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Giovanni Giolitti

Aggiornato il 26 settembre 2026

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Dalla pubblicazione di Liber Liber

Giovanni Giolitti (Mondovì, 27 ottobre 1842 – Cavour, 17 luglio 1928) fu cinque volte presidente del Consiglio e la figura dominante della politica italiana fra il 1901 e il 1914, gli anni che gli storici chiamano «età giolittiana»[1][2]. Nato nel Cuneese e cresciuto a Torino, dove studiò e cominciò la carriera nello Stato, rimase per tutta la vita legato al Piemonte: entrò alla Camera nel 1882 come deputato del collegio di Cuneo e morì a Cavour, ai piedi delle Alpi pinerolesi[1].

Origini e giovinezza torinese

Il padre Giovenale era cancelliere del tribunale di Mondovì e morì un anno dopo la nascita del figlio, per una polmonite presa durante un'escursione in montagna. La famiglia paterna veniva dalla Val di Macra: il nonno era notaio a San Damiano e segretario di quasi tutti i comuni della valle, e le carte di famiglia risalivano ad Acceglio, alla borgata di Lausetti[3]. La madre, Enrichetta Plochiù, apparteneva invece all'alta borghesia torinese: rimasta vedova, si trasferì a Torino con il figlio, in casa dei suoi quattro fratelli scapoli, prima in via d'Angennes e poi in via Principe Amedeo[1].

Dal 1852 Giolitti frequentò il ginnasio di San Francesco da Paola. Fu uno scolaro poco disciplinato, insofferente dello studio grammaticale delle lingue antiche e poco attratto dalla matematica, ma lettore appassionato di libri di storia e dei romanzi di Walter Scott e di Balzac. A sedici anni entrò alla facoltà di Legge dell'Università di Torino e, secondo il Dizionario Biografico degli Italiani, si laureò il 14 agosto 1861 con una tesi sulla società coniugale[1]; l'Enciclopedia Italiana del 1933 data invece la laurea al 1860[2]. Nelle memorie, dettate da vecchio, giudicò quegli anni senza enfasi: le vicende della sua fanciullezza e della sua educazione erano a suo dire «semplici assai e di tipo comune»[3].

Da funzionario a deputato

Nel 1862 entrò senza stipendio al ministero di Grazia e Giustizia, quando Torino era ancora la capitale del Regno d'Italia; seguì gli uffici a Firenze nel 1864, con il trasferimento della capitale, e nel 1866 tornò a Torino come sostituto procuratore del re[1]. All'inizio del 1869 conobbe la diciannovenne Rosa Sobrero, nipote del chimico Ascanio Sobrero, lo scopritore della nitroglicerina, e la sposò il 31 marzo dello stesso anno[1]. Quintino Sella, che ne aveva intuito le capacità, lo volle capo di sezione alle Finanze e poi, nel 1870-1871, suo segretario particolare; nel 1877 si spostò a Roma e divenne segretario generale della Corte dei conti, poi, per breve tempo, consigliere di Stato[1].

Nel 1882, alle prime elezioni a scrutinio di lista, fu eletto capolista nel collegio di Cuneo, che gli aveva aperto l'amico e deputato uscente A. Riberi; alla Camera aderì alla Sinistra costituzionale[1]. Più tardi fu Dronero, in Val Maira, la terra d'origine della famiglia paterna, a diventare il centro del suo collegio elettorale[4]. Fu ministro del Tesoro fra il 1889 e il 1890 e nel maggio 1892 formò il suo primo governo[5].

Il primo governo e lo scandalo della Banca Romana

Il primo ministero (maggio 1892 – novembre 1893) cadde fra i moti dei Fasci siciliani e lo scandalo della Banca Romana: Giolitti fu accusato di aver taciuto, da ministro del Tesoro, ciò che sapeva sulle irregolarità dell'istituto[1]. Nel dicembre 1894 consegnò alla Camera un plico di documenti che chiamavano in causa Francesco Crispi[2]; per sottrarsi all'arresto riparò in Germania, a Charlottenburg, e rientrò nel febbraio 1895. La Camera archiviò infine all'unanimità il procedimento[1]. Il giornale torinese La Stampa, di cui Alfredo Frassati era diventato comproprietario alla fine del 1894, continuò a difenderne l'immagine e la linea anche nel 1895; Frassati, che ne divenne direttore nel 1900, condivise il progetto politico giolittiano ma se ne distinse sui temi di politica estera[6].

L'età giolittiana

Ministro dell'Interno dal 1901 al 1903, Giolitti guidò poi il paese nel 1903-1905, nel 1906-1909 e nel 1911-1914[1][5]. La sua formula era un «ordinato progresso civile»: allargare con prudenza la partecipazione politica, lasciare lo Stato neutrale nei conflitti fra capitale e lavoro, proteggere l'industria con dazi mirati[5]. Alla Camera, il 21 giugno 1901, definì la politica «l'arte di governare il paese quale è e con le leggi che ci sono»[1].

Il quarto governo dichiarò guerra all'Impero ottomano il 29 settembre 1911 e ottenne Tripolitania e Cirenaica nell'ottobre 1912; nello stesso anno la riforma elettorale portò il suffragio maschile da circa 3,3 a 8,6 milioni di elettori[1]. Il sistema ebbe critici durissimi: Gaetano Salvemini, in un opuscolo del 1909, lo bollò come Il ministro della mala vita[7]; fra le accuse ricorrenti c'erano le pressioni del governo sulle elezioni[5].

Neutralità, dopoguerra e fascismo

Allo scoppio della Grande guerra approvò la neutralità. Nel gennaio 1915 sostenne, in una lettera divenuta celebre, che l'Italia avrebbe potuto ottenere «parecchio» dall'Austria senza combattere; tornato a Roma il 9 maggio, raccolse intorno a sé oltre trecento deputati e un centinaio di senatori contrari all'intervento, dichiarando di non conoscere il Patto di Londra[2][6]. Anche Frassati era neutralista, ma per ragioni diverse: il neutralismo di Giolitti nasceva soprattutto da preoccupazioni di politica interna[6]. Durante la guerra si ritirò a Cavour[1].

Richiamato al governo nel giugno 1920, affrontò in settembre l'occupazione delle fabbriche con la stessa tattica del 1904: niente sgombero militare degli stabilimenti occupati e pressione sugli industriali perché trattassero[1]. Chiuse il trattato di Rapallo, ma le elezioni del maggio 1921 portarono i fascisti in Parlamento; battuto sulla riforma della burocrazia, lasciò nel giugno 1921[2]. Frassati, nominato ambasciatore a Berlino nel novembre 1920, giudicò lo scioglimento delle Camere «un vero e proprio errore»[6].

Giolitti credette a lungo di poter «costituzionalizzare» il fascismo. Nel 1924 presentò una propria lista, distinta dal listone di Mussolini, e dopo il delitto Matteotti si schierò a poco a poco con l'opposizione[1]. Il 21 dicembre 1925 lasciò la presidenza del consiglio provinciale di Cuneo, piuttosto che piegarsi all'obbligo di aderire al partito fascista[1]:

«Io rispetto il governo del mio paese ma mi sentirei indegno di rappresentare i fieri montanari dei mandamenti di San Damiano e Prazzo se, per opportunismo, avessi, sotto qualsiasi forma, rinnegata la fede liberale che professai in tutta la mia vita»

Giovanni Giolitti, lettera di dimissioni dal consiglio provinciale di Cuneo, 21 dicembre 1925

Le memorie e gli ultimi anni

Le Memorie della mia vita uscirono da Treves a Milano nel 1922, con una lunga prefazione di Olindo Malagodi[3]. Fu il giornalista a convincerlo, durante una visita a Bardonecchia: alla domanda se avesse scritto le memorie, Giolitti rispose che non ci aveva mai pensato[3].

«A che cosa servirebbe? Io ho cercato di fare sempre quello che mi è parso utile pel mio paese: ora che l'opera mia, quale si sia, è compiuta, non vedo a che scopo ci si debba ritornare sopra.»

Giovanni Giolitti a Olindo Malagodi, riferito nella prefazione alle Memorie della mia vita, 1922

Il libro ebbe nuove edizioni, fra cui la terza, pubblicata da Garzanti nel 1945[8]. Congedatosi dalla politica attiva, Giolitti trascorse gli ultimi anni appartato a Cavour; andò alla Camera per l'ultima volta il 16 marzo 1928[1] e morì il 17 luglio dello stesso anno nella casa Plochiù di Cavour[9].

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Articoli collegati: Biella, Giovanni Agnelli (1866-1945), La Stampa, Pier Giorgio Frassati

Fonti

  1. Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani
  2. Treccani, Enciclopedia Italiana
  3. Internet Archive (ed. Fratelli Treves, Milano)
  4. Espaci Occitan (1000 anni Valle Maira)
  5. Treccani, Dizionario di Storia
  6. Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani
  7. Treccani, Enciclopedia on line
  8. Liber Liber
  9. Il giornale del Piemonte e della Liguria — 23 luglio 2025

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