Venchi

Venchi è un'azienda produttrice di cioccolato e gelato nata a Torino nel 1878 dal laboratorio di un confettiere di origine lomellina, Silviano (in alcune fonti Silvano) Venchi[1][2]. Per quasi un secolo è stata una delle grandi industrie dolciarie cittadine: nel 1934, fondendosi con l'Unica di Riccardo Gualino, diede vita alla Venchi Unica, fallita nel 1978[2]. Il marchio è stato poi rilanciato in provincia di Cuneo, dove si trova oggi lo stabilimento, ed è diventato una catena internazionale di negozi di cioccolato e gelato[3][4].
Dal laboratorio di via degli Artisti allo stabilimento Liberty
Figlio di contadini con terre a Robbio Lomellina, nel Pavese, Silviano Venchi arrivò a Torino nel 1863 per imparare il mestiere del confettiere[2]. Nel 1878 aprì un laboratorio in via degli Artisti, nel borgo Vanchiglia, dove produceva confetti e caramelle[1][2]. Secondo alcune ricostruzioni l'impresa divenne società anonima già nel 1886[2]; per MuseoTorino la trasformazione avvenne nel 1905, dopo il trasferimento del 1898 in locali più grandi dello stesso borgo[1]. Nel 1890 il tedesco Roberto Ochsner disegnò per la marca il manifesto del «Cacao Due Vecchi», e all'Esposizione generale di Torino del 1904 lo «Chocolat de Luxe» della ditta ottenne una medaglia d'oro[5].
Nel 1907 fu completato il nuovo stabilimento di corso Regina Margherita 16, all'angolo con corso Farini e via Fontanesi, progettato da Pietro Fenoglio in un tardo stile Liberty, con le strutture in cemento armato di Giovanni Antonio Porcheddu[6]. Vi lavoravano circa 500 persone in nove reparti, su 12.000 metri quadrati, tra confetti, cioccolato, caramelle e biscotti; nel 1926 si aggiunsero reparti per biscotti, gallette e wafer[1][6]. Nel 1909 il fondatore fu nominato Cavaliere del Lavoro, con questa motivazione[2]:
«Da semplice operaio dolciere diventò nel giro di 35 anni proprietario di uno stabilimento per la fabbricazione dei confetti con oltre 200 operai.»
Silviano Venchi morì il 24 maggio 1922 senza figli; la guida passò al dirigente Gerardo Gobbi, che secondo i Padovani gestì poi anche la Venchi Unica fino al 1954[2]. Il 22 dicembre dello stesso anno la ditta Idea, un'altra casa dolciaria torinese, registrò in prefettura il marchio «Nougatine»[2].
La Venchi Unica
Nel 1924 il finanziere Riccardo Gualino costituì l'Unica (Unione Nazionale Industrie Cioccolato e Affini), riunendo case dolciarie attive fin dall'Ottocento, tra cui la stessa Venchi, Talmone (già Moriondo), Gariglio e Idea, nel grande stabilimento di via De Sanctis 4, tra i corsi Francia e Marche, costruito nel 1921 su 100.000 metri quadrati su progetto dell'ingegnere Corrado Gay[2][7]. Dopo il crollo delle attività di Gualino, nel 1931 l'Unica passò all'Istituto Liquidazioni e nel 1934 fu fusa con la Venchi: nacque la Venchi Unica, che arrivò a contare circa 3.000 dipendenti, in prevalenza donne[8]. Nel dopoguerra il cioccolato valeva il 70 per cento del giro d'affari[8]. Nel 1931 l'Unica produsse i primi mini-gianduiotti e nel 1934 la Venchi Unica mise in commercio le tavolette ripiene «Praletta»[2]: una produzione legata alla tradizione cittadina del cioccolato gianduia e del gianduiotto.
Lo stabilimento di corso Regina Margherita fu invece espropriato dall'esercito nel 1938 e trasformato in opificio militare per cuoio e calzature; fu bombardato dalla RAF nella notte del 13 luglio 1943[6]. Anche l'impianto di via De Sanctis subì danni durante la guerra, a 14 dei suoi 47 locali[7].
Sindona e il fallimento
Negli anni Settanta la Venchi Unica, che secondo Comunicaffè contava oltre 350 punti vendita in una delle prime reti in franchising italiane[5], entrò nell'orbita finanziaria di Michele Sindona, che vi aveva fatto il suo ingresso nel 1970[2][8]. Il 13 febbraio 1978 il Tribunale di Torino ne dichiarò il fallimento e lo stabilimento di Pozzo Strada fu abbandonato[2][8]. L'area ospita oggi un giardino pubblico, uffici comunali ed edifici residenziali[7]; l'edificio di Fenoglio in corso Regina Margherita è sede di associazioni d'arma[6].
La rinascita nel Cuneese
Nel 1980 il marchio passò al pasticcere cuneese Pietro Cussino, come parziale recupero dei crediti verso il fallimento; nel 1998 lo rilanciò un gruppo di giovani imprenditori guidato dall'esperto di cioccolato Giovanni Battista Mantelli[2]. Nel 1999 fu aperto uno stabilimento a Robilante, devastato da un'alluvione nel 2002; nel 2005 la produzione passò a Castelletto Stura, in un impianto di 13.000 metri quadrati[2]. Mantelli, che nel 2004 ideò il «caviale di cioccolato», sintetizzava così il mestiere: «Il cioccolato è questione di naso, di miscele e di esperienza»[9]. L'azienda produce internamente, con 24 serbatoi di miscele, le sue 160 ricette e ha stretto accordi per la sgusciatura di nocciole del Piemonte a chilometro zero; il gelato vale circa un terzo dei ricavi[9].
Oggi
Presidente e amministratore delegato è Daniele Ferrero[3], che nel 1998 rilevò il marchio insieme ad altri due imprenditori[10]. Nel 2024 il gruppo De Agostini ha acquisito il 10,28 per cento del capitale; Ferrero ne detiene il 30 per cento, Nicolò Cangioli il 22 e Mantelli il 12[3]. Il fatturato è passato da circa 100 milioni nel 2019[9] a 205 milioni nel 2023[3] e a circa 250 milioni nel 2024, con 203 negozi e l'obiettivo di 290 milioni per il 2025[4]. Due terzi del cioccolato prodotto sono esportati e il formato «Chocogelateria», introdotto nel 2006, è il cuore della rete, che punta ad aeroporti e grandi mete turistiche[10]. Nel 2025 Ferrero ha indicato la direzione: «contiamo di aumentare la nostra presenza in diversi Paesi, soprattutto nei nodi centrali del turismo mondiale, in particolare nei grandi aeroporti»[4].
Fonti
- MuseoTorino
- Clara e Gigi Padovani — 14 settembre 2018
- Targatocn — 4 agosto 2024
- Comunicaffè — 10 aprile 2025
- Comunicaffè
- MuseoTorino
- MuseoTorino
- MuseoTorino
- Il Sole 24 Ore
- retail&food — 8 aprile 2025