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Olimpiadi invernali di Torino 2006

Aggiornato il 26 settembre 2026

Immagine dalla pubblicazione di Domani
Dalla pubblicazione di Domani, 2026-02-06

I XX Giochi olimpici invernali si svolsero a Torino e nelle valli olimpiche dal 10 al 26 febbraio 2006: 2.508 atleti di 80 comitati olimpici nazionali si contesero 84 titoli in 15 discipline[1]. Per la città furono il primo grande evento globale dopo il declino della grande fabbrica, e ne accompagnarono il passaggio da capitale dell'auto a meta turistica e culturale; in montagna lasciarono invece impianti costosi e in parte abbandonati.

La candidatura e la vittoria su Sion

La scelta arrivò il 16 giugno 1999 a Seul, durante la sessione del Comitato olimpico internazionale: Torino ottenne 53 voti contro i 36 della svizzera Sion, dopo una corsa che aveva visto in gara anche Klagenfurt, Zakopane, Helsinki e Poprad-Tatry. A guidare il comitato promotore era Evelina Christilin[1]. Le opere furono affidate a un'agenzia pubblica apposita, l'Agenzia Torino 2006, i cui organi direttivi furono nominati dal governo nel gennaio 2002[1].

L'agenzia era stata istituita dalla legge 285 del 2000, che fissò anche i criteri per le opere olimpiche. Secondo una pubblicazione del Consiglio regionale del Piemonte uscita nell'anno dei Giochi, il costo complessivo delle opere era di 1,7 miliardi di euro, e una parte per mezzo miliardo sarebbe passata in eredità alla Città di Torino[2]. Alle gare si affiancarono cantieri urbani di lunga durata: la linea 1 della metropolitana, primo sistema italiano a guida automatica VAL, aprì il 4 febbraio 2006 con il tratto da Collegno a Porta Susa, sei giorni prima della cerimonia inaugurale[3].

Le sedi: la città e le valli

Il ghiaccio restò in città. Il Palazzo a Vela ospitò il pattinaggio artistico e lo short track, l'Oval del Lingotto, con la sua pista di 400 metri, il pattinaggio di velocità, mentre per l'hockey su ghiaccio fu costruito un nuovo palazzetto nell'area dell'ex Stadio Comunale[2]. Il Palasport Olimpico, oggi Inalpi Arena, costò 85 milioni di euro e fu terminato nel settembre 2005[1]. L'Oval sorse dove un tempo c'erano i capannoni della Fiat Avio: per entrarvi si passava dallo stesso cancello varcato per decenni dagli operai a ogni cambio turno[4].

Le gare sulla neve si distribuirono tra l'alta Val di Susa e le valli pinerolesi: lo sci alpino a Sestriere, discesa e supergigante femminili a Cesana-San Sicario, bob, slittino e skeleton sulla pista di Cesana Pariol, il salto a Pragelato, lo snowboard a Bardonecchia, il freestyle a Sauze d'Oulx e il curling a Pinerolo[2]. Gli atleti alloggiavano in tre villaggi olimpici: Torino per circa 2.500 atleti, Sestriere con 1.200 e Bardonecchia con 700[2].

Le cerimonie

La cerimonia di apertura si tenne il 10 febbraio nello Stadio Olimpico, l'ex Comunale «Vittorio Pozzo», oggi Stadio Olimpico Grande Torino. Il giuramento degli atleti fu pronunciato dallo slalomista Giorgio Rocca e l'ultima tedofora fu Stefania Belmondo, fondista con dieci medaglie olimpiche[1]. A chiudere la serata Luciano Pavarotti cantò «Nessun dorma»: fu la sua ultima esibizione pubblica e, come rivelò due anni dopo il direttore d'orchestra Leone Magiera, per il gelo di febbraio l'aria era stata preregistrata[5]. Nei giorni dei Giochi la fiamma ardeva in cima alla Torre Maratona dello stadio[4].

Poche ore prima dell'apertura il sindaco Sergio Chiamparino aveva messo le mani avanti sul temperamento dei suoi concittadini[4]:

«Non è che perché ci sono le Olimpiadi dobbiamo diventare Napoli. Resteremo Torino».

Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, febbraio 2006

Le gare e le medaglie italiane

L'Italia chiuse con undici medaglie, cinque ori e sei bronzi, due in meno di Salt Lake City 2002[1]. Il protagonista fu il pattinatore veneto Enrico Fabris, che all'Oval vinse l'oro nei 1.500 metri e nell'inseguimento a squadre e il bronzo nei 5.000, prima medaglia italiana nella storia del pattinaggio di velocità[1][6]. Nello sci di fondo Giorgio Di Centa vinse la 50 km e, con Fulvio Valbusa, Pietro Piller Cottrer e Cristian Zorzi, la staffetta 4x10 km; Armin Zöggeler conquistò il secondo oro olimpico consecutivo nello slittino[1][6].

Tra i bronzi rimase nella memoria quello del bob a due femminile di Gerda Weissensteiner e Jennifer Isacco: Weissensteiner, oro nello slittino nel 1994, divenne l'unica italiana premiata ai Giochi in due discipline diverse[1]. Il controllo antidoping, con 1.229 test, fu il più severo mai organizzato fino ad allora, e un podio fu revocato: quello della biathleta russa Ol'ga Medvedceva, trovata positiva al carphedon[1]. Dal 10 al 19 marzo seguirono le Paralimpiadi, con 486 atleti di 39 paesi e 163.000 biglietti venduti[1].

La città in festa

I Giochi cambiarono lo sguardo dei torinesi su sé stessi. Lo scrittore Ernesto Aloia ha ricordato che per mesi l'evento era stato atteso «con il tipico pessimismo locale», mentre Alessandro Isaia, che a trent'anni curò il programma culturale, lo ha descritto così[7]:

«Per la città fu una festa continua, l'esplosione di una gioia collettiva che cambiò nei cittadini la percezione di se stessi».

Alessandro Isaia, segretario generale della Fondazione per la Cultura Torino, 2026

Anche la partecipazione civica lasciò un segno: dai volontari del 2006 nacque l'associazione Volo2006, dalla quale in vent'anni sono passate circa mille persone[7]. Nei flussi turistici il salto è netto: la città, che nel 2002 contava meno di 600.000 arrivi l'anno, ne ha registrati 2,7 milioni nel 2023[8].

L'eredità degli impianti

Dopo i Giochi gli impianti passarono alla Fondazione 20 Marzo 2006, costituita dalla Regione Piemonte, dalla Città di Torino, dalla Città metropolitana e dal CONI. Nel 2009 una gara affidò la gestione trentennale, fino al 2039, alla società Parcolimpico, di cui Live Nation deteneva il 70% delle quote, poi salito al 90%[8]. Gli impianti affidati in concessione erano costati oltre 600 milioni di euro, tutti di fondi pubblici[9].

In città gli impianti hanno trovato una seconda vita: l'Oval è entrato nel polo fieristico del Lingotto, dove si tiene il Salone del Libro, e i palazzetti, dall'Inalpi Arena al Palavela, ospitano concerti e grandi eventi sportivi[8]. Il villaggio olimpico dell'ex Mercato ortofrutticolo all'ingrosso (ex MOI), 90.000 metri quadrati di cui circa metà occupati da 750 appartamenti, fu diviso in lotti[8]; alcune palazzine, lasciate per anni in abbandono, furono poi occupate da profughi[10].

In montagna il bilancio è più pesante. La pista di bob di Cesana Pariol, chiusa dal 2011, costò secondo «Il Post» 110 milioni[8], secondo «Il Fatto Quotidiano» oltre 61[10]; i trampolini di Pragelato, usati per gli allenamenti fino al 2013, costerebbero una decina di milioni di euro solo per essere rimossi[8]. Il direttore di Parcolimpico Daniele Donati ha riassunto il problema all'origine[8]:

«La questione principale è che tutti questi impianti, ma anche gli hotel, sono stati concepiti per durare due settimane, prevedevano un'accensione totale e uno spegnimento totale».

Daniele Donati, direttore generale di Parcolimpico, 2024

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Articoli collegati: Bardonecchia, Collegno, Inalpi Arena, Lingotto, Sauze d'Oulx, Sestriere

Fonti

  1. Treccani, Enciclopedia dello Sport
  2. Consiglio regionale del Piemonte
  3. MuseoTorino
  4. Domani — 6 febbraio 2026
  5. Classic FM — 21 luglio 2021
  6. Neveitalia
  7. Vita — 16 gennaio 2026
  8. Il Post — 28 marzo 2024
  9. Il Sole 24 Ore — 8 febbraio 2010
  10. Il Fatto Quotidiano — 18 dicembre 2014

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