Adriano Olivetti

Adriano Olivetti (Ivrea, 11 aprile 1901 – 27 febbraio 1960) è stato un industriale, editore, urbanista e uomo politico piemontese. Figlio di Camillo Olivetti, trasformò la piccola fabbrica di macchine per scrivere del padre in un gruppo internazionale che alla sua morte contava oltre 45.000 dipendenti, 27.000 dei quali all'estero, e ne fece il laboratorio di un'idea di impresa legata alla comunità e al territorio.[1] Il suo rapporto con Torino passa dagli anni di studio al Politecnico e da una delle sue creature meno ricordate, la prima scuola europea di management, fondata in città nel 1952.[1]
Formazione tra Ivrea e Torino
Primo di sei figli, frequentò un istituto tecnico a indirizzo fisico-matematico e poi il Politecnico di Torino, dove si laureò in chimica industriale nel 1924.[1] Lo stesso Politecnico aveva formato il padre, allievo di Galileo Ferraris, laureato in ingegneria elettrotecnica nel 1891 e accompagnatore del maestro al congresso di elettricità di Chicago del 1893.[2] Negli anni torinesi Adriano entrò in contatto con gli ambienti liberali e riformisti vicini a Piero Gobetti.[1] Nel 1924 sposò Paola Levi, figlia del patologo Giuseppe Levi e sorella di Natalia Ginzburg.[1]
Nel 1926, quando Camillo nascose in casa Filippo Turati ricercato dalla polizia, Adriano partecipò con Ferruccio Parri e Sandro Pertini alla fuga del leader socialista verso l'estero, guidando personalmente l'automobile.[1]
Dall'officina all'America
La società «Ing. C. Olivetti e C.» era nata a Ivrea il 29 ottobre 1908, e il suo primo modello, la M1, era stato presentato all'Esposizione universale di Torino del 1911.[2] Nel 1924 Adriano entrò in fabbrica come apprendista operaio, un'esperienza che ricordò con durezza come «una tortura per lo spirito, stavo imprigionato per delle ore che non finivano mai, nel nero e nel buio di una vecchia officina».[1] Da quegli anni gli rimase una convinzione che ripeteva ai suoi dirigenti:
«occorre capire il nero di un lunedì nella vita di un operaio, altrimenti non si può fare il mestiere di manager»
Tra il luglio 1925 e il gennaio 1926 visitò negli Stati Uniti un centinaio di fabbriche, tra cui gli stabilimenti Ford di Highland Park, e ne tornò con un'idea propria dell'organizzazione del lavoro, distante dal taylorismo applicato in modo meccanico.[1] Nel 1931 creò il Servizio Pubblicità, nel 1932 uscì la portatile MP1 e il 4 dicembre di quell'anno fu nominato direttore generale; nel 1938 succedette al padre alla presidenza.[3][1] Nel 1937 fondò la rivista Tecnica e organizzazione e avviò, con gli architetti razionalisti Luigi Figini e Gino Pollini, il piano regolatore della Valle d'Aosta, pubblicato nel 1943.[1]
Guerra, arresto ed esilio
Nel luglio 1943 fu arrestato per cospirazione: era stata intercettata una sua lettera destinata ad Allen Dulles. Dopo l'8 settembre visse nascosto tra Roma e Milano e nel febbraio 1944 riparò in Svizzera, dove rimase fino al 1945.[1] Nell'esilio, dopo l'incontro con Altiero Spinelli, si avvicinò al federalismo europeo e preparò L'ordine politico delle Comunità, pubblicato a Roma nel 1946.[1] Il padre Camillo era morto a Biella il 4 dicembre 1943.[2]
Comunità, fabbrica e città
Nel 1946 le Nuove Edizioni Ivrea divennero Edizioni di Comunità e nacque la rivista Comunità; nel 1947 fondò il Movimento Comunità.[3] Il suo modello era «una Comunità né troppo grande né troppo piccola, concreta, territorialmente definita, dotata di vasti poteri».[1] Nel 1948 negli stabilimenti di Ivrea fu costituito il Consiglio di gestione, per molti anni unico organismo paritetico del genere in Italia; nello stesso anno entrò nel consiglio direttivo dell'Istituto nazionale di urbanistica, e nel 1952 ricevette il titolo di Cavaliere del lavoro.[1][4] Nel 1957 l'azienda portò la settimana lavorativa da sei a cinque giorni, una condizione entrata nel contratto nazionale dei metalmeccanici solo nel 1970.[5]
Nel 1952 fondò a Torino l'IPSOA, Istituto di perfezionamento in scienze dell'organizzazione aziendale, prima scuola europea di management, affidandone la direzione a Giovanni Enriques.[1] Nuovi stabilimenti sorsero fuori da Ivrea: ad Agliè nel Canavese (1955), a San Bernardo di Ivrea (1956), a Caluso (1957) e a Pozzuoli, progettato da Luigi Cosenza.[1] Inaugurando la fabbrica campana il 23 aprile 1955 disse: «Così di fronte al golfo più singolare del mondo, questa fabbrica si è elevata in rispetto della bellezza dei luoghi».[6] Nel 1956 fu eletto sindaco di Ivrea e nel 1958 deputato, unico eletto del suo movimento; lasciò presto il seggio a Franco Ferrarotti.[1][3]
Macchine da scrivere ed elettronica
Nel dopoguerra uscirono la Lexikon 80 (1948) e la portatile Lettera 22 (1950), disegnata da Marcello Nizzoli, che nel 1954 ricevette il Compasso d'Oro.[3][5] Nel 1952 Olivetti aprì un laboratorio di ricerca sui calcolatori a New Canaan, negli Stati Uniti, e nel 1955 il Laboratorio di ricerche elettroniche presso Pisa; nel 1957 fondò con Telettra la Società generale semiconduttori.[1] A guidare il gruppo di Pisa chiamò Mario Tchou, ingegnere reclutato a New York nell'agosto 1954; l'8 novembre 1959 Adriano presentò al presidente della Repubblica Giovanni Gronchi l'Elea 9003, un calcolatore elettronico interamente a transistor, senza valvole, con il design di Ettore Sottsass.[7] Umberto Eco ricordava che quando già si lavorava ai primi grandi computer Olivetti «assumeva certamente dei bravi ingegneri, ma non aveva esitazioni ad assumere un laureato che avesse fatto una tesi eccellente sui dialetti omerici».[8]
La morte e l'eredità
Morì il 27 febbraio 1960 per una trombosi cerebrale, sul treno da Milano a Losanna; l'Enciclopedia Treccani indica come luogo di morte Aigle, in Svizzera.[1][4] Mario Tchou morì in un incidente stradale presso Santhià il 9 novembre 1961.[7] Nel 1964 entrarono nel capitale della Olivetti la FIAT, Imi, Mediobanca, Pirelli e La Centrale; l'amministratore delegato della FIAT Vittorio Valletta indicò come minaccia per l'azienda proprio «l'essersi inserita nel settore elettronico, per il quale concorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare».[8] Nello stesso anno la divisione elettronica passò alla General Electric.[7]
La Fondazione Adriano Olivetti fu costituita nel 1962 per proseguire il suo lavoro di studio.[9] Il 1° luglio 2018, alla 42ª sessione del Comitato del patrimonio mondiale riunita a Manama, «Ivrea, città industriale del XX secolo» è entrata nella lista UNESCO come 54° sito italiano, con 27 edifici e complessi.[10][11] La motivazione ricorda gli stabilimenti, gli uffici, i servizi sociali e le residenze costruiti tra gli anni Trenta e Sessanta secondo gli ideali del Movimento Comunità.[11] La storia dell'azienda dopo di lui è raccontata nella voce Olivetti.
Pagine che rimandano qui
- Camillo Olivetti
- Canavese
- Carnevale di Ivrea
- Galileo Ferraris
- Ivrea
- Mole Meccanica Lavorazioni Meccaniche di Precisione - STM Frizioni C
- Olivetti
- Politecnico di Torino
Articoli collegati: Camillo Olivetti, Canavese, Carnevale di Ivrea, Galileo Ferraris, Ivrea, Olivetti
Fonti
- Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 79
- Archivio Storico Olivetti
- Archivio Storico Olivetti
- Treccani – Enciclopedia
- Treccani – Il Contributo italiano alla storia del Pensiero: Tecnica
- AIDP – HR Online — 7 aprile 2015
- Archivio Storico Olivetti
- Il Sole 24 Ore – Econopoly — 23 febbraio 2016
- Fondazione Adriano Olivetti
- il Giornale
- UNESCO World Heritage Centre