Giuseppe Luigi Lagrange

Giuseppe Luigi Lagrange (Torino, 25 gennaio 1736 – Parigi, 10 aprile 1813) è stato uno dei massimi matematici del Settecento, autore della Mécanique analytique e tra i padri del calcolo delle variazioni[1]. Nato e formato a Torino, vi insegnò fino ai trent'anni e vi fondò con altri studiosi la società scientifica da cui nacque l'Accademia delle scienze; poi lavorò per vent'anni a Berlino e per oltre un quarto di secolo a Parigi, dove è sepolto al Panthéon[1][2]. In Francia è conosciuto come Joseph-Louis Lagrange; il cognome di famiglia era Lagrangia[3].
Una famiglia torinese di origine francese
Primo di undici figli di Giuseppe Francesco Lodovico e di Teresa Gros (Grosso secondo MacTutor), apparteneva a una famiglia originaria della regione di Tours: il bisavolo aveva servito negli eserciti di Luigi XIV prima di passare al servizio di Carlo Emanuele II, duca di Savoia[1][3]. Il padre era tesoriere dell'Ufficio delle fabbriche e fortificazioni dello Stato sabaudo; dei molti figli solo due arrivarono all'età adulta[3]. Lagrange stesso disse che, se fosse stato ricco, probabilmente non si sarebbe dedicato alla matematica[3].
Come primogenito era destinato alla legge. A quattordici anni si iscrisse all'Università di Torino, ma cominciò presto a frequentare la Biblioteca universitaria per coltivare gli studi prediletti, e nel 1752 lasciò il diritto per la matematica[1]. Al Collegio di Torino ebbe tra i maestri il fisico Giovanni Battista Beccaria[3]. Il primo scritto a stampa, del luglio 1754, fu una lettera indirizzata al matematico Giulio Carlo de' Toschi di Fagnano, che lo aveva incoraggiato; sul frontespizio l'autore si presentava come «Luigi de La Grange Tournier torinese»[1][3]. Il 12 agosto 1755 sottopose a Eulero il suo «metodo delle variazioni» per i problemi di massimo e di minimo[1].
Le Scuole di artiglieria e la nascita dell'Accademia
Dal 1755 insegnò matematica alle Regie Scuole di artiglieria di Torino, dove si formavano gli ufficiali dell'esercito del Regno di Sardegna: secondo MacTutor ne fu nominato professore il 28 settembre 1755, a diciannove anni; secondo il Dizionario Biografico degli Italiani fu assistente del corso di matematica[2][3][1]. Per gli allievi redasse testi di geometria analitica e di calcolo differenziale[1].
Nel 1757, con il conte Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio, il medico Gianfrancesco Cigna e altri, diede vita a una «Società privata» che si riuniva in casa Saluzzo e si occupava di ricerca matematica e naturalistica[1]. Nel 1760 divenne «Società reale» e nel 1783, sotto la protezione di Casa Savoia, Accademia delle scienze di Torino, l'istituzione che ancora oggi porta quel nome[1][2].
La società pubblicava i Miscellanea philosophico-mathematica Societatis privatae Taurinensis, noti anche come Mélanges de Turin[1][3]. Nel primo volume, del 1759, uscirono tre memorie di Lagrange, tra cui le Recherches sur la nature et la propagation du son, una vera monografia sul suono; nel secondo (1760-61) apparve l'Essai d'une nouvelle méthode pour déterminer les maxima et les minima des formules intégrales indéfinies, dove il procedimento euleriano veniva semplificato e generalizzato con il nuovo formalismo della «variazione»[1]. Queste memorie, insieme a due premi dell'Académie des sciences di Parigi, resero noto il suo nome ai dotti d'Europa[2].
Berlino, il posto di Eulero
Quando nel 1766 Eulero lasciò Berlino per tornare a San Pietroburgo, Federico II di Prussia, su raccomandazione di d'Alembert, offrì il posto al giovane torinese[1][3]. Lagrange in un primo tempo rifiutò, osservando che Berlino non gli sarebbe stata adatta finché vi fosse rimasto Eulero, e accettò solo quando la partenza di quest'ultimo divenne certa[3]. Lasciò Torino in agosto per non tornarvi più: il viaggio prevedeva soste a Parigi e a Londra e la traversata per mare fino ad Amburgo[1]. Giunse a Berlino il 21 ottobre e il 6 novembre si insediò come direttore della classe di matematica dell'Accademia[1][3].
In vent'anni berlinesi pubblicò circa ottanta memorie di algebra, analisi, teoria dei numeri, meccanica e astronomia; le Réflexions sur la résolution algébrique des équations (1770-71) sono considerate una tappa fondamentale della storia dell'algebra[1]. A Berlino sposò una parente, Vittoria Conti[1].
Parigi: la meccanica analitica e il metro
Nel 1787 si trasferì a Parigi ed entrò nell'Académie des sciences come «pensionnaire vétéran»[1]. L'anno dopo uscì, curata dall'abate Marie, la Mécanique analytique, che riduceva la meccanica a una parte dell'analisi fondata sul principio delle velocità virtuali[1]. La prefazione dichiarava il programma senza mezzi termini:
«On ne trouvera point de figures dans cet ouvrage. Les méthodes que j'y expose ne demandent ni constructions, ni raisonnements géométriques ou mécaniques, mais seulement des opérations algébriques, assujetties à une marche régulière et uniforme.»
(«In quest'opera non si troveranno figure. I metodi che vi espongo non richiedono né costruzioni né ragionamenti geometrici o meccanici, ma soltanto operazioni algebriche, soggette a un procedimento regolare e uniforme»)[2]. L'opera è rimasta la base di tutta la meccanica analitica successiva[4].
Con la Rivoluzione fu chiamato, nel 1790, nella commissione incaricata dall'Assemblea costituente di unificare pesi e misure, e il suo lavoro nelle commissioni che elaborarono il sistema metrico decimale fu fondamentale[1]; negli anni del Terrore, quando altri membri furono allontanati, ne divenne presidente[3]. Quando nel 1793 un decreto ordinò l'arresto degli stranieri, la comunità scientifica si schierò in sua difesa e un decreto del Comitato di salute pubblica sospese per lui il bando[1][2]. Dopo l'esecuzione di Lavoisier, nel 1794, commentò che era bastato un momento per far cadere quella testa e che cent'anni forse non sarebbero bastati a produrne una simile[3]. Insegnò all'École normale, dove nel 1795 tenne le Leçons élémentaires sur les mathématiques, e poi all'École polytechnique, per la quale scrisse la Théorie des fonctions analytiques (1797)[1].
Il senatore dell'Impero e il Piemonte francese
Nel dicembre 1798, a Torino occupata dai francesi, il rappresentante del governo M.A. Eymar rese omaggio solenne al padre e alla famiglia torinese del matematico: Lagrange diventava così il simbolo della nuova alleanza fra il Piemonte e la Francia[1]. Alla fine del 1799 fu tra i primi membri del Senato napoleonico e nel 1802 firmò il senatoconsulto che annetteva il Piemonte alla Repubblica francese; fu grande ufficiale della Legion d'onore (1804) e conte dell'Impero (1808)[1].
Fino al marzo 1813 fu tra i più assidui alle sedute dell'Institut, dove esaminava i lavori di giovani come Ampère, Poisson e il modenese Paolo Ruffini[1]. Morì il 10 aprile 1813 nella casa di rue du Faubourg Saint-Honoré, dopo la visita di Monge, Lacépède e Chaptal; il feretro fu deposto al Panthéon[1]. I manoscritti passarono all'Institut, nella cui biblioteca sono ancora conservati, e le opere complete furono pubblicate a Parigi fra il 1867 e il 1892 a cura di Serret e Darboux[1].
Lagrange nella città di oggi
Il matematico nacque nella via del centro che oggi porta il suo nome e fu battezzato nella chiesa dei Santi Eusebio e Filippo Neri; l'atto di battesimo è custodito presso la parrocchia di San Tommaso[5]. Nel luglio 1856, per iniziativa di alcuni membri dell'Accademia delle scienze, i giornali lanciarono una sottoscrizione pubblica per un monumento al «sommo geometra». Commissionata dapprima a Vincenzo Vela, la statua passò poi ad Albertoni, che vi lavorò fra il 1865 e il 1867: Lagrange è in piedi, in abiti borghesi, con un mozzicone di matita e dei fogli in mano e una pila di libri ai piedi[6][7]. Il Municipio la voleva rivolta verso piazza Carlo Felice; prevalse la commissione e la statua sta al centro di piazza Lagrange, di fronte a via Lagrange[6].
Fonti
- Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani) – Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 63
- Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani) – Enciclopedia Italiana
- MacTutor History of Mathematics, University of St Andrews
- Encyclopaedia Britannica
- Torino Oggi — 15 settembre 2024
- Il Torinese — 10 agosto 2026
- MuseoTorino