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Pietro Micca

Aggiornato il 26 settembre 2026

Immagine dalla pubblicazione di Il Torinese
Dalla pubblicazione di Il Torinese, 2026-09-24

Pietro Micca (Sagliano, 1677 – Torino, 1706) fu un soldato della compagnia dei minatori dell'esercito sabaudo, morto nelle gallerie sotterranee della Cittadella durante l'assedio di Torino del 1706, mentre faceva brillare una mina per fermare un'incursione francese[1][2]. Muratore del Biellese diventato simbolo della resistenza della capitale sabauda, dà il nome a una delle vie principali del centro, a una caserma e al museo civico che custodisce le gallerie di contromina in cui morì.

Dal Biellese alla compagnia dei minatori

Nacque a Sagliano d'Andorno, nel Biellese, oggi Sagliano Micca: secondo il Dizionario Biografico degli Italiani il 5 marzo 1677[1], secondo l'Enciclopedia Italiana del 1934 il giorno dopo[2]. Il padre Giacomo era muratore e la madre, Anna Martinazzo, era la sua seconda moglie; Pietro seguì il mestiere paterno. Il 29 ottobre 1704 sposò Maria Caterina Bonino, da cui ebbe un figlio, Giacomo Antonio[1].

Nel luglio 1705 entrò nella compagnia minatori di Sua Altezza Reale, un reparto nato nel 1657 sotto il duca Carlo Emanuele II per il lavoro nelle miniere e poi inquadrato fra le maestranze dell'artiglieria. Nei ruoli compare, come si usava, con un soprannome, «Passapertut», che il Dizionario Biografico spiega con la sua abilità nell'infilarsi nei cunicoli più stretti[1].

La notte della Cittadella

La Cittadella pentagonale, disegnata da Francesco Paciotto per Emanuele Filiberto nel Cinquecento[3], era il cuore della difesa quando nel 1706 l'esercito di Luigi XIV strinse d'assedio la capitale del duca Vittorio Amedeo II. Sotto i bastioni correva una rete di gallerie di contromina in cui minatori sabaudi e francesi si davano la caccia al buio; la compagnia dei minatori vi ebbe un ruolo centrale[1]. L'Enciclopedia Italiana riassume così il momento decisivo:

«Durante questo assedio, la notte sul 30 agosto 1706, alcuni granatieri francesi erano riusciti a penetrare fin presso alla galleria che conduceva nell'interno della piazza.»

Armando Tallone, Enciclopedia Italiana, 1934

Secondo lo stesso racconto, Micca allontanò il compagno che era con lui e diede fuoco alla mina, cercando invano di mettersi in salvo: l'esplosione chiuse il passaggio ai francesi e lo uccise[2]. La versione popolare colloca il fatto verso la mezzanotte tra il 29 e il 30 agosto e vuole che, per non dare tempo al nemico, i due scegliessero una miccia corta; la tradizione mette in bocca a Micca, rivolto al commilitone troppo lento, una frase in piemontese, «It ses pì long che na giornà sensa pan», che Mole24 rende con «Alzati che sei lungo più di una giornata senza pane»[4]. La scala sotterranea indicata come teatro dell'episodio fu ritrovata soltanto nel 1958 da Guido Amoretti, poi generale[5].

Che cosa dicono i documenti

La ricerca storica ha distinto il fatto dal mito. Le testimonianze coeve o di poco successive non fanno il nome di Micca; dalle carte si ricava la sua presenza nei cunicoli quando furono accese le micce che contribuirono alla resa francese, ma non l'effetto risolutivo di un gesto individuale e spontaneo[1]. Già Tallone osservava che la relazione ufficiale del comandante dell'artiglieria non aveva dato risalto all'episodio, e che i contemporanei non lo avevano né riconosciuto né ricompensato[2].

Il documento più vicino ai fatti è la supplica che la vedova indirizzò al duca il 26 febbraio 1707 per ottenere una pensione. Vi si legge che il marito era stato

«comandato dal cav[alier] Castel Alfieri, colonnello del battaglione d'artiglieria, oppure invitato dalla generosità del suo animo a portarsi a dare il fuoco a detta mina, non ostante l'evidente pericolo di sua vita»

Supplica della vedova Micca al duca Vittorio Amedeo II, 26 febbraio 1707

L'ufficiale citato è Giuseppe Amico di Castellalfero, incaricato di coordinare artiglieri, minatori e ingegneri durante l'assedio: la supplica lascia dunque aperta l'ipotesi di un ordine ricevuto. Il duca concesse alla famiglia «due rationi di pane» a partire dal 26 febbraio 1707; nel 1709 la vedova si risposò con Lorenzo Pavanello[1].

La costruzione di un eroe

La fama arrivò più di settant'anni dopo. Nel 1781 la collana dei Piemontesi illustri, promossa dall'Accademia Sampaolina, dedicò a Micca, per mano del conte Durando di Villa, il primo ritratto esemplare, accostandolo nientemeno che al principe Eugenio di Savoia. Nell'Ottocento il minatore divenne un soggetto ricorrente: il quadro di Stefano Chiantore (1828), le tele di Giulio Piatti, Michele Cusa, Andrea Gastaldi e Luigi Di Giovanni, il dramma di Vittorio Bersezio (1852), il ballo di Luigi Manzotti (1871), la statua di Giuseppe Cassano (1864). Con regio brevetto dell'8 marzo 1828 re Carlo Felice assegnò all'ultimo discendente, Giovanni Antonio Micca, un vitalizio di 300 lire annue[1].

Nel 1834 lo scultore Giuseppe Bogliani ricevette l'incarico di un monumento in bronzo, inaugurato nel cortile del Regio Arsenale il 4 dicembre 1837, festa di santa Barbara patrona degli artiglieri: una Minerva guerriera accanto a un'erma con il busto di Micca, la gramigna come simbolo di tenacia e trofei d'artiglieria[6]. Il piedistallo in granito era di Alessandro Antonelli[1]. L'opera passò poi alla caserma intitolata all'eroe in via Valfrè, costruita su progetto approvato nel 1885, e dal 1961 è al museo[7]. Nel 1880 anche Sagliano ebbe il suo monumento, opera di Giuseppe Maffei[1].

Nel 1897 si aprì al pubblico via Pietro Micca, la diagonale che collega piazza Castello a piazza Solferino, nata dal risanamento del centro avviato negli anni Ottanta e oggi fiancheggiata da portici e palazzi liberty[8]. Nel 1938 Aldo Vergano girò il film Pietro Micca, esordio di Clara Calamai, con scenografie e costumi di Carlo Levi e Carlo Mollino e esterni alla cittadella di Alessandria: la pellicola è considerata perduta e ne resta un frammento di circa cinque minuti al Museo Nazionale del Cinema[9].

Il Museo Pietro Micca

Il museo civico di via Guicciardini 7/A è dedicato all'assedio del 1706. Le prime gallerie della mezzaluna del Soccorso furono aperte ai visitatori già nel 1913, dopo le ricerche del colonnello Pietro Magni; nel 1958 la Città, il Genio Civile e l'Esercito avviarono il recupero integrale del sistema di contromina e il museo fu inaugurato il 14 maggio 1961, per il centenario dell'Unità. Dei circa 14 chilometri di passaggi sotterranei individuati, 9 sono percorribili[10]. Primo direttore fu Guido Amoretti (classe 1920), che guidò il museo dal 1961 fino alla morte, nel 2008; nel 2024 la Città gli ha intitolato il tratto di via Guicciardini davanti all'ingresso[5].

Chiuso il 26 febbraio 2024 per lavori di manutenzione straordinaria, il museo ha riaperto l'11 giugno 2024 con il percorso nelle gallerie in cui si svolse l'episodio[11]. Nel 2019 fu annunciata una statua in bronzo a grandezza naturale per l'ingresso, modellata da una discendente americana della famiglia, Kelly Micca, che ritrae il minatore mentre fugge dall'esplosione[12].

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Articoli collegati: Assedio di Torino del 1706, Biella, Gran Madre di Dio, Santuario della Consolata, Vittorio Amedeo II

Fonti

  1. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  2. Treccani – Enciclopedia Italiana
  3. MuseoTorino
  4. Mole24 — 29 agosto 2014
  5. TorinoClick – Città di Torino — 29 novembre 2024
  6. Mole24 — 28 gennaio 2026
  7. Mole24 — 22 gennaio 2026
  8. Mole24 — 29 agosto 2017
  9. Mole24 — 11 settembre 2025
  10. Mole24 — 20 settembre 2021
  11. TorinoClick – Città di Torino — 4 giugno 2024
  12. Mole24 — 29 maggio 2019

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