Lingua piemontese

La lingua piemontese (piemontèis) è la parlata romanza della pianura e delle colline del Piemonte, con al centro la varietà di Torino: il torinese, diffuso negli ultimi tre secoli dalla capitale verso le campagne e i centri maggiori, è diventato il modello comune e la base della letteratura moderna.[1] Nei cataloghi linguistici internazionali ha un codice proprio, pms, e la banca dati Glottolog, che la colloca tra le parlate gallo-italiche, la considera vulnerabile, perché il suo uso si è ridotto soprattutto in città e tra i giovani.[2]
Dove si parla
Il Piemonte amministrativo non coincide con l'area del piemontese. Ne restano fuori le comunità occitane e francoprovenzali delle valli occidentali, le parlate di tipo lombardo a est del Sesia e le isole di lingua walser. All'interno si riconoscono sottogruppi con tratti propri: canavesano, biellese, valsesiano, alessandrino, monferrino e langarolo, cioè le parlate del Canavese, del Biellese, del Monferrato e delle Langhe.[1] Una divisione più ampia, riportata dall'enciclopedia Treccani, separa un gruppo alto-piemontese, che comprende Torino e Cuneo, da uno basso-piemontese, che comprende Vercelli e Alessandria.[3]
La stessa opera osserva che queste parlate non si staccano nettamente dagli altri dialetti dell'Italia settentrionale, con cui condividono per esempio la caduta delle vocali finali diverse da -a, e che in origine erano più vicine ai tipi d'Oltralpe, per poi differenziarsene sotto la spinta di influssi italiani arrivati da sud e da est.[3]
Il torinese, lingua della capitale
Il peso di Torino, capitale sabauda, spiega perché un solo dialetto sia diventato il riferimento di tutti. Il linguista Davide Ricca lo riassume così:
«Il dialetto della capitale regionale, Torino, si è gradualmente esteso negli ultimi tre secoli dando origine ad un'area linguisticamente abbastanza uniforme»
La prima codificazione nacque a corte. Nel 1783 Maurizio Pipino pubblicò la prima Gramatica piemontese, scritta in italiano.[1] Nato a Cuneo nel 1739, Pipino fece uscire nello stesso anno anche un Vocabolario piemontese e un volume di Poesie piemontesi; grammatica e vocabolario erano dedicati a Maria Adelaide Clotilde Saveria di Francia, principessa di Piemonte in Casa Savoia, che aveva insistito per imparare la parlata locale; Pipino dichiarava di descrivere il piemontese «torinese o cortigiano», cioè la lingua colta della capitale e non quella delle campagne.[4] Nel 1859 seguì il grande vocabolario di Vittorio di Sant'Albino.[1]
Suoni e grammatica
All'orecchio di un italiano il piemontese si riconosce subito per tre vocali sconosciute all'italiano: la ö e la u «alla francese» e una vocale indistinta, scritta ë. Le sillabe possono accumulare consonanti, e il passato remoto manca del tutto. In sintassi due tratti sono tipici: i pronomi soggetto brevi, obbligatori con la seconda e la terza persona singolare e con la terza plurale, e la negazione collocata dopo il verbo. «Non ho mangiato» si dice, in trascrizione fonetica, i l aj nèn mangià: letteralmente «io ho non mangiato».[1]
La grafia oggi usata è in gran parte fonemica ma di aspetto italiano, con una particolarità che confonde chi la legge per la prima volta: la lettera o vale [u] e la u vale [y], come in francese. La sistemò negli anni Trenta del Novecento il poeta Pinin Pacòt (1899-1964), promotore di un uso letterario alto del torinese.[1]
Otto secoli di scrittura
I testi più antichi sono i cosiddetti Sermoni subalpini, prediche forse della fine del XII secolo. Il primo libro stampato è del 1521: l'Opera Jocunda di Giovan Giorgio Alione, raccolta di farse in dialetto di Asti. Nel Settecento scrisse in piemontese Ignazio Isler (1702-1788).[1]
Il torinese Edoardo Ignazio Calvo (1773-1804), medico all'ospedale San Giovanni Battista e simpatizzante giacobino, è considerato l'iniziatore di un filone della poesia dialettale piemontese: le sue Favole morali in terzine uscirono nel 1802 senza indicazioni tipografiche, perché colpivano la politica bonapartista; morì di tifo contratto esercitando la professione.[5] Angelo Brofferio, nato nel 1802 a Castelnuovo Calcea nell'Astigiano, compose canzoni in piemontese d'ispirazione politica, fu arrestato nel 1831 per l'adesione alla setta dei Cavalieri della libertà, diresse il Messaggiere torinese dal 1836 al 1849 e dal 1848 sedette in Parlamento tra i democratici radicali.[6]
Il testo più fortunato è teatrale. Le miserie 'd monsù Travèt di Vittorio Bersezio andò in scena il 4 aprile 1863 al Teatro Alfieri di Torino con la compagnia di Giovanni Toselli; tradotta in italiano come Le miserie del signor Travetti, fu apprezzata da Alessandro Manzoni e girò i teatri italiani e stranieri. Il nome del protagonista, un modesto impiegato, entrò nel dizionario di Giorgio Petrocchi come sinonimo di piccolo burocrate: il «travet» dell'italiano comune viene da qui.[7]
Lingua o dialetto: la legge del 2009
La legge regionale 7 aprile 2009, n. 11, «Tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico del Piemonte», nominava tra le lingue da tutelare anche «la lingua piemontese». Impugnata davanti alla Corte costituzionale, la legge fu ridimensionata: con la sentenza n. 170 del 10 maggio 2010 la Corte dichiarò illegittime le parole riferite al piemontese, perché la Regione aveva attribuito al piemontese un valore analogo a quello delle minoranze elencate dalla legge statale 482 del 1999, che non lo comprende.[8] Secondo la Corte, la competenza regionale sulla cultura non attribuisce
«il potere autonomo e indiscriminato di identificare e tutelare – ad ogni effetto – una propria "lingua" regionale o altre proprie "lingue" minoritarie, anche al di là di quanto riconosciuto e stabilito dal legislatore statale»
Il piemontese resta quindi, per l'ordinamento italiano, fuori dall'elenco tassativo delle lingue minoritarie stabilito dall'articolo 2 della legge 482; la legge regionale continua ad applicarsi alle altre parlate del Piemonte.[8]
L'uso oggi
Secondo i dati ISTAT del 2006 riportati da Ricca, il 9,8% degli intervistati in Piemonte dichiarava di parlare soltanto dialetto in famiglia e il 25,4% di alternarlo con l'italiano. L'uso esclusivo in famiglia si era più che dimezzato dal 1988, ma la quota residua sembrava essersi stabilizzata; il Piemonte figura tra le regioni in cui la vitalità del dialetto è particolarmente bassa, soprattutto nelle aree urbane.[1] Sul piano internazionale la lingua figura tra quelle a rischio, con un calo drastico dell'uso nei centri urbani e tra le generazioni giovani.[2]
Pagine che rimandano qui
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Articoli collegati: La Stampa, Piemonte
Fonti
- Treccani – Enciclopedia dell'Italiano
- Glottolog (Max Planck Institute)
- Treccani – Enciclopedia Italiana
- Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
- Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
- Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
- Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani
- Corte costituzionale — 13 maggio 2010