Rogo della ThyssenKrupp

Il rogo della ThyssenKrupp è l'incendio che nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 investì otto operai sulla linea 5 dell'acciaieria ThyssenKrupp di corso Regina Margherita, alla periferia di Torino. Sette di loro morirono nel giro di tre settimane; uno solo sopravvisse. La tragedia e il processo che ne seguì, il primo in Italia a chiudersi in primo grado con una condanna per omicidio volontario per un incidente sul lavoro, sono diventati un punto di riferimento nel dibattito nazionale sulla sicurezza in fabbrica.[1][2]
Uno stabilimento in chiusura
La ThyssenKrupp aveva rilevato l'impianto torinese nel 1994 attraverso le Acciai Speciali di Terni. Nel luglio 2007 azienda e sindacati firmarono un accordo che ne prevedeva la chiusura entro settembre 2008, con il trasferimento delle lavorazioni a Terni.[1] Nello stabilimento lavoravano allora circa duecento persone.[2]
La linea 5, destinata a essere smontata, era in quei mesi a corto di personale e di manutenzione. Gli operai denunciarono in seguito estintori vuoti, idranti che non funzionavano, l'assenza di squadre specializzate e il fatto che sei degli otto feriti non avessero mai ricevuto la formazione antincendio. Alcuni di loro, quella notte, lavoravano senza interruzione da dodici ore, quattro delle quali di straordinario.[2] Il Post avrebbe scritto più tardi che gli estintori presenti sulla linea «erano quasi tutti scarichi o scaduti».[1]
La notte del 6 dicembre
Poco dopo la mezzanotte una delle linee, leggermente fuori asse, fece strisciare la lamina d'acciaio contro una parete; le scintille incendiarono la carta oleata. Piccoli focolai di questo tipo si erano già visti durante l'estate, e sulla linea si usava come lubrificante un olio combustibile simile al cherosene, altamente infiammabile. Otto operai scesero a spegnere le fiamme. Un tubo dell'olio si ruppe e il brusco sbalzo di pressione trasformò il liquido in una nube di microgocce, che l'incendio innescò subito investendo tutti gli uomini: «l'effetto fu come quello di un gigantesco lanciafiamme», ricostruì Il Post.[1]
Si salvò soltanto Antonio Boccuzzi, allora trentaquattrenne, riparato da un muletto, con ustioni leggere; fu l'unico testimone diretto della scena.[1][2]
Le sette vittime
Antonio Schiavone, 36 anni, residente a Envie in provincia di Cuneo, fu il primo a morire, il 6 dicembre, e l'unico all'interno della fabbrica. Il 7 dicembre morirono Roberto Scola, 32 anni, e Bruno Santino, 26, al CTO, e Angelo Laurino, 43, all'ospedale San Giovanni Bosco; Scola e Laurino avevano ustioni sul 95% del corpo. Rocco Marzo, 54 anni, capoturno che a fine mese sarebbe andato in pensione, morì il 16 dicembre all'ospedale Molinette, oggi parte della Città della Salute e della Scienza. Rosario Rodinò, 26 anni, trasferito in elicottero a Genova, morì il 19 dicembre all'ospedale Villa Scassi. L'ultimo fu Giuseppe Demasi, 26 anni, morto al CTO il 30 dicembre dopo quattro interventi chirurgici.[3]
Il processo
L'inchiesta della procura di Torino portò a processo l'amministratore delegato Harald Espenhahn e cinque dirigenti. Il 15 aprile 2011 la seconda Corte d'assise di Torino condannò Espenhahn a 16 anni e 6 mesi per omicidio volontario con dolo eventuale: l'accusa sosteneva che, sapendo lo stabilimento in dismissione, avesse accettato il rischio rinviando gli investimenti antincendio. Cafueri, Salerno, Priegnitz e Pucci ebbero 13 anni e 6 mesi e Moroni 10 anni e 10 mesi, per omicidio e incendio colposi con colpa cosciente. Fu la prima volta in Italia che una morte sul lavoro veniva giudicata come omicidio volontario.[2]
Già il 1º luglio 2008 l'azienda aveva versato quasi 13 milioni di euro alle famiglie delle vittime, che in cambio avevano rinunciato a costituirsi parte civile.[1][2] Nel febbraio 2013 la Corte d'assise d'appello di Torino escluse l'omicidio volontario e riqualificò il fatto come omicidio colposo, riducendo la pena di Espenhahn a dieci anni e quelle degli altri imputati a sette-nove anni.[1][4]
Il 24 aprile 2014 le Sezioni unite penali della Cassazione definirono «certe, assodate, chiarite in via definitiva» le colpe dei sei imputati e dell'azienda, ma annullarono la sentenza con rinvio a un nuovo processo d'appello per rideterminare le pene dei singoli reati. Respinsero il ricorso della procura di Torino, che per il solo Espenhahn chiedeva di tornare all'omicidio volontario con dolo eventuale: le nuove condanne, quindi, non avrebbero potuto superare quelle del primo appello. Il giudizio di rinvio avrebbe riguardato l'omicidio colposo, l'incendio e la rimozione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro.[4]
La sentenza del nuovo processo d'appello, pronunciata dalla Corte d'assise d'appello di Torino il 29 maggio 2015, fu confermata dalla Cassazione il 13 maggio 2016: la corte non accolse la richiesta della sostituta procuratrice generale Paola Filippi, che ne chiedeva un nuovo annullamento con rinvio per rivedere le pene. Le condanne divennero definitive: 9 anni e 8 mesi a Espenhahn, 7 anni e 6 mesi a Daniele Moroni, 7 anni e 2 mesi a Raffaele Salerno, 6 anni e 8 mesi a Cosimo Cafueri, 6 anni e 10 mesi a Gerald Priegnitz e a Marco Pucci.[5] Alla lettura della sentenza i familiari commentarono: «Giustizia è fatta».[5] E ancora, secondo l'ANSA:[6]
«È una vittoria, una vittoria per noi e per tutte le vittime morte sul lavoro»
Per i quattro condannati italiani la procura generale di Torino emise subito gli ordini di carcerazione; per i due tedeschi, Espenhahn e Priegnitz, fu annunciato un mandato d'arresto europeo.[6]
La pena in Germania
L'esecuzione delle condanne dei due manager tedeschi si trascinò per anni. Nel febbraio 2020 il tribunale regionale superiore di Hamm respinse il loro ricorso e stabilì che avrebbero scontato la pena in Germania, dove il massimo previsto per l'omicidio colposo è di cinque anni.[7] Priegnitz iniziò a scontarla nel 2020 in semilibertà e fu scarcerato per buona condotta nel novembre 2022; Espenhahn entrò in carcere, anch'egli in regime di semilibertà, soltanto il 10 agosto 2023, quasi sedici anni dopo il rogo.[8]
Memoria
La vicenda è entrata anche nel teatro civile. Lo spettacolo «Perché il cane si mangia le ossa» di Francesco Suriano ha in scena Carlo Marrapodi, ex operaio dello stabilimento sopravvissuto a quella notte, mentre «Acciaio liquido» di Marco Di Stefano, con la regia di Lara Franceschetti, alterna la ricostruzione dei fatti a brani della sentenza.[9] A ogni anniversario la stampa nazionale è tornata sulla notte della linea 5, ricostruendone la dinamica e lo stato del processo: una delle vicende di lavoro più seguite del Piemonte contemporaneo.[1][2]
Pagine che rimandano qui
Fonti
- Il Post — 6 dicembre 2013
- Il Post — 6 dicembre 2012
- Famiglia Cristiana — 4 dicembre 2017
- ANSA — 24 aprile 2014
- il Fatto Quotidiano — 13 maggio 2016
- ANSA — 14 maggio 2016
- Il Post — 4 febbraio 2020
- Il Post — 18 agosto 2023
- L'Espresso — 14 febbraio 2022