Museo Egizio

Il Museo Egizio di Torino, in via Accademia delle Scienze 6, è il più antico museo del mondo dedicato interamente alla civiltà egizia: nacque nel 1824, quando il re Carlo Felice acquistò la collezione di Bernardino Drovetti, e aprì al pubblico nel 1832[1]. Ha sede nel palazzo del Collegio dei Nobili, che condivide con l'Accademia delle Scienze[1]. Per la ricchezza dei pezzi è considerato tra i più importanti al mondo[2]; conserva oltre quarantamila reperti e accoglie circa un milione di visitatori l'anno[3].
Dalla Mensa Isiaca alla collezione Drovetti
L'interesse dei Savoia per l'Egitto è più antico del museo. Intorno al 1630 giunse a Torino la Mensa Isiaca, che il museo indica come punto di partenza della sua storia; verso il 1759 Vitaliano Donati individuò una statua di Ramesse II, fra i primi monumenti egizi arrivati in città[1].
Bernardino Drovetti (1776-1852), piemontese, console generale di Francia in Egitto e consigliere di Mohammed Alì, aveva riunito una prima collezione di 169 papiri, 102 mummie e 95 statue; nel gennaio 1824 la cedette al Piemonte per 400.000 lire[4]. Nel lotto c'erano statue regali, la pianta della tomba di Ramesse IV, mappe di miniere e il papiro regio, alla base della cronologia egizia[4].
Nel giugno di quello stesso anno arrivò a Torino Jean-François Champollion: vi rimase nove mesi a studiare la collezione e ne pubblicò i risultati nel 1826[4][5]. A lui il museo attribuisce la frase che ne è diventata il motto[6]:
«La strada per Menfi e Tebe passa da Torino»
Il palazzo di via Accademia delle Scienze
L'edificio fu costruito a partire dal 1679 su progetto di Michelangelo Garove come Collegio dei Nobili, poi ampliato da Giuseppe Maria Talucchi e Alessandro Mazzucchetti; il Regio Museo di Antichità ed Egizio ospitava anche reperti romani, preromani e preistorici e una sezione di storia naturale, e la Galleria dei Re, lo Statuario, fu trasferita nelle sale attuali dopo una prima sistemazione nella parte opposta del palazzo[1].
Schiaparelli e gli scavi in Egitto
Il 30 settembre 1894 la direzione passò a Ernesto Schiaparelli, che trovò un istituto fermo e a rischio di perdere il suo primato internazionale[7]. Dal 1903 Vittorio Emanuele III finanziò con fondi propri la Missione Archeologica Italiana, che scavò in undici località egiziane fino al 1920[7]. Nel 1904, nella Valle delle Regine, Schiaparelli trovò la tomba di Nefertari, sposa di Ramesse II; nel 1906 a Deir el-Medina scoprì intatta la tomba dell'architetto Kha e della moglie Merit, insieme al villaggio degli operai; a Gebelein, la tomba di Iti e Neferu con le sue pitture[7].
Fra il 1903 e il 1937, con Schiaparelli e poi con Giulio Farina, arrivarono a Torino circa trentamila reperti[1]. Le sale furono riordinate nel 1908 e nel 1924, anno della visita ufficiale del re; per i materiali di Assiut e Gebelein Schiaparelli ristrutturò l'ala che porta il suo nome[1][7]. Da quegli scavi vengono anche le ginocchia mummificate al museo dal 1905: uno studio del 2016 dell'Università di Torino e degli atenei di Warwick e Zurigo le attribuisce probabilmente a Nefertari, senza conferma genetica[8].
Il dopoguerra: una nuova sede che non si fece
Nel luglio 1949 un temporale fece crollare un balcone del palazzo, ferendo due giovani[9]. Nel 1953 si propose un nuovo edificio in un angolo del Giardino Reale, presso Palazzo Reale, per fare di Torino un centro di studi egittologici[10]. Nell'ottobre 1956 un pensionato morì d'infarto fra mummie e sarcofagi, e fu ritrovato dopo che la figlia ne aveva denunciato la scomparsa[11]. Nel 1959 La Stampa definiva il museo il secondo al mondo dopo quello del Cairo[12], e così ancora nel 1964[13]; il 18 febbraio 1961 il direttore generale delle Belle Arti confermò la scelta dei Giardini Reali, già indicata nel 1957, e annunciò un concorso internazionale di architettura[14].
Nell'aprile 1967 arrivò a Torino, in 66 casse, la cappella rupestre di Ellesiya, del 1500 a.C. circa, recuperata in Nubia da una missione guidata da Silvio Curto prima che le acque della diga di Assuan la sommergessero[15]: era il dono dell'Egitto per l'aiuto italiano al salvataggio dei templi nubiani, e fu inaugurata nel museo il 4 settembre 1970[1]. Nel gennaio 1969 erano state rinnovate vetrine, luci e pavimenti, ma gli orari rendevano la visita difficile per gran parte del pubblico[16].
La crisi degli anni Settanta e il progetto del Valentino
Il 1° luglio 1974 il soprintendente Silvio Curto annunciò la chiusura a tempo indeterminato per mancanza di personale[17]; nello stesso mese la Regione Piemonte intervenne per sostenere il museo, stretto da difficoltà di credito[18]. In ottobre, in vista dei centocinquant'anni, nacque una società di sostenitori per raccogliere fondi[19]; il 6 ottobre l'anniversario fu celebrato alla presenza dei direttori generali delle Arti d'Italia e d'Egitto[20], e seguì un convegno con egittologi del Cairo, di Londra e di Parigi[21]. Nell'agosto 1979 il museo era, con la Mole e Palazzo Reale, fra le mete preferite dai turisti, con code all'ingresso[22]; in settembre ospitò una mostra sul salvataggio dei templi di File[23].
All'inizio del 1981 i visitatori erano circa duecentomila l'anno e si discuteva di una sede nuova, anche di un edificio presso corso Regina Margherita, giudicato periferico[24][25]. Nel luglio 1981, dopo anni di trattative fra Comune, Provincia, Stato e Università, fu annunciato il trasferimento nel Castello del Valentino, allora sede della facoltà di Architettura[26]; da settembre il museo restò chiuso ai gruppi fino al maggio successivo per lesioni nel palazzo dell'Accademia[27]. Il trasferimento non avvenne; negli anni seguenti il recupero dell'ala Schiaparelli ricavò ampie sale sotterranee[1].
La Fondazione e il museo rinnovato
Il 10 ottobre 2004 nacque la Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino, primo caso italiano di partecipazione privata alla gestione di un patrimonio culturale pubblico: soci fondatori il ministero, la Regione, la Provincia (uscita nel 2015), la Città, la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT[28]. Per le Olimpiadi del 2006 Dante Ferretti riallestì lo Statuario[1]. Dopo oltre tre anni di lavori, il 1° aprile 2015 riaprì un museo dalla superficie quasi raddoppiata, da 6.400 a 10.000 metri quadrati, esteso agli spazi della ex Galleria Sabauda, con 3.300 oggetti esposti su cinque piani[2][28].
Dal 2014 lo dirige Christian Greco, già curatore al museo di Leida, scelto con selezione internazionale[28]. Nel febbraio 2018 Giorgia Meloni protestò davanti al museo contro la promozione «Fortunato chi parla arabo»; Greco ricordò i milioni di cristiani copti d'Egitto che parlano arabo[29]. Nel 2023 esponenti di Fratelli d'Italia e Lega ne contestarono la riconferma, e la giunta regionale gli espresse fiducia[30]. Nel 2024 il ministero pensò di sostituire la presidente Evelina Christillin, in carica dal 2012, con Zahi Hawass; gli altri soci chiesero continuità[31].
Il bicentenario
Il 20 novembre 2024, per i duecento anni, è stata inaugurata la nuova Galleria dei Re, ripensata dallo studio olandese OMA con gli egittologi del museo: al posto dell'allestimento «Riflessi di pietra» di Ferretti, con le statue nel buio, la luce naturale, e le due sfingi di Karnak di nuovo una di fronte all'altra[3]. Nel 2018 Greco aveva annunciato:
«Intendo cambiare completamente la Galleria dei Re dell'Egizio che il pubblico ama, ma noi archeologi no, perché le statue sono decontestualizzate»
A inizio ottobre 2024 si era aperta la sezione «Materia. Forma del tempo», sui materiali dell'Egitto antico[3][6]. Christillin è stata confermata presidente fino al 2028[3], e nel giugno 2025 Greco ha ottenuto il terzo mandato, fino al 2028[32]. Il 12 settembre 2026, nella festa per la nuova via Roma pedonale, il museo è stato aperto gratuitamente con Palazzo Madama, il MAO e il Museo del Risorgimento[33].
Pagine che rimandano qui
- Accademia delle Scienze di Torino
- Museitorino
- Museo di Anatomia umana Luigi Rolando
- Torino Crime Festival
- Torre Littoria
- Trasporti di Torino
- Via Roma
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Fonti
- Museo Egizio
- Treccani
- Il Post — 21 novembre 2024
- Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani
- Treccani, Enciclopedia Italiana
- Museo Egizio
- Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani
- Il Post — 7 dicembre 2016
- La Stampa, 07/07/1949, n. 161, p. 2 — 7 luglio 1949
- La Stampa, 10/03/1953, n. 59, p. 2 — 10 marzo 1953
- La Stampa, 19/10/1956, n. 246, p. 2 — 19 ottobre 1956
- La Stampa, 13/12/1959, n. 295, p. 2 — 13 dicembre 1959
- La Stampa, 08/11/1964, n. 257, p. 11 — 8 novembre 1964
- La Stampa, 18/02/1961, n. 42, p. 3 — 18 febbraio 1961
- La Stampa, 22/04/1967, n. 95, p. 7 — 22 aprile 1967
- La Stampa, 29/01/1969, n. 24, p. 6 — 29 gennaio 1969
- Stampa Sera, 01/07/1974, n. 146, p. 1 — 1 luglio 1974
- La Stampa, 05/07/1974, n. 146, p. 5 — 5 luglio 1974
- La Stampa, 01/10/1974, n. 220, p. 8 — 1 ottobre 1974
- La Stampa, 06/10/1974, n. 225, p. 8 — 6 ottobre 1974
- La Stampa, 08/10/1974, n. 226, p. 7 — 8 ottobre 1974
- Stampa Sera, 13/08/1979, n. 212, p. 19 — 13 agosto 1979
- Stampa Sera, 10/09/1979, n. 239, p. 7 — 10 settembre 1979
- Stampa Sera, 28/01/1981, n. 27, p. 13 — 28 gennaio 1981
- Stampa Sera, 28/01/1981, n. 27, p. 14 — 28 gennaio 1981
- La Stampa, 25/07/1981, n. 175, p. 13 — 25 luglio 1981
- La Stampa, 25/09/1981, n. 227, p. 12 — 25 settembre 1981
- Museo Egizio
- Il Post — 12 febbraio 2018
- Il Post — 22 settembre 2023
- Il Post — 17 giugno 2024
- Il Post — 19 giugno 2025
- TorinoClick — 14 settembre 2026