Taurini

I Taurini erano il popolo preromano stanziato nell'alta pianura del Po e allo sbocco delle valli alpine occidentali, nella zona dove oggi sorge Torino. L'Enciclopedia Italiana li descrive come la gente che occupava «per vasto tratto la regione subalpina a nord e a sud della Dora Riparia»[1]. Dal loro nome deriva quello della colonia romana di Augusta Taurinorum e, attraverso di essa, il nome stesso della città[1]. Non hanno lasciato testi scritti: ciò che se ne sa viene da pochi passi di autori greci e latini e da scavi archeologici sparsi sul territorio.
Nome e origine
Più che un'etnia compatta, il nome Taurini indicava probabilmente un insieme di tribù accomunate dal fatto di vivere a ridosso dell'arco alpino e di controllare le vie verso i valichi delle Alpi Cozie e Pennine[2]. Già gli autori antichi – Catone, Polibio, Strabone, Plinio – oscillavano tra le forme «Taurini» e «Taurisci»[2]; per Pietro Baroccelli, che firmò la voce della Treccani nel 1937, i Taurini sarebbero un ramo dei Taurisci, popolo diffuso in varie regioni alpine[1].
Anche l'etimologia è discussa. Secondo Baroccelli il nome risale a una radice preromana che significava «monte», e dunque i Taurini sarebbero «quelli delle montagne»[1]; una lettura diffusa lo collega invece al latino taurus, il toro, animale che è rimasto l'emblema della città[3]. Quanto alla stirpe, Plinio il Vecchio e Strabone li consideravano di antica origine ligure, benché altre fonti li chiamino Galli[1]: oggi si parla spesso di popolazione celto-ligure[3]. Nella Naturalis historia Plinio registra la colonia romana con una formula rimasta celebre:
«coloniae ab Alpium radicibus Augusta Taurinorum — inde navigabili Pado — antiqua Ligurum stirpe»
Tradotto: ai piedi delle Alpi la colonia di Augusta Taurinorum, di antica stirpe ligure, da dove il Po diventa navigabile[4].
Taurasia e Annibale (218 a.C.)
I Taurini entrano nella storia scritta nell'autunno del 218 a.C., quando Annibale scese dalle Alpi con l'esercito cartaginese diretto contro Roma[5]. Lo storico greco Polibio racconta che in quel momento i Taurini erano in guerra con gli Insubri, i Galli della zona di Milano alleati del condottiero, e diffidavano dei Cartaginesi. Annibale offrì loro amicizia e alleanza; al rifiuto, cinse d'assedio la loro città principale e la prese dopo tre giorni[6]. Chi aveva resistito fu passato per le armi[5]. Lo storico latino Tito Livio riassume così l'episodio:
«Taurinorumque unam urbem, caput gentis eius, quia volentes in amicitiam non veniebant, vi expugnarat»
Cioè: Annibale aveva espugnato con la forza la città capitale dei Taurini, perché non volevano entrare spontaneamente nella sua amicizia[7]. Questa città è tradizionalmente chiamata Taurasia, ma la ricerca archeologica non è mai riuscita a localizzarla; molti studiosi la collocano presso la confluenza tra Dora e Po, un punto favorevole per i commerci e la difesa[2]. Secondo le fonti i superstiti non la ricostruirono nello stesso luogo e si dispersero in più villaggi[8]. Proprio la distruzione per mano di Annibale spiega perché una «città dei Taurini» compaia negli autori romani[2]; dopo quel 218 a.C. i Taurini tornano a essere quasi invisibili nelle fonti fino alla romanizzazione[5].
Il Bric San Vito, avamposto sul Po
La testimonianza archeologica più chiara di un abitato taurino è sulla collina, a Pecetto Torinese. Sul Bric San Vito (o San Viter), a 624 metri di quota, un villaggio fondato tra il IV e il III secolo a.C. dominava la piana di Chieri[9]. Il sito fu individuato nel 1991 dai volontari del Gruppo Archeologico Torinese sulla base delle ricerche dello storico Aldo Settia[10]; dopo i primi sondaggi del 1991-1993 la Soprintendenza Archeologica del Piemonte vi condusse tre campagne di scavo tra il 1994 e il 1996, e i materiali sono oggi conservati al Museo di Antichità di Torino[9]. Sono emersi resti di abitazioni, buche destinate a sostenere strutture in legno e focolari[11].
Gli archeologi leggono il villaggio come un posto di controllo sul Po, che segnava il confine tra i Taurini, a nord, e i Liguri, a sud, e insieme come una testa di ponte commerciale verso gli abitati liguri, in particolare Carreum, l'odierna Chieri[9]. Il comune di Pecetto lo descrive come un piccolo insediamento taurino con funzioni di emporio, attivo nella seconda età del Ferro; sull'altura sorse poi, nel Medioevo, una fortificazione[10].
Dalla romanizzazione ad Augusta Taurinorum
Tra il II e il I secolo a.C. i Taurini si avvicinarono a Roma per scelta propria, dandosi un'organizzazione statale e stringendo alleanze: MuseoTorino parla di «autoromanizzazione»[2]. Nell'89 a.C. la legge di Pompeo Strabone estese loro il diritto latino e Giulio Cesare concesse poi la cittadinanza romana[1]. La colonia di Augusta Taurinorum nacque tra il 25 e il 15 a.C., negli anni in cui Augusto completava la «pacificazione» delle Alpi: la confluenza tra Po e Dora serviva come base arretrata per gli eserciti diretti al passo del Monginevro, in testa alla Val di Susa, e agli altri valichi[8]. A nord-est confinavano i Salassi, stanziati tra l'alto Canavese e la Valle d'Aosta[8].
Se la colonia sorgesse sul sito dell'antica Taurasia resta una questione aperta tra gli studiosi[1]. Anche il legame di sangue tra Taurini e primi torinesi romani è debole: secondo una ricostruzione recente la colonia fu popolata in gran parte da immigrati e veterani, con pochi discendenti diretti della popolazione locale[3].
Un nome rimasto alla città
Dei Taurini la Torino di oggi conserva soprattutto il nome, attraverso la forma latina Taurinorum, e il toro diventato simbolo della città[3]. Mancano invece certezze su molti aspetti essenziali – dove fosse il centro principale, quali fossero i confini, che lingua si parlasse – e anche il legame tra il nome e il toro, per quanto diffuso, non è dimostrato[11]. Il quadro più concreto resta quello dei villaggi d'altura come il Bric San Vito e dei pochi passi di Polibio, Livio e Plinio, mentre la struttura regolare della città romana si legge ancora nelle vie del Quadrilatero Romano e nei resti del teatro accanto a Palazzo Reale[3].
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