Camillo Olivetti

Camillo Olivetti (Ivrea, 13 agosto 1868 – Biella, 4 dicembre 1943) è stato un ingegnere elettrotecnico e industriale piemontese, fondatore nel 1908 della Olivetti, la prima fabbrica italiana di macchine per scrivere. Allievo di Galileo Ferraris a Torino, portò nel Canavese un'idea di industria fondata sulla competenza tecnica e sull'attenzione alle condizioni dei lavoratori, che il figlio Adriano avrebbe poi sviluppato su scala molto più ampia.[1]
Origini e formazione torinese
Nacque a Ivrea da Salvador Benedetto Olivetti, commerciante di stoffe, e da Elvira Sacerdoti, di una famiglia ebraica modenese. All'anagrafe fu registrato come Samuel David Camillo, ma usò sempre il terzo nome, scelto dal padre «in onore di Camillo Cavour, ammirato per la sua grandezza di statista liberale»: un omaggio a Cavour che dice molto del clima familiare. Perse il padre nel primo anno di vita e fu cresciuto dalla madre.[1]
Dopo il liceo classico al convitto Calchi Taeggi di Milano si iscrisse al Regio Museo industriale di Torino, l'istituto che dal 1906 sarebbe confluito nel Politecnico. Si laureò in ingegneria elettrotecnica il 24 dicembre 1891, con 90/100, sotto la guida di Galileo Ferraris, lo scopritore del campo magnetico rotante.[1][2]
L'America e gli strumenti di misura
Dopo due anni di lavoro nell'industria meccanica a Londra, nell'estate del 1893 accompagnò Ferraris al congresso internazionale di elettricità dell'Esposizione colombiana di Chicago. Rimase negli Stati Uniti circa un anno: conobbe Thomas Alva Edison, visitò laboratori e fabbriche e per un semestre insegnò ingegneria elettrica all'università di Palo Alto, la Stanford.[1][2]
Rientrato a Ivrea nell'aprile del 1894, nel maggio 1896 avviò una piccola ditta di strumenti elettrici di misura, la prima del genere in Italia.[1][2] L'edificio che la ospitava, la cosiddetta Fabbrica dei Mattoni Rossi, un corpo di due piani fuori terra nell'area dell'attuale via Jervis, era un suo progetto.[3][4] Nel 1899 sposò Luisa Revel, figlia del pastore valdese di Ivrea, da cui ebbe sei figli.[3] Nel 1903 trasferì l'impresa a Milano, dove il 16 giugno 1905 divenne la società anonima C.G.S. (Centimetro Grammo Secondo, dalle unità di misura); nel 1907 ne uscì, pur restandone socio e presidente fino al 1917.[1][2]
La prima fabbrica italiana di macchine per scrivere
Tornato a Ivrea, il 29 ottobre 1908 costituì con alcuni soci locali la società in accomandita «Ing. C. Olivetti & C.», di cui possedeva 44 quote su 70. Il capitale era di 350.000 lire, gli operai venti, lo spazio circa 500 metri quadrati.[1][5] Sul frontone dello stabilimento volle una scritta che era insieme un programma:
«Ing. C. Olivetti & C.
Olivetti progettò personalmente il meccanismo della macchina, il cosiddetto «cinematico» delle leve di trasmissione, e depositò due brevetti propri per non dipendere da quelli americani; per studiare l'organizzazione dei concorrenti tornò negli Stati Uniti, secondo il Dizionario biografico degli italiani nel novembre 1907, secondo un altro saggio della stessa Treccani tra il novembre 1908 e il febbraio 1909. L'allestimento dell'officina fu affidato a Domenico Burzio, cresciuto nel corso elementare di elettricità che Olivetti aveva organizzato per i giovani di Ivrea.[1][2]
Il primo modello, la M1, fu presentato a Torino all'Esposizione universale del 1911, allestita per il cinquantenario dell'Unità, al prezzo di 500 lire.[1][5] Negli anni successivi si aprirono le prime filiali e la produzione arrivò a 23 macchine alla settimana. Allo scoppio della Grande guerra l'azienda, che aveva superato i cento dipendenti, fu convertita alla produzione di parti meccaniche per l'industria bellica, in particolare magneti per motori d'aereo.[5][1]
Crescita e passaggio al figlio
Nel 1920 uscì il secondo modello, la M20, che aprì nuovi sbocchi sui mercati europei e sudamericani. Nel 1922 Olivetti costituì la fonderia e nel 1926 la OMO, Officina Meccanica Olivetti, per le macchine utensili.[5][3] Lo stesso anno entrò stabilmente in azienda Adriano, neolaureato in ingegneria chimica al Politecnico di Torino, dopo aver lavorato in fabbrica come operaio nel 1924 e aver visitato a sua volta gli Stati Uniti.[2][5]
Nel 1932 l'impresa divenne società anonima con 13 milioni di capitale: Camillo tenne la presidenza e la direzione della OMO, Adriano fu nominato direttore generale. Nel 1933, a venticinque anni dalla fondazione, l'Olivetti produceva 15.000 macchine l'anno con 870 dipendenti ed era presente in 22 paesi.[2][5] Le leggi razziali del 1938 costrinsero Camillo, di origine ebraica, a lasciare la presidenza al figlio, benché fosse stato «discriminato» per meriti patriottici.[1]
Chi lavorava con lui ne ricordava soprattutto la competenza. Lo scrittore Bigiaretti annotò:[3]
«L'ultimo dei manovali sapeva che l'ing. Camillo meritava il rispetto non come 'padrone' ma come tecnico capace e capace organizzatore e tutore del lavoro altrui»
La Treccani sottolinea la sua attenzione alle condizioni materiali e spirituali dei lavoratori, alla formazione e alle provvidenze assistenziali, tratti di un'imprenditorialità che il figlio avrebbe portato molto più lontano.[3][2]
Il socialista riformista
Olivetti aderì al Partito socialista nato a Genova nel 1892 ed ebbe rapporti personali con Filippo Turati. Il suo socialismo, scrive il Dizionario biografico, fu sempre etico e gradualista, non materialista e venato di religiosità. Nell'ottobre 1894 entrò nel consiglio comunale di Ivrea; nel 1899 entrò anche in quello di Torino, dal quale si dimise dopo pochi mesi.[1][2] Nel 1919 fondò il periodico L'azione riformista, uscito da agosto 1919 a gennaio 1920 e trasformato nel febbraio 1922 nel torinese Tempi nuovi: nell'estate del 1924 le squadre fasciste ne devastarono la redazione e il giornale chiuse l'8 gennaio 1925.[1] Una scheda a suo nome presso il Commissariato di Ivrea lo descriveva come uno che «non tralascia alcun mezzo per insinuare le sue idee alla classe operaia».[3]
Gli ultimi anni
Negli ultimi anni si dedicò alla lettura della Bibbia e dal 1934 si avvicinò agli unitariani.[1] Dopo l'8 settembre 1943 esortò gli operai a
«prendere le armi, per difendere le vostre case, le vostre famiglie, le vostre macchine»
Ricercato dai tedeschi, si rifugiò a Pollone, nel Biellese, e morì il 4 dicembre 1943 all'ospedale di Biella; fu sepolto nel cimitero israelitico della città.[1]
L'eredità
Il nucleo della fabbrica da lui progettato, con la fonderia del 1922 e l'edificio OMO del 1926, fu ampliato dal 1934 dagli architetti Luigi Figini e Gino Pollini ed è oggi uno dei beni di «Ivrea, città industriale del XX secolo».[4] Il sito, che l'UNESCO descrive come un progetto fondato nel 1908 da Camillo Olivetti, è entrato nella Lista del patrimonio mondiale il 1º luglio 2018, durante la 42ª sessione del Comitato riunita a Manama.[6][7] Il complesso comprende 27 edifici e insiemi architettonici costruiti fra la fine dell'Ottocento e gli anni Sessanta.[7]
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