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Rogo del cinema Statuto

Aggiornato il 26 settembre 2026

Immagine dalla pubblicazione di Il Post
Dalla pubblicazione di Il Post, 2023-02-13

Il rogo del cinema Statuto è l'incendio che nel tardo pomeriggio di domenica 13 febbraio 1983 uccise 64 spettatori in una sala di via Cibrario, a pochi metri da piazza Statuto, a Torino. Fu il più grave incidente avvenuto in città dal dopoguerra: il fumo sprigionato dalle poltrone e le uscite di sicurezza chiuse con catene trasformarono una proiezione domenicale in una trappola. Dalle indagini che seguirono nacque in tutta Italia una nuova attenzione alle norme di sicurezza di cinema, teatri e luoghi di spettacolo.[1][2]

La proiezione del 13 febbraio

Quel giorno su Torino cadeva una fitta nevicata.[3] Lo Statuto, una grande sala, poteva accogliere fino a 1.200 spettatori; per lo spettacolo del tardo pomeriggio ne erano entrati circa cento. In cartellone c'era La capra, commedia francese di Francis Veber con Gérard Depardieu.[1]

Verso le 18.15 un cortocircuito fece divampare i tendaggi in fondo alla platea. Le tende, cadendo, incendiarono le poltrone dell'ultima fila e alzarono una barriera di fiamme davanti all'uscita principale. Il proprietario aveva chiuso tutte le uscite di sicurezza tranne una, bloccandole con catene per impedire l'ingresso di spettatori senza biglietto; alcuni di coloro che cercavano scampo imboccarono un corridoio che portava soltanto ai servizi igienici e vi rimasero intrappolati. La proiezione non venne interrotta, e chi sedeva in galleria non si rese conto subito di quello che stava accadendo sotto.[1] Secondo una ricostruzione pubblicata nel trentesimo anniversario, il proprietario tenne spente le luci e acceso il proiettore per timore di scatenare il panico; il fumo, salendo verso la balconata, soffocò gli spettatori in due o tre minuti, il tempo in cui – spiegarono i periti – si riesce a trattenere il respiro.[2]

I soccorsi

Il primo mezzo dei vigili del fuoco a raggiungere lo Statuto fu un'autobotte nuova, deviata via radio dalla sala operativa provinciale: alla guida c'era Enzo Ariu, che ha poi raccontato quell'intervento. Il capo squadra gli ordinò di portarsi sul lato di via Le Chiuse, dove furono stese le manichette, e sul posto fu inviata una seconda squadra di rinforzo. Oltre la porta ormai distrutta, il corridoio laterale della platea era un unico fronte di fiamme.[3] Nel racconto di Ariu, quando calore e fumo cominciarono a diradarsi fu recuperata, accanto alla seconda porta di sicurezza, una ragazza molto giovane per la quale non c'era più nulla da fare.[1]

Alle 18.45 arrivò con bombole di scorta per gli autorespiratori il capo reparto Alberto Pilotto, che salì in galleria.[4] Così ricordò quello che vide:

«Mi addentrai all'interno della galleria ed una scena apocalittica si presentò davanti ai miei occhi, c'erano corpi dappertutto, sdraiati nelle posizioni più strane, sotto la balconata, disseminati tra le poltrone o lungo i corridoi.»

Alberto Pilotto, vigile del fuoco, testimonianza raccolta dall'Associazione nazionale vigili del fuoco di Torino

Spento l'incendio, i vigili del fuoco lavorarono tutta la notte con i volontari della Croce Verde: le salme venivano portate su barelle di tela in un'autorimessa vicina, requisita perché i familiari potessero riconoscerle.[4] I morti furono 64 su circa cento presenti, tra loro giovani coppie e intere famiglie; avevano tra i sette e i cinquantacinque anni.[1][2][3]

Il fumo che uccise

Le autopsie stabilirono che quasi nessuno era morto per le fiamme: le vittime erano state avvelenate dal fumo della combustione delle imbottiture in schiuma poliuretanica delle poltrone e della moquette che rivestiva pareti e pavimenti.[1] Nei gas c'erano ossido di carbonio e acido cianidrico, prodotti anche dalla plastica delle lampade e dalla stoffa delle tende.[2] Il materiale era certificato come ignifugo, cioè non alimentava la fiamma, ma nessuno aveva mai verificato quanto fossero tossici i suoi fumi.[1]

Il 15 febbraio i funerali pubblici furono celebrati nel Duomo, alla presenza del presidente della Repubblica Sandro Pertini.[2]

Il processo

Gli imputati furono undici.[2] Il processo di primo grado, nel 1987, si chiuse con sei condanne per omicidio colposo: otto anni al proprietario del cinema, Raimondo Cappella (in alcune cronache Capella), sette al geometra Amos Donisotti, che aveva coordinato la ristrutturazione della sala, sei al viceprefetto Antonio Di Giovine, cinque anni e sei mesi a Nello Palandri, tecnico della commissione di vigilanza, quattro anni ciascuno all'operatore Antonio Iozzia e al tappezziere Antonio Ricci; l'elettricista Elio Appiano fu assolto.[1] Le pene furono ridotte in appello; per il proprietario la condanna divenne definitiva a due anni. Cappella fu condannato a risarcire 250 familiari con tre miliardi di lire, vendette tutte le sue proprietà e finì a lavorare come maschera in un altro cinema torinese, il Romano.[1][2]

Nel 2008, intervistato da Repubblica, sostenne che il tessuto delle poltrone era lo stesso di quasi tutti i cinema italiani, autorizzato dallo Stato e con un'etichetta che avvertiva che produceva fumo.[1] Morì nel 2011 a Cisano sul Neva, in Liguria. Fin dalle prime ore dopo il rogo aveva detto di sé «Sono la sessantacinquesima vittima dello Statuto», e lo ripeté anche negli ultimi anni.[2]

Le conseguenze sulle norme

Dopo il 13 febbraio le procure ordinarono controlli su cinema e teatri e molti locali dovettero chiudere, temporaneamente o per sempre. Le regole in vigore si rivelarono inadeguate: i maniglioni antipanico non erano obbligatori e lo divennero solo in seguito, i rilevatori di fumo mancavano, gli impianti elettrici erano spesso vecchi.[1] Un ingegnere dei vigili del fuoco fece notare sulle pagine della Stampa che la norma chiedeva porte di sicurezza «apribili», e che anche una porta chiusa a chiave lo è, purché si abbia la chiave. Le verifiche portarono alla chiusura di ristoranti, discoteche e cinema, e mostrarono che anche i grandi teatri italiani avevano bisogno di modifiche strutturali.[2]

La memoria

In largo Cibrario una targa e un'aiuola sono dedicate alle «Vittime del Cinema Statuto»; ogni 13 febbraio la Città di Torino vi depone una corona di fiori. Dell'aiuola si occupano i volontari di Torino Spazio Pubblico Borgo San Donato insieme ad alcuni parenti delle vittime.[5]

Per il quarantesimo anniversario, nel 2023, il Consiglio comunale tenne una seduta commemorativa in Sala Rossa, il Comando provinciale dei vigili del fuoco organizzò il convegno «La sicurezza non è un film», l'Associazione Museo Nazionale del Cinema presentò il documentario Sale per la capra, costruito anche su interviste ai protagonisti e atti giudiziari, e la Rai propose Brucia lo Statuto, con immagini d'epoca delle proprie teche.[6] La mattina del 13 febbraio, alle 11, una sirena diede il via alla più grande prova di evacuazione mai tenuta in città: 39 istituti comprensivi, 77 sedi scolastiche e circa 21.000 studenti.[7] Nel 2025 il sindaco Stefano Lo Russo ha ricordato che quella domenica di febbraio «segnò anche l'inizio di una nuova consapevolezza: fu una tappa cruciale nel percorso di attenzione alle norme di sicurezza nei luoghi pubblici».[5]

Fonti

  1. Il Post — 13 febbraio 2023
  2. Il Post — 13 febbraio 2013
  3. Associazione Nazionale Vigili del Fuoco – Torino
  4. Associazione Nazionale Vigili del Fuoco – Torino
  5. Città di Torino – Torinoclick — 13 febbraio 2025
  6. Città di Torino – Torinoclick — 2 febbraio 2023
  7. Città di Torino – Torinoclick — 13 febbraio 2023

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