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Lingua piemontese

Aggiornato il 26 settembre 2026

Diario manoscritto in lingua piemontese di Giacinto Tholosano, Barone di Valgrisanche, prefetto di Fossano, XIX secolo
Diario manoscritto in lingua piemontese di Giacinto Tholosano, Barone di Valgrisanche, prefetto di Fossano, XIX secolo — Bertin Osengh, 2025, pubblico dominio

La lingua piemontese (piemontèis) è la parlata romanza della pianura e delle colline del Piemonte, con al centro la varietà di Torino: il torinese, diffuso negli ultimi tre secoli dalla capitale verso le campagne e i centri maggiori, è diventato il modello comune e la base della letteratura moderna.[1] Nei cataloghi linguistici internazionali ha un codice proprio, pms, e la banca dati Glottolog, che la colloca tra le parlate gallo-italiche, la considera vulnerabile, perché il suo uso si è ridotto soprattutto in città e tra i giovani.[2]

Dove si parla

Il Piemonte amministrativo non coincide con l'area del piemontese. Ne restano fuori le comunità occitane e francoprovenzali delle valli occidentali, le parlate di tipo lombardo a est del Sesia e le isole di lingua walser. All'interno si riconoscono sottogruppi con tratti propri: canavesano, biellese, valsesiano, alessandrino, monferrino e langarolo, cioè le parlate del Canavese, del Biellese, del Monferrato e delle Langhe.[1] Una divisione più ampia, riportata dall'enciclopedia Treccani, separa un gruppo alto-piemontese, che comprende Torino e Cuneo, da uno basso-piemontese, che comprende Vercelli e Alessandria.[3]

La stessa opera osserva che queste parlate non si staccano nettamente dagli altri dialetti dell'Italia settentrionale, con cui condividono per esempio la caduta delle vocali finali diverse da -a, e che in origine erano più vicine ai tipi d'Oltralpe, per poi differenziarsene sotto la spinta di influssi italiani arrivati da sud e da est.[3]

Il torinese, lingua della capitale

Il peso di Torino, capitale sabauda, spiega perché un solo dialetto sia diventato il riferimento di tutti. Il linguista Davide Ricca lo riassume così:

«Il dialetto della capitale regionale, Torino, si è gradualmente esteso negli ultimi tre secoli dando origine ad un'area linguisticamente abbastanza uniforme»

Davide Ricca, Enciclopedia dell'Italiano, 2011

La prima codificazione nacque a corte. Nel 1783 Maurizio Pipino pubblicò la prima Gramatica piemontese, scritta in italiano.[1] Nato a Cuneo nel 1739, Pipino fece uscire nello stesso anno anche un Vocabolario piemontese e un volume di Poesie piemontesi; grammatica e vocabolario erano dedicati a Maria Adelaide Clotilde Saveria di Francia, principessa di Piemonte in Casa Savoia, che aveva insistito per imparare la parlata locale; Pipino dichiarava di descrivere il piemontese «torinese o cortigiano», cioè la lingua colta della capitale e non quella delle campagne.[4] Nel 1859 seguì il grande vocabolario di Vittorio di Sant'Albino.[1]

Suoni e grammatica

All'orecchio di un italiano il piemontese si riconosce subito per tre vocali sconosciute all'italiano: la ö e la u «alla francese» e una vocale indistinta, scritta ë. Le sillabe possono accumulare consonanti, e il passato remoto manca del tutto. In sintassi due tratti sono tipici: i pronomi soggetto brevi, obbligatori con la seconda e la terza persona singolare e con la terza plurale, e la negazione collocata dopo il verbo. «Non ho mangiato» si dice, in trascrizione fonetica, i l aj nèn mangià: letteralmente «io ho non mangiato».[1]

La grafia oggi usata è in gran parte fonemica ma di aspetto italiano, con una particolarità che confonde chi la legge per la prima volta: la lettera o vale [u] e la u vale [y], come in francese. La sistemò negli anni Trenta del Novecento il poeta Pinin Pacòt (1899-1964), promotore di un uso letterario alto del torinese.[1]

Otto secoli di scrittura

I testi più antichi sono i cosiddetti Sermoni subalpini, prediche forse della fine del XII secolo. Il primo libro stampato è del 1521: l'Opera Jocunda di Giovan Giorgio Alione, raccolta di farse in dialetto di Asti. Nel Settecento scrisse in piemontese Ignazio Isler (1702-1788).[1]

Il torinese Edoardo Ignazio Calvo (1773-1804), medico all'ospedale San Giovanni Battista e simpatizzante giacobino, è considerato l'iniziatore di un filone della poesia dialettale piemontese: le sue Favole morali in terzine uscirono nel 1802 senza indicazioni tipografiche, perché colpivano la politica bonapartista; morì di tifo contratto esercitando la professione.[5] Angelo Brofferio, nato nel 1802 a Castelnuovo Calcea nell'Astigiano, compose canzoni in piemontese d'ispirazione politica, fu arrestato nel 1831 per l'adesione alla setta dei Cavalieri della libertà, diresse il Messaggiere torinese dal 1836 al 1849 e dal 1848 sedette in Parlamento tra i democratici radicali.[6]

Il testo più fortunato è teatrale. Le miserie 'd monsù Travèt di Vittorio Bersezio andò in scena il 4 aprile 1863 al Teatro Alfieri di Torino con la compagnia di Giovanni Toselli; tradotta in italiano come Le miserie del signor Travetti, fu apprezzata da Alessandro Manzoni e girò i teatri italiani e stranieri. Il nome del protagonista, un modesto impiegato, entrò nel dizionario di Giorgio Petrocchi come sinonimo di piccolo burocrate: il «travet» dell'italiano comune viene da qui.[7]

Lingua o dialetto: la legge del 2009

La legge regionale 7 aprile 2009, n. 11, «Tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico del Piemonte», nominava tra le lingue da tutelare anche «la lingua piemontese». Impugnata davanti alla Corte costituzionale, la legge fu ridimensionata: con la sentenza n. 170 del 10 maggio 2010 la Corte dichiarò illegittime le parole riferite al piemontese, perché la Regione aveva attribuito al piemontese un valore analogo a quello delle minoranze elencate dalla legge statale 482 del 1999, che non lo comprende.[8] Secondo la Corte, la competenza regionale sulla cultura non attribuisce

«il potere autonomo e indiscriminato di identificare e tutelare – ad ogni effetto – una propria "lingua" regionale o altre proprie "lingue" minoritarie, anche al di là di quanto riconosciuto e stabilito dal legislatore statale»

Corte costituzionale, sentenza n. 170, 2010

Il piemontese resta quindi, per l'ordinamento italiano, fuori dall'elenco tassativo delle lingue minoritarie stabilito dall'articolo 2 della legge 482; la legge regionale continua ad applicarsi alle altre parlate del Piemonte.[8]

L'uso oggi

Secondo i dati ISTAT del 2006 riportati da Ricca, il 9,8% degli intervistati in Piemonte dichiarava di parlare soltanto dialetto in famiglia e il 25,4% di alternarlo con l'italiano. L'uso esclusivo in famiglia si era più che dimezzato dal 1988, ma la quota residua sembrava essersi stabilizzata; il Piemonte figura tra le regioni in cui la vitalità del dialetto è particolarmente bassa, soprattutto nelle aree urbane.[1] Sul piano internazionale la lingua figura tra quelle a rischio, con un calo drastico dell'uso nei centri urbani e tra le generazioni giovani.[2]

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Articoli collegati: La Stampa, Piemonte

Fonti

  1. Treccani – Enciclopedia dell'Italiano
  2. Glottolog (Max Planck Institute)
  3. Treccani – Enciclopedia Italiana
  4. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  5. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  6. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  7. Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
  8. Corte costituzionale — 13 maggio 2010

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