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Alessandro Antonelli

Aggiornato il 26 settembre 2026

Immagine dalla pubblicazione di Il Giornale dell'Architettura
Dalla pubblicazione di Il Giornale dell'Architettura, 2022-12-21

Alessandro Antonelli (Ghemme, 14 luglio 1798 – Torino, 18 ottobre 1888) è l'architetto e ingegnere che ha dato a Torino il suo profilo più riconoscibile, la Mole Antonelliana, e a Novara la cupola di San Gaudenzio.[1] Formato nel gusto neoclassico, passò la vita a mettere alla prova la grammatica degli ordini architettonici con i calcoli della scienza delle costruzioni, spingendo la muratura tradizionale, rinforzata da tiranti di ferro, a spessori e altezze mai tentati prima.[1][2]

Da Ghemme a Roma

Nato a Ghemme, nel Novarese, secondogenito del notaio Costanzo e di Angiola Bozzi, studiò a Milano al Liceo artistico e all'Accademia di Brera; a Torino frequentò l'università sotto la guida di Ferdinando Bonsignore e nel 1824 si laureò ingegnere architetto.[1] Nel 1828 vinse un concorso per un soggiorno di perfezionamento a Roma, dove seguì con particolare interesse le lezioni di geometria descrittiva di Carlo Sereni; secondo Il Giornale dell'Architettura vi rimase sei anni.[1][3]

Il saggio finale presentato al ritorno fu un progetto che non avrebbe mai visto la luce: nel 1831 propose una trasformazione radicale del centro di Torino che prevedeva di demolire Palazzo Madama e ricostruirlo altrove, liberando mezza piazza Castello.[1][3] I disegni, conservati all'Accademia Albertina, sono stati esposti nel 2022-2023 alla mostra «Neoclassicismi a Torino» della Pinacoteca Albertina.[3] L'Enciclopedia Italiana definì quel piano urbanistico «inattuabile ma interessante per la modernità della concezione».[2]

Professore, consigliere, deputato

Nel 1836 fu nominato professore all'Accademia Albertina di Belle Arti, dove insegnò fino al 1857.[1] Alla carriera accademica affiancò quella pubblica: fu deputato al Parlamento subalpino del Regno di Sardegna nella seconda legislatura (1849) e sedette, quasi senza interruzioni fino alla morte, nel consiglio comunale di Torino e nel consiglio provinciale di Novara.[1]

Negli stessi anni costruì molto, tra Torino e il Piemonte orientale. A Novara disegnò l'altare maggiore del duomo (1833) e palazzo Avogadro (1840-1845); nel Novarese avviò dal 1830 il santuario di Boca e realizzò la parrocchiale di Castagnola di Valduggia, villa Caccia a Romagnano Sesia e la parrocchiale di Oleggio (1853-1858); ad Alessandria l'ospizio degli orfani.[1] A Torino firmò la casa di via Giulia di Barolo 9 (1840), il palazzo demaniale di via Bogino 6, la casa di via Vanchiglia 3, la casa di corso San Maurizio (1851) e la «casa delle colonne» di corso Oporto 13 (1854).[1]

Non tutti i cantieri arrivarono in fondo. A Castellamonte, nel Canavese, la comunità avviò nel 1842 una nuova parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo su suo progetto, pensata grande quasi quanto San Pietro; nel 1846 i fondi finirono quando erano in piedi solo il muro perimetrale e alcune colonne. Quel recinto circolare, la Rotonda antonelliana, è oggi uno spazio per eventi che ospita ogni anno la mostra della ceramica.[4]

La «Fetta di polenta»

La più curiosa delle sue case torinesi è la casa Scaccabarozzi, all'angolo tra corso San Maurizio e via Giulia di Barolo: costruita a partire dal 1840 e ampliata nel 1881 su un lotto triangolare strettissimo, compensa la mancanza di spazio salendo in altezza. La forma e l'intonaco giallo le hanno dato il soprannome di «Fetta di polenta».[5] Secondo Il Foglio Antonelli la disegnò «come sfida e divertimento»: nove piani su una pianta di 32 metri quadrati, che nel punto più stretto misura cinquanta centimetri.[6] Le stanze triangolari chiedevano mobili costruiti su misura e finestre allungate; al piano terreno funzionò il Caffè del Progresso, ritrovo di carbonari e cospiratori negli anni del Risorgimento.[5] Per MuseoTorino la casa è una prova generale della tecnica che l'architetto avrebbe poi portato sulla Mole.[5]

In seguito gli interni furono arredati dal decoratore Renzo Mongiardino, che per l'illusione ottica si ispirò all'appartamento dei nani del Palazzo Ducale di Mantova; secondo Il Foglio vi era

«tutto in proporzione, persino le balaustre e le mattonelle sono più piccole del normale»

Il Foglio, 29 luglio 2019

Nel 2005 l'edificio fu acquistato all'asta dal gallerista Franco Noero e dalla moglie.[6]

La cupola di San Gaudenzio

A Novara, dal 1841, Antonelli lavorò alla cupola della basilica di San Gaudenzio, cantiere che seguì fino alla morte.[1] L'Enciclopedia Italiana cita la cupola, alta 125 metri, come altro esempio della sua tecnica costruttiva.[2] Il Dizionario Biografico degli Italiani descrive un lavoro di continua autocritica: l'aspetto esterno restava fermo, mentre all'interno il progettista semplificava via via le membrature portanti.[1]

La Mole

Dopo l'emancipazione concessa da Carlo Alberto nel 1848, la comunità israelitica torinese decise di costruire una grande sinagoga e, fallito un primo concorso, nel 1862 ne affidò il progetto ad Antonelli.[7][8] Il disegno iniziale prevedeva un'aula quadrata per 1.500 persone coperta da una volta a padiglione alta 47 metri.[7] Il cantiere si aprì nel 1863, ma l'architetto continuò a rialzare l'edificio e con l'altezza crebbero i costi: nel 1869 la comunità interruppe i finanziamenti.[7][2] Il Comune di Torino acquistò la costruzione incompiuta e la destinò a «Ricordo nazionale al re Vittorio Emanuele II»; Visit Jewish Italy data la cessione al 1878, Focus al 1877, per 150.000 lire.[7][8] Per la nuova funzione, sede del museo dell'indipendenza italiana, Antonelli disegnò una lanterna che portò il progetto da 112 a 165 metri.[1]

Il segreto era quella che il Touring Club chiama «tecnica antonelliana»: punti d'appoggio collegati da una rete di tiranti metallici nascosti nell'intercapedine dei mattoni, che permetteva muri di spessore ridotto.[9] Lo storico dell'arte Corrado Maltese, citato nel Dizionario Biografico, osservò che nella Mole

«Il rapporto tra pieni e vuoti... era il più favorevole che mai si fosse raggiunto con i metodi costruttivi tradizionali»

Corrado Maltese, citato da Paolo Portoghesi nel Dizionario Biografico degli Italiani, 1961

Il prezzo di tanta leggerezza fu una lunga diffidenza: nel 1877 i lavori furono sospesi per le polemiche sulla stabilità dell'edificio.[1] La sera del 23 febbraio 1887, dopo una scossa di terremoto che aveva lesionato alcuni edifici della città, l'architetto quasi novantenne andò di persona in via Montebello a controllare la sua torre, ormai praticamente finita.[10]

Morte ed eredità

Antonelli morì a Torino il 18 ottobre 1888, a novant'anni, senza vedere completata la Mole; i lavori di rifinitura furono diretti per circa un decennio dal figlio Costanzo.[1][11] L'edificio fu completato nel 1889 e, con 167,5 metri, fu a lungo la costruzione in muratura più alta d'Europa; il primato cadde il 23 maggio 1953, quando una tempesta abbatté gli ultimi 47 metri della guglia, poi ricostruita.[11][8][12] Dopo aver ospitato il Museo Nazionale del Risorgimento, dal 2000 la Mole è la sede del Museo Nazionale del Cinema.[11][13]

Paolo Portoghesi, nel Dizionario Biografico, legge nell'opera di Antonelli un metodo più che uno stile: comporre per serie di elementi strettamente analoghi, rinunciando alla gradazione rinascimentale, fino a separare del tutto l'involucro esterno dalla struttura interna.[1]

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Articoli collegati: Mole Antonelliana, Museo Nazionale del Cinema, Novara

Fonti

  1. Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani
  2. Treccani, Enciclopedia Italiana
  3. Il Giornale dell'Architettura — 21 dicembre 2022
  4. Turismo Torino e Provincia
  5. MuseoTorino
  6. Il Foglio — 29 luglio 2019
  7. Visit Jewish Italy (UCEI)
  8. Focus
  9. Touring Club Italiano
  10. Torino Magazine
  11. MuseoTorino
  12. Mole24 — 23 maggio 2013
  13. Museo Nazionale del Cinema

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