Giovanni Giolitti

Giovanni Giolitti (Mondovì, 27 ottobre 1842 – Cavour, 17 luglio 1928) fu cinque volte presidente del Consiglio e la figura dominante della politica italiana fra il 1901 e il 1914, gli anni che gli storici chiamano «età giolittiana»[1][2]. Nato nel Cuneese e cresciuto a Torino, dove studiò e cominciò la carriera nello Stato, rimase per tutta la vita legato al Piemonte: entrò alla Camera nel 1882 come deputato del collegio di Cuneo e morì a Cavour, ai piedi delle Alpi pinerolesi[1].
Origini e giovinezza torinese
Il padre Giovenale era cancelliere del tribunale di Mondovì e morì un anno dopo la nascita del figlio, per una polmonite presa durante un'escursione in montagna. La famiglia paterna veniva dalla Val di Macra: il nonno era notaio a San Damiano e segretario di quasi tutti i comuni della valle, e le carte di famiglia risalivano ad Acceglio, alla borgata di Lausetti[3]. La madre, Enrichetta Plochiù, apparteneva invece all'alta borghesia torinese: rimasta vedova, si trasferì a Torino con il figlio, in casa dei suoi quattro fratelli scapoli, prima in via d'Angennes e poi in via Principe Amedeo[1].
Dal 1852 Giolitti frequentò il ginnasio di San Francesco da Paola. Fu uno scolaro poco disciplinato, insofferente dello studio grammaticale delle lingue antiche e poco attratto dalla matematica, ma lettore appassionato di libri di storia e dei romanzi di Walter Scott e di Balzac. A sedici anni entrò alla facoltà di Legge dell'Università di Torino e, secondo il Dizionario Biografico degli Italiani, si laureò il 14 agosto 1861 con una tesi sulla società coniugale[1]; l'Enciclopedia Italiana del 1933 data invece la laurea al 1860[2]. Nelle memorie, dettate da vecchio, giudicò quegli anni senza enfasi: le vicende della sua fanciullezza e della sua educazione erano a suo dire «semplici assai e di tipo comune»[3].
Da funzionario a deputato
Nel 1862 entrò senza stipendio al ministero di Grazia e Giustizia, quando Torino era ancora la capitale del Regno d'Italia; seguì gli uffici a Firenze nel 1864, con il trasferimento della capitale, e nel 1866 tornò a Torino come sostituto procuratore del re[1]. All'inizio del 1869 conobbe la diciannovenne Rosa Sobrero, nipote del chimico Ascanio Sobrero, lo scopritore della nitroglicerina, e la sposò il 31 marzo dello stesso anno[1]. Quintino Sella, che ne aveva intuito le capacità, lo volle capo di sezione alle Finanze e poi, nel 1870-1871, suo segretario particolare; nel 1877 si spostò a Roma e divenne segretario generale della Corte dei conti, poi, per breve tempo, consigliere di Stato[1].
Nel 1882, alle prime elezioni a scrutinio di lista, fu eletto capolista nel collegio di Cuneo, che gli aveva aperto l'amico e deputato uscente A. Riberi; alla Camera aderì alla Sinistra costituzionale[1]. Più tardi fu Dronero, in Val Maira, la terra d'origine della famiglia paterna, a diventare il centro del suo collegio elettorale[4]. Fu ministro del Tesoro fra il 1889 e il 1890 e nel maggio 1892 formò il suo primo governo[5].
Il primo governo e lo scandalo della Banca Romana
Il primo ministero (maggio 1892 – novembre 1893) cadde fra i moti dei Fasci siciliani e lo scandalo della Banca Romana: Giolitti fu accusato di aver taciuto, da ministro del Tesoro, ciò che sapeva sulle irregolarità dell'istituto[1]. Nel dicembre 1894 consegnò alla Camera un plico di documenti che chiamavano in causa Francesco Crispi[2]; per sottrarsi all'arresto riparò in Germania, a Charlottenburg, e rientrò nel febbraio 1895. La Camera archiviò infine all'unanimità il procedimento[1]. Il giornale torinese La Stampa, di cui Alfredo Frassati era diventato comproprietario alla fine del 1894, continuò a difenderne l'immagine e la linea anche nel 1895; Frassati, che ne divenne direttore nel 1900, condivise il progetto politico giolittiano ma se ne distinse sui temi di politica estera[6].
L'età giolittiana
Ministro dell'Interno dal 1901 al 1903, Giolitti guidò poi il paese nel 1903-1905, nel 1906-1909 e nel 1911-1914[1][5]. La sua formula era un «ordinato progresso civile»: allargare con prudenza la partecipazione politica, lasciare lo Stato neutrale nei conflitti fra capitale e lavoro, proteggere l'industria con dazi mirati[5]. Alla Camera, il 21 giugno 1901, definì la politica «l'arte di governare il paese quale è e con le leggi che ci sono»[1].
Il quarto governo dichiarò guerra all'Impero ottomano il 29 settembre 1911 e ottenne Tripolitania e Cirenaica nell'ottobre 1912; nello stesso anno la riforma elettorale portò il suffragio maschile da circa 3,3 a 8,6 milioni di elettori[1]. Il sistema ebbe critici durissimi: Gaetano Salvemini, in un opuscolo del 1909, lo bollò come Il ministro della mala vita[7]; fra le accuse ricorrenti c'erano le pressioni del governo sulle elezioni[5].
Neutralità, dopoguerra e fascismo
Allo scoppio della Grande guerra approvò la neutralità. Nel gennaio 1915 sostenne, in una lettera divenuta celebre, che l'Italia avrebbe potuto ottenere «parecchio» dall'Austria senza combattere; tornato a Roma il 9 maggio, raccolse intorno a sé oltre trecento deputati e un centinaio di senatori contrari all'intervento, dichiarando di non conoscere il Patto di Londra[2][6]. Anche Frassati era neutralista, ma per ragioni diverse: il neutralismo di Giolitti nasceva soprattutto da preoccupazioni di politica interna[6]. Durante la guerra si ritirò a Cavour[1].
Richiamato al governo nel giugno 1920, affrontò in settembre l'occupazione delle fabbriche con la stessa tattica del 1904: niente sgombero militare degli stabilimenti occupati e pressione sugli industriali perché trattassero[1]. Chiuse il trattato di Rapallo, ma le elezioni del maggio 1921 portarono i fascisti in Parlamento; battuto sulla riforma della burocrazia, lasciò nel giugno 1921[2]. Frassati, nominato ambasciatore a Berlino nel novembre 1920, giudicò lo scioglimento delle Camere «un vero e proprio errore»[6].
Giolitti credette a lungo di poter «costituzionalizzare» il fascismo. Nel 1924 presentò una propria lista, distinta dal listone di Mussolini, e dopo il delitto Matteotti si schierò a poco a poco con l'opposizione[1]. Il 21 dicembre 1925 lasciò la presidenza del consiglio provinciale di Cuneo, piuttosto che piegarsi all'obbligo di aderire al partito fascista[1]:
«Io rispetto il governo del mio paese ma mi sentirei indegno di rappresentare i fieri montanari dei mandamenti di San Damiano e Prazzo se, per opportunismo, avessi, sotto qualsiasi forma, rinnegata la fede liberale che professai in tutta la mia vita»
Le memorie e gli ultimi anni
Le Memorie della mia vita uscirono da Treves a Milano nel 1922, con una lunga prefazione di Olindo Malagodi[3]. Fu il giornalista a convincerlo, durante una visita a Bardonecchia: alla domanda se avesse scritto le memorie, Giolitti rispose che non ci aveva mai pensato[3].
«A che cosa servirebbe? Io ho cercato di fare sempre quello che mi è parso utile pel mio paese: ora che l'opera mia, quale si sia, è compiuta, non vedo a che scopo ci si debba ritornare sopra.»
Il libro ebbe nuove edizioni, fra cui la terza, pubblicata da Garzanti nel 1945[8]. Congedatosi dalla politica attiva, Giolitti trascorse gli ultimi anni appartato a Cavour; andò alla Camera per l'ultima volta il 16 marzo 1928[1] e morì il 17 luglio dello stesso anno nella casa Plochiù di Cavour[9].
Pagine che rimandano qui
Articoli collegati: Biella, Giovanni Agnelli (1866-1945), La Stampa, Pier Giorgio Frassati
Fonti
- Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani
- Treccani, Enciclopedia Italiana
- Internet Archive (ed. Fratelli Treves, Milano)
- Espaci Occitan (1000 anni Valle Maira)
- Treccani, Dizionario di Storia
- Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani
- Treccani, Enciclopedia on line
- Liber Liber
- Il giornale del Piemonte e della Liguria — 23 luglio 2025