assessore Francesco Tresso annunciò 400.000 euro per le statue di San Massimo e San Carlo e per la facciata[5]. Nel giugno 2025 la Giunta approvò una sponsorizzazione: la società One Srl si è accollata un restauro delle facciate da poco più di un milione di euro, ripagato con la pubblicità sui ponteggi, che riguarda 1.072 metri quadrati di pietra, 183 di intonaci e 318 di stucchi[13]. Nell'agosto 2026 il cantiere è stato prolungato fino a ottobre per restaurare a fondo la Fede e la Religione e il portone di legno[14].
Anche l'ossario, gestito dalla società comunale AFC con i volontari di Assoarma, è stato restituito alla città nel 2026 dopo lavori per 400.000 euro nell'ambito di un accordo con il Ministero della Difesa, ed è visitabile nei fine settimana[15]. «Questo non è solo un intervento edilizio o monumentale, ma un dovere morale verso i 3.851 soldati torinesi che hanno sacrificato la propria vita nella Prima Guerra Mondiale», ha dichiarato alla riapertura l'assessore Marco Porcedda[15].
Pagine che rimandano qui
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- Villa della Regina
Articoli collegati: Pietro Micca, Santuario della Consolata
Fonti
- Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani — 1 gennaio 1971
- Città e Cattedrali
- Mole24 — 6 dicembre 2020
- Archeomedia — 22 ottobre 2018
- Mole24 — 5 dicembre 2023
- Mole24 — 28 gennaio 2026
- Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani — 1 gennaio 1998
- Mole24 — 17 settembre 2026
- MuseoTorino
- Pietre della Memoria — 22 luglio 2025
- Mole24 — 2 agosto 2025
- Mole24 — 21 ottobre 2020
- TorinoClick – Città di Torino — 17 giugno 2025
- Mole24 — 9 agosto 2026
- TorinoClick – Città di Torino — 5 giugno 2026